Cerca
Leggi scritto
Autore: occhio
Sant'Antonio

Abstract: La Banda Ionica mi commuove. Mi fa correre alla mia infanzia, a quel tempo che non c’è più. “Passione” è un disco bellissimo, attraversato da fragranze a me molto familiari. Tutti i pezzi sono intensi, ma ad uno sono particolarmente legato. Mi riporta alla mente una marea di volti. Molte delle persone a cui appartengono questi volti non le ho più riviste, altre non ci sono più, di altre non so niente, di qualcuna, quando ho notizie, non smetto di dire “veramente?” Ad ogni modo, il brano in questione è “Caravaglios - Per Domenico Morelli”.
Riferimento: banda Ionica
Il prete aveva un volto di cera, molto bianco, di un bianco sospetto, di un bianco che non andava, di un bianco che non gli andava proprio di fare quella processione.
Poi quel bianco era troppo bianco per il nero della tonaca, e pure per il bianco del camice che ci aveva di sopra.
Alle sei faceva ancora caldo. D’altronde era il giorno di Sant’Antonio.
Davanti a noi c’era il Santo con il bambino. Dico noi e dico il prete, io ed un altro ragazzino. Davanti al santo tutta la congrega. Prima gli uomini, vestiti con il costume nero e la camicia bianca, come i guanti, poi le donne, vestite di nero e senza guanti, con un cero grosso in mano, che ardeva circondato da una carta rossa, per evitare che la fiamma potesse spegnersi col vento, anche se di vento proprio non ce n’era. Davanti a tutti lo stendardo del santo. Dietro di noi, il Sindaco con la fascia, la moglie con gli occhiali da sole, il vicesindaco senza capelli, infine i fedeli senza costume, gente che aveva ricevuto la grazia, si diceva in paese. Nel ventre della processione, fra le donne e gli uomini della congrega, c’era la banda.
Uscimmo dalla chiesa e ci vollero dieci minuti buoni per organizzarci.
Correvano tutti di qua e di là. Le donne preoccupate, gli uomini indaffarati. Il prete scongiurava chi gli dava brutte notizie. “Don Salvatore, non si trova il microfono”. E mi guardava torvo, e ancora più bianco diventava il suo viso. Cinquantenne, snello e bello, doveva soffrire di pressione bassa o cosa altro non so. “Don Salvatore, non ci sono abbastanza ceste per le offerte”... “e andate dalla signora di fronte”. Carmela abitava dirimpetto alla chiesa. Usciva di casa solo per andare in chiesa, ogni giorno. Era grassa, ma grassa grassa, con i piedi gonfissimi e piccolissimi, che non ho mai capito come facevano a reggerla, e le gambe viola e blu di vene varicose.
Nel frattempo, sul sagrato, la banda scherzava. Ogni tanto una tromba starnazzava brevemente, un rullante tremava basso.
Tonino, un tipo basso, di mezza età, ben fatto, impettito, di carnagione scura, arrivò con quattro cesta. Le sollevò in aria con la destra, soddisfatto di sé. Guardò Don Salvatore. Gridò “eccole”, per far notare a tutti che era stato lui a risolvere il problema. Don Salvatore non fece una piega. Gli indicò solo a chi dovevano finire quelle ceste. Tonino ci rimase male, smise di ridere, ma si sbrigò ad eseguire l’ordine. Ci teneva ad essere comunque impeccabile.
Allora di colpo tutti si disposero ai loro posti. Si formò come un serpente, che iniziò a strisciare lento, seguendo il ritmo della banda, che prese a suonare.
Carmela spuntò fuori, fermandosi sulla porta. Quando il santo gli passò sotto il naso, per girare verso la strada principale che portava alla piazza, si fece tre volte il segno della croce, muovendo in fretta le labbra e le mani, stringendosi al petto una bianca corona del rosario. Il volto le divenne rosso e pianse. Abbassai lo sguardo perché mi veniva da ridere, e non era il caso con Don Salvatore a fianco. Quello in un attimo ti dava un scappellotto fra capo e collo, nonostante la gente, nonostante il sacro.
