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Autore: Alfredo

Le ombre di ieri
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Abstract: La musica ha sempre un volto, un'anima, un cuore dietro di sé (The Beatles, Yesterday, 1965)

Riferimento: The Beatles


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Suonava il pianoforte, era una delle poche cose che sapessi con certezza. Chi fosse, non potevo proprio dirlo. Sapevo da quale finestra usciva quel fiume di note, quelle scale ora delicate ora impetuose che quasi fuggivano dalle sue mani. Ma potevo ricostruire il suo sguardo dal suo stile, potevo dirvi che viso, che occhi, che mani avesse, soltanto ripensando alla sua musica. Sentivo i brani che lei eseguiva, e che provava e riprovava testardamente, e il mio animo pareva davvero riecheggiare in sé le emozioni prodotte dalla tastiera. Nei rari inciampi anche il cuore trasaliva, come se avesse improvvisamente e inaspettatamente sentito da lontano un colpo di fucile provenire dai campi. Non sapevo quanto l’immagine che io avevo ricostruito di lei nella mia mente corrispondesse alla realtà concreta del suo corpo, al suo corpo reale dico. Non mi importava di questo, peraltro. Credo ancora oggi che fosse più reale l’immagine che si era stampata nella mia mente e che nasceva dalla sua musica, piuttosto che le sue vere fattezze, che allora mi incuriosivano solo per confrontarle all’idea da me coltivata, nulla più. Le sue sembianze erano le sembianze stesse della sua musica, stessi timbri, stessa muta malinconia o gioiosa allegrezza. Una figura affidata ai suoni, astratta ed eterea così come lo sono essi, ma insieme corposa, concreta, fisica, ruvida, dura, come solo la musica sa essere quando è musica e non patina esteriore.



Tutti i pomeriggi mi sedevo sotto il suo balcone. Non davo nell’occhio, sembrava che fossi lì per caso, talvolta facevo anche finta di leggere pure se la mente nemmeno sfiorava le parole del libro inutilmente aperto. La sua casa stava proprio dinanzi alla spiaggia, esposta al sole, alla brezza e alla salsedine di quel catino azzurro. Era una palazzina di due piani, color crema, con le persiane verdi, un muro di cinta basso e scrostato, sormontato da una ringhiera dello stesso colore delle finestre. Un salice piangeva attorno a sé centinaia di rami pronti a ghermirti. Un cespuglio di rose rosse faceva capolino. La sua finestra era appena al di sopra del cortile interno, inondata ogni giorno dai riflessi luminosi del sole e del mare. A me bastava sedere in rispettoso ascolto sul muretto scalcinato che separava la strada dalla spiaggia e che si trovava proprio davanti allo stabilimento “Delfino”. Guardavo il mare, i riflessi del sole sull’acqua, l’andare e venire delle persone, ma restavo lì silenzioso, in muta attesa dei consueti esercizi al pianoforte, che ogni giorno si ripetevano instancabilmente. La sua voce l’avevo sentita soltanto in alcune rare circostanze. Una volta aveva detto qualcosa a sua madre, un’altra aveva risposto brevemente al telefono a due passi dalla finestra. Era una voce chiara e dolce. Per il resto solo il suo silenzio e quel fiume di note, che rimbalzavano dai tasti direttamente nel mio animo, dove esplodevano con grande trasporto.



