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Autore: ben crood
L'ozio, il caos, l'antifurto dei Kraftwerk

Abstract: ---
Riferimento: Anni '70
Giunsi nel 2006 stanco e tirato, ma con una nuova certezza: mi sentivo banale.
Così giunsi a una conclusione altrettanto banale: rivalutare l’ozio.
Non in quanto padre di tutti i vizi, giacchè quello sì l’avevo conosciuto, era un signore di 46 anni di Vigevano assunto a tempo determinato in un call-center a Forlì, e aveva abbandonato sua moglie incinta di tre mesi e di tutti i vizi.
E nemmeno l’ozio in quanto analizzato tema da filosofi, sociologi, pedagoghi e sandali di tutti i tipi: decisi di far finta di non sapere cosa fosse e di goderne per la prima volta.
L’ozio: perché non volevo aumentare, come diceva un amico mio, l’entropia dell’universo, in decisa ascesa e con preoccupanti risvolti eucaristici. Ma, siccome non avevo pagato i diritti all’amico in questione, decisi di chiamare quanto detto semplicemente caos.
Credevo che il mondo occidentale fosse nel caos più assoluto. Non avevo certamente velleità da combattente di suddetto caos, così dovevo solo scegliere su quale ipotesi mettere la crocetta:
a) dare una spintarella, un calcetto alla situazione per accelerare il processo di distruzione del mondo occidentale (ovvero, enjoy the chaos e di’ la tua);
b) aspettare, oziare, rimanere in silenzio, e vedere, incrociare al massimo le dita;
c) non so;
Fui fortemente indeciso tra la b) e la c), ma mi diede una gran mano lo stravolgimento del mondo del calcio di quei giorni.
Ero da tempo convinto che la politica italiana si fosse semplicemente “biscardizzata”: tutta televisiva, con urla, finte risse, inciucini dietro le quinte. In più, ero sedotto da quella magistrale teoria anticapitalista del periodico “New Left Review”, secondo cui maggioranza o opposizione non fa molta differenza, l’importante è che il governo faccia gli interessi della finanza e del capitale.
In più, come da copione, la “biscardizzazione” della politica aveva a sua volta “biscardizzato” la società italiana. E quindi: apparire, fare caciara, esser simpatici più che corretti, e poi, con lo scandalo delle partite e degli arbitri manipolati, esser corrotti.
La società di quel tempo era corrotta. Tutto lo era. La corruzione era considerata fisiologica, necessaria, sintomatica, inevitabile, era questo il sentimento; non più la raccomandazione, la spintarella, ma la corruzione.
Dal calcio alla politica alla società. L’importante, arrivare, dovunque si voglia, non importa quali culi leccare e quali leggi violare.
Il presidente del Milan si sdoppiava, e da interessato attore diventava disinteressato capo dell’opposizione, diceva:”E’ terribile”.
Il presidente del Consiglio Prodi proponeva di commissariare la FIGC, aprendo a tal Gianni Letta, testimoniando così che l’assenzio era legale in Italia e che era ancora viva una corrente simbolista in Europa.
In un tale marasma di simboli fallici, frasi discordanti, chitarre distorte come da contratto, Giuliano Ferrara e Penelope Cruz, dovevo solo scegliere: aumentare il caos, contribuirvi, in un gettito fiscale che rendeva tutto uguale, omologato dal tubo catodico, oppure ritirarmi a vita privata, scegliere l’ozio e smettere di inquinare i cervelli umani.
C’era poi la questione dell’apparire: come in un reality show, alle elezioni del mio paese erano quasi tutti candidati. La politica era tornata ad essere interesse di tutti, sì, tutti nell’agorà a discutere e…
“Ma bbaffanculo!”, mi interruppe Mario Capanna, intrufolatosi nottetempo nel mio bilocale termoautonomo, illuminato, zona Mazzini, posto bici, 300 euro.
Tentai un ultimo sforzo: seguii per alcuni mesi il tirocinio di Capanna, ovvero “Come Portarsi a Letto Un’Imprenditrice Milanese mentre di Giorno Si Fa La Rivoluzione e Realizzare Così Almeno una Socializzazione ed Essere Sputtanato Trent’Anni Dopo da Serra Mio Ex-Acerrimo Nemico”, ma fui espulso l’ultimo giorno per divergenze di vedute sulle dark lady nei film noir degli anni ’30.
Non rimase così che darmi all’ozio. Scelsi il silenzio per alcuni anni, giacchè non avevo idee e non sapevo come essere utile alla causa. Tanto più che la causa l’avevo persa, in “Commissione c. Montanaro”, in cui la Corte di Giustizia aveva sentenziato contro di me.
(Intervallo: non crediate che io non sia stato frustrato. Accettare l’ozio, il silenzio, è accettare l’impotenza; accettare di partecipare, aggiungersi alla confusione, a quel baraccone che rende tutto uguale, in un mondo in cui tutti hanno qualcosa da dire, è altrettanto frustrante)
Un’idea in realtà ce l’avevo. Volevo brevettare un antifurto che, invece di avere quei suoni assordanti e assolutamente inascoltabili, suonasse musica elettronica tipo Kraftwerk. Tuttavia, constatai che perfino il mercato degli antifurti era schiavo di mode e di interessi particolari: era l’epoca degli antifurti di Shakira.
Quando la notizia dell’ozio giunse al Gran Rettore della Gioventù, fui immediatamente convocato da un suo consigliere.
“Pronto, il dottor Montanaro?”
“Sì?”
“Qui è il Rettorato della Gioventù. Dovrebbe venire qui subito”
Spaventato, balbettai.
“Co…cos’ho fatto? Non posso ve…venire, ecco, è c…che ho preso una st…storta sintagmatica all’orecchio destro, sono rr…ricoverato all’ospedale di Corato…”
“Corato? Bene, allora ci raggiunga nella sede di Bari”
“Cos’ho fatto, Gran Rettore?”
“Hai commesso il peccato originale”
“Oh… E’ per quella rivista osé nell’autogrill?”
“No”
“Senta, signor Rettore…”
“Gran!” mi interruppe.
“Senta signor Gran…”
“Rettore!” mi interruppe ancora.
“Scusi, Rettore Gra…”
“Signor Gran Rettore!” tuonò!
“Va bene, mi perdoni, Rettore Signor Gran!” mi sembrò di dover eleggere il presidente del Senato.
“Senta” dissi “io… vorrei solo divertirmi. Non ho nulla da dire, non posso dare un contributo alla causa, volevo chiederle, a meno che questo peccato originale non sia poi così grave, ecco, se può azzerare il mio cervello come il campionato di calcio, io non voglio aumentare il caos né guardarlo impotente…”
“Mi dispiace, signor Montanaro, ma il dado è tratto, lei ha commesso il peccato originale scrivendo questo articolo, che ha già il difetto di esser lungo, e aumentando così di gran carriera il caos di cui lei parla ripetutamente”
Restai in silenzio, in lacrime, strappandomi i capelli e guardando il pavimento lucido della sede di Bari del Rettorato della Gioventù.
“Ed ora, signor Montanaro, una punizione. Mi dispiace. Lei sarà mandato indietro nel tempo”
Volsi lo sguardo verso il Gran Rettore. Temevo il peggio.
“Lei vivrà negli anni ’70!”
“Nooooooooo! Gli anni ’70 nooooooo!”
Le mie urla arrivarono fino a Bari Vecchia. I Goblin firmarono la colonna sonora di quei giorni.
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