Io ero tutto preso dal mio ruolo. Mi sentivo importante con l’aspersorio in mano. Mi guardavano tutti e mi faceva tremendo piacere. I vecchi sulla porta del “Circolo nazionale combattenti” smisero di giocare a carte e si fecero il segno della croce ad occhi stretti. Le vecchie donne erano serie, con i loro baffi neri, come i vestiti e le calze che avevano addosso, con mio sommo stupore, visto il caldo dell’estate.
Bello. Mi sentivo bello. Tutto ordinato, pulito, con la mia tonaca bianca, a dire il vero troppo lunga. Le ragazzine acerbe guardavano me, le giovani madri, dietro di loro, capelli raccolti, braccia scoperte, seni abbondanti, guardavano Don Salvatore, occhi verdi ed intensi, concentrati sulla reliquia del santo, stretta nelle mani.
Percorremmo il paese, per intero.
Dai balconi, dove pendevano bianche lenzuola, qualcuno lanciava dei petali di rosa, oppure di bigliettini con su scritto Viva Sant’Antonio.
Ogni tanto ci si fermava dinanzi ad un altare, preparato apposta, per benedire canestri colmi di pane, che poi sarebbe stato distribuito fra le famiglie del quartiere. Nessuno l’avrebbe mangiato, serviva solo per combattere i temporali. Per far cessare i fulmini e i lampi, bisognava lanciare un pezzo di pane benedetto fuori la strada. Ci avevo provato tante volte, specie durante le vacanze di Natale, per giocare a pallone. Niente, non era successo niente. Mia nonna diceva che dovevo crederci. Io ci credevo, ma non succedeva niente uguale. Evidentemente non ci credevo abbastanza.
Più passava il tempo, più le strade si illuminavano. Sulle porte delle case i fedeli sistemavano delle croci di legno, illuminate dalla lampadine che vi erano avvitate sopra. Ai bordi dei marciapiedi, in fila, c’erano lumini accesi.
Nelle vie dove sembrava proprio giorno, la banda attaccava a suonare.
Si alzava e si spargeva in aria un suono maestoso, veramente sacro. Eppure era fatto da uomini che conoscevo e con cui parlavo ogni giorno.
Alla tuba c’era Nino il macellaio. Aveva ventisei anni. Era alto, grosso, con dei baffoni rossicci, ma la voce era quella di un bambino, alla Jimmy Scott per intenderci. Chi conosce Jimmy Scott sa di cosa parlo. La prima volta che ho ascoltato Jimmy Scott ho pensato a lui, ma non è questo il punto adesso.
Alla tromba Pippi, magrolino magrolino, curvo, occhialuto, padre di un mio compagno di classe, Antonio. Non sapevo cosa facesse di mestiere, però era padre di Antonio e tanto bastava.
Il tamburo grosso lo suonava Giovanni. Lavorava alle poste. Aveva una moglie bellissima. Era una di quelle che guardavano Don Salvatore, e non solo. Avevo sentito dire dal salumiere sotto casa che Giovanni aveva la testa pesante, anzi pesantissima a detta di comare Ada, la moglie del barbiere in piazza. Una donna gelatinosa, che cucinava bene, ricamava meglio, la dota di mia madre l’aveva cucita lei, e che amava parlare, infatti parlava molto.
I piatti li suonava Gino. Aveva diciotto anni o giù di lì. I brufoli, tantissimi, lo rendevano brutto, più brutto di quanto già non fosse. Non aveva una ragazza, i ragazzini lo deridevano, e lui, porello, stava zitto, e con l’aria smorta sbatteva i piatti, serrando le labbra e chiudendo gli occhi. Più che suonare, pareva che stesse sbatacchiando dei tappeti. Somigliava a sua madre, perciò aveva gli occhi piccoli e neri, l’aspetto maligno e cattivo, ed era alto, alto.
Uno dei clarinetti era mia cugino Vito. Militare a Torino, ogni tredici di giugno doveva essere in paese, per forza. La sua famiglia, come la mia, era devota devota, mamma mia!
Mio padre ed il suo portavano il Santo a spalla per tutta la processione. Gli ammiravano tutti per questo. Pure io. Pure io un giorno l’avrei fatto. Certo, potevo suonare come faceva Vito, senza spezzarmi la schiena, ma il clarinetto non mi piaceva, e nemmeno gli altri strumenti. Io volevo la chitarra, ma la banda no. Per me non c’era posto, e per onorare Sant’Antonio non mi restava che sperare di diventare forte come papà.