Interrompeva talvolta i suoi esercizi non per smettere di suonare, ma per farlo ancora. Sembrava che solo la musica potesse attenuare la fatica e la tensione della musica, quasi non vi fosse alternativa alle note, ma solo un andare e tornare dalla stessa Itaca, in un viaggio infinito, che non cessava mai, perché quel viaggio era in fondo la vita stessa e alla vita si affiancava sempre come un fedele compagno di strada, che non tradisce ed è anzi sempre pronto a sostenerti, dando la scossa giusta al tuo cuore provato da una vita che sembra soffocare pian piano tutto, per prime le cose più preziose, quelle che agli occhi di molti non valgono nulla, e che sono invece la più silenziosa ma tenace ragione di vita. E allora in quei momenti di pausa, dopo una vorticosa scala di Bach o un notturno, compariva sempre una canzone, la stessa, che lei interpretava con massimo trasporto, tale quasi da far credere che quello fosse il vero esercizio, e il resto la pausa. Ogni volta, quando veniva quel momento, iniziavo a canticchiare anch’io, biascicando qualche parola. Era bizzarro sentire d’improvviso i Beatles, stretti tra Bach, Chopin, Beethoven. Ancora più strano ascoltare un’esecuzione di Yesterday così intensa e in certi momenti così sofferta, quasi irriconoscibile talvolta, tirata allo spasimo, in taluni casi molto lenta, come se ogni nota sostenesse un peso sentimentale particolare e ogni suono si assumesse specifiche responsabilità, non solo artistiche ma etiche. Vorrei sbagliarmi, ma quel brano dei Beatles sembrava calamitare una carica passionale più forte di un notturno, più di una fuga, più di una sonata, come se lei lo sentisse in maniera particolare, al punto da gravarlo di una sincerità emotiva ben più evidente, e l’animo si riversasse su Yesterday in modo più motivato e, dunque, più intenso che in altri brani.

C’era così nelle mie giornate il momento dei Beatles, ed era quello che attendevo con più impazienza e che vivevo con maggiore partecipazione. There's a shadow hanging over me. Ecco, in quel momento sentivo questa ombra calare improvvisamente, la gioia attenuarsi, un velo di malinconia profonda salire dai tasti per scendere direttamente nell’animo di lei. C’era il senso di una perdita, di una mancanza, di un vuoto fatale da colmare, di una partenza di cui consolarsi. Questa intensità di passioni rendeva l’esecuzione di quel brano davvero particolare, il vero centro musicale ed emotivo delle sue esecuzioni e del mio ascolto. Poi ripartiva la solita giostra di virtuosismi, di scale vorticose, oppure di temi musicali più attenuati, soffici, quasi smorzati. E forse tutto funzionava solo da grande sfondo, da quinta maestosa da cui nettamente si potessero stagliare invece le note di Yesterday, così che divenisse paradossalmente più chiara e distinguibile quella shadow, l’ombra, e prendesse forma quella soffusa malinconia che compariva d’improvviso durante gli esercizi al pianoforte, assumendo sembianze beatlesiane.



Durò molte settimane, divenne una dolce abitudine. Confesso di non esser mai stato realmente curioso di conoscere il nome e le vere fattezze della mia musa. Il suo volto lo immaginavo già, era scolpito davanti a me. Gli occhi chiari, i capelli biondi, la pelle candida, le dita sottili, l’espressione eterea. Lei era più spirito che corpo e la musica in qualche modo parlava già in sua vece. Io la volevo immagine, sembianza, apparenza che affida ai suoni il compito di una epifania. Rimanevo così al mio posto, seduto a quel muretto per un paio di ore, sino a che il pianoforte non cessava di suonare e lo spirito di lei non tornava silenzioso. Solo allora lasciavo quel luogo, senza nemmeno voltarmi verso la sua finestra, quasi fuggendo, quasi timoroso che lei potesse affacciarsi e io fossi costretto a vederla in carne e ossa. Un sogno, tutto doveva restare un sogno.