Poi degli altri ricordo le facce, ma non i nomi. Era gente di fuori paese.
Arrivammo in sagrestia due ore dopo, stanchi.
Don Salvatore si tolse il camice. Ancora bianco, era più disteso. Contò i soldi delle offerte raccolte durante la processione, li mise in una cassetta e si rinchiuse nel suo ufficio. Riuscì dopo cinque minuti, salutò il Sindaco, la moglie. Parlò un po’ con tutti, pure con mio padre e mia madre, e disse a Tonino d’andare da Carmela, a restituirle le cesta. Tonino lasciò il figlioletto che aveva in braccio ed eseguì di corsa.
Mi spogliai della tonaca. Mi aiutò una ragazzina che frequentava la chiesa anche lei. Si chiamava Graziana. Una moretta bella, bella, spigliata, dall’aria furbetta, più piccola di me di due anni. Mi piaceva. Io diventai rosso, rosso, quando lei mi disse “mi piaci Francè”. Io non risposi nulla. Rimasi con la tonaca in mano. Lei rise e se ne andò, correndo. Era la prima volta che piacevo ad una ragazza, anzi meglio, era la prima volta che sapevo per certo di piacere ad una ragazza. Avevo dieci anni, mi spuntavano i baffi, me ne accorsi quella mattina, ma cosa facevo adesso?
Uscii dalla chiesa che erano tutti là fuori.
Sentivo l’odore dello zucchero filato, della cupeta tosta, degli scagliozzi.
I bambini volevano giocattoli, le madri bicchieri e piatti nuovi, i mariti una birra. Io Graziana.
Mio padre e mia madre erano ancora in sagrestia, ed io giravo fra le baracche da solo.
Sul palco la banda si preparava a suonare. Gli ottoni luccicavano sotto le luminarie della festa.
Attaccò Giovanni con i suoi tamburi, poi Nino, mio cugino, poi tutti insieme. Io rimasi immobile. Che musica bella! Commovente. Era come una marcia funebre, pa-pa-pa-pa-pa-nu-nu-nu-pa-pa-pa-.
Mangiavo una fetta di cocco e pensavo che pure a me sarebbe piaciuto suonare qualcosa per il mio paese, un giorno.
L’aria era calda. I gruppi elettrici delle bancarelle facevano un rumore che si modulava perfettamente con la musica della banda. E Che musica! Niente poteva intaccarla e sminuirla, nemmeno le grida dei bambini, delle madri, dei padri che giocavano a morra.
Guardavo l’impegno dei musicanti e non li riconoscevo più. Nino non era sporco di sangue, Vito non aveva più le lentiggini, e anche Gino sembrava quasi senza brufoli.
- ne vuoi?
Di fronte agli occhi un ciuffo bianco di zucchero. Graziana.
Rimasi di nuovo senza parole. Pensai - mannaggia Sant’Antonio. Perché non parlo.
- vieni con me.
Mi trascinò dietro il palco. Non c’era nessuno. Mi diede un bacetto sulla guancia e disse – vuoi stare con me? Feci di sì. Scappò via.
Ci avevo una ragazza e non sapevo cosa farci. Non ero pronto. Volevo giocare a pallone io, volevo suonare. Graziana mi piaceva, però non sapevo proprio da dove iniziare.
Ritornai davanti al palco. Affogando nei miei pensieri, non riuscivo più a godermi la banda.
- Francesco, vieni dai
Mia madre, per un attimo avevo pensato che fosse Graziana.
Tornai a casa. Mi stesi sul letto e non chiusi occhio. Sentì per tutta la notte la banda suonare lontana. Pensavo a Don Salvatore, a Tonino, a Nino, Gino, Vito, e cercavo di non pensare a Graziana, ma proprio non ci riuscivo. Mi tolse via il sonno, e poi non vi dico come sia andata a finire, che mi sarebbe convenuto dormire invece. Meno male che c’era la banda!
lascia un commento :: 1 commenti
Versione per Stampa
Torna