Un giorno accadde qualcosa. Mi trovai a passare sotto la sua abitazione a un orario inconsueto. Non mi rendevo perfettamente conto di dove mi trovassi, ero soprappensiero e appeso a chissà quali ragionamenti. Era pomeriggio inoltrato e il sole calava dietro la coltre d’acqua, i raggi rossastri accarezzavano l’aria, i riflessi erano morbidi, l’aria tenue, il movimento sulla strada lento e svogliato. Vidi uscire da un portone una ragazza accompagnata a braccio da un signore anziano e da una signora elegante. Il piccolo gruppo si muoveva lentamente verso una macchina nera parcheggiata a lato strada. Per quanto mi riguarda, io mi dirigevo proprio nella loro direzione, e lo facevo in modo più spedito di quanto non si muovessero i tre. Li raggiunsi in breve tempo, quasi li incrociai. Fu allora che li sentii parlare. La ragazza, in particolare, disse qualcosa rivolgendosi alla donna. Trasalii. Era la sua voce, quella stessa voce, sentita in rare occasioni a dire il vero, ma proprio la medesima, senza dubbio. Rallentai, e prima di alzare lo sguardo su di lei ebbi una leggera esitazione. Quel volto lo avevo immaginato e raffigurato sotto la spinta della musica del suo pianoforte, dei notturni di Chopin, delle fughe bachiane, e soprattutto della sua tenera e intensa interpretazione quotidiana di Yesterday, che a me parve, tra l’altro, un modo dolente di raccontare il proprio animo. Ora invece il volto era lì, in carne e ossa, ed io temevo non solo che la realtà contraddicesse la mia immagine, ma, soprattutto, che la realtà uccidesse la mia immaginazione, infrangendo la costellazione di sogni che si era attestata attorno alla sua musica. Le ero molto vicino quando ebbi uno scatto, e proprio a un passo da lei incrociai i suoi occhi azzurri, e poi i capelli biondi, e la pelle candida. Percepii immediatamente, quasi d’intuito, che un’ombra sembrava velare quell’azzurro intenso, un’ombra che spegneva la freschezza dello sguardo e che attenuava riflessi e biancore. Vidi come il signore anziano teneva amorevolmente il suo braccio, quasi la guidasse teneramente. Non si trattava soltanto di un gesto affettuoso, come capii ben presto, ma di una necessità, perché quegli occhi azzurri erano spenti, e né i riflessi del mare, né i raggi rossastri del tramonto, né i bagliori dell’alba riuscivano a rompere la barriera che si alzava dinanzi all’iride. Occhi spenti, occhi che non vedevano, occhi impenetrabili. Rimasi inerte, mi fermai, feci il gesto ai tre di passare. La signora mi ringraziò, lei invece ebbe un leggero sussulto, parve guardare nella mia direzione, forse mi percepì. Grazie, disse a sua volta. La voce era la stessa, calda e suadente. Poi si voltò, trascinando con sé l’ombra dei suoi occhi splendenti e offuscati assieme. Non mossi un passo sino a che i tre non ebbero attraversato il marciapiedi, li vidi entrare in automobile, poi partire.

Tornai ancora ad ascoltare quella musica, lo spirito di quella musica. Lei fu per me la musa che del mondo percepiva solo i suoni ma che era capace di ispirare visioni altissime. La cosa più sorprendente era che il suo volto reale appariva perfettamente identico a quello da me immaginato e ispirato peraltro proprio dalle sue esecuzioni. Un miracolo, perché è davvero prodigioso che reale e ideale si incontrino in modo così perfetto, quasi richiamandosi a vicenda e invocandosi. A dire il vero tra la mia idea e il volto reale c’era un’ombra che faceva la differenza e che si intrometteva a offuscare i suoi occhi. Quando lei eseguiva Yesterday, percepivo un senso di tristezza in più, un’ulteriore intonazione o colorazione della sua vena malinconica. Nulla le riusciva così bene come esprimere l’ombra che le impediva di scorgere i colori della vita, i lampi, i bagliori, la luce ora forte ora soffusa, l’azzurro chiarore del cielo e del mare. Suoni, suoni soltanto, scale musicali, toni e timbri, tessiture di note, fughe, armonie e melodie ora struggenti ora delicate, sonorità che raccontano emozioni e sentimenti, canto che esprime la tua malinconia e che sa innalzarsi rapido sino al cielo come una vertigine. Musica, dolce musica.





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