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Autore: ismael

Volti
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Abstract: I volti della musica - per Silvia e per mio padre (Swans - Soundtracks for the blind)

Riferimento: Swans


Vorrei scrivere di Silvia ma non riesco.
  Ogni volta mi fermo al pensiero. Scrivere è l’unico modo per mettere ordine ed essere sicuri che le cose con i volti non spariscano dove è troppo tardi per riprenderli. Ma quando ne scrivi capisci che ha valore soltanto se cambi le cose, se le travisi per renderle vere, ed è questo che con lei non riesco a fare.



  Silvia ha un volto dolce che finisce a triangolo. Ha le lentiggini.
  Ha i capelli viola, lisci, e gli occhi scuri. Sugli occhi non giurerei ma sono scuri. Questa è per esempio una cosa che se Silvia potessi reinventarla, Silvia sarebbe credibile, e invece ora che devo solo affidarmi alla memoria non ho la certezza di alcuna verità.



  L’avevo guardata per tutto il primo anno d’università senza mai dirle una parola, e sapevo il suo nome solo perché avevo origliato casualmente la conversazione di due persone che la conoscevano, capendo che parlavano di lei.
  Il 28 Giugno del 96, avrei potuto parlarle: stavo convalidando un esame, e lei era davanti a me, alla scrivania del professore. Quando se n’è andata, ha dimenticato il libretto. Il professore se n’è accorto, e mi ha detto: Chiamala. Mi sono affacciato fuori, lei aveva già attraversato il cortile, avevo pochi secondi per chiamarla forte, per nome, e lei si sarebbe chiesta come sapevo che si chiamava Silvia. Potevo averlo letto sul libretto, ma non ci ho pensato. Ma non era quello, è che non mi attentavo. L’ho chiamata a bassa voce per non essere sentito.



  Il 9 Marzo del 97, al Link, c’era il concerto degli Swans.
  Chiunque era lì continua a giurare, anche persone che non si conoscono fra loro, di aver provato la sensazione impressionante di essere trasportati dalla musica fino a staccarsi dal proprio corpo e a prenderlo in braccio, assaporando la potenza fisica del proprio spirito.
  Quando è finita e si sono riaccese le luci tutti si aggiravano instupiditi per la sala, e la prima persona che io ho visto è stata Silvia. Stavolta ero così pieno di forza che l’ho chiamata per nome. Era vestita di rosso.
  - Cosa strana - ha detto - fino a poco tempo fa ogni volta che mi mettevo qualcosa che non fosse nero stavo male.
  La sua voce non era quella di una darkettona sprezzante. Era una voce piena di calore gentile. Aveva un accento del centro.
  - Sto dando storia del Cinema - ha detto.
  - Io l’ho appena dato - ho risposto - Tu cosa hai scelto?
  - L’espressionismo tedesco - ha detto, e naturalmente era la stessa cosa che avevo scelto anch’io.
  Non le ho chiesto l’indirizzo né il telefono. Non c’era motivo di fare un passo stonato, adesso che incontrandola nei corridoi tutto sarebbe stato diverso, perché adesso io la conoscevo.
  L’ho pensata per settimane, ogni giorno, ma nei corridoi non l’ho più vista.



  Adesso che sono passati dieci anni sto riascoltando “Soundtracks for the blind” mentre vorrei scrivere di lei ma non ci riesco. È l’ultimo disco che hanno fatto gli Swans prima di sciogliersi, quello che portavano in giro in quel tour, e alla terza canzone ricordo l’esatta lunghezza dei suoi capelli, e il tipo di curva che facevano attorno alle orecchie e accanto al mento.



  L’otto Luglio del 97, per caso, avevo accettato di andare con un mio amico al concerto dei Lamb. In quel periodo facevano furore, era anche gratis, e tanti che conoscevo erano là, così sono montato in macchina con lui e siamo andati.
  Carpi per Bologna è proprio fuori mano. O meglio, per me sono estranei tutti e due i posti e non posso dire, ma che uno da Bologna si prenda su per andare a Carpi mi sembra strano.
  Comunque, erano mesi che cercavo ogni volta Silvia dove doveva essere e non c’era, e invece lì dove non doveva, Silvia c’era.
  Ho lasciato il mio amico a parlare con gli altri e sono andato da lei. Non so con chi fosse venuta, ma con lei non ho visto nessuno. Abbiamo parlato e ballato fianco a fianco per un po’, e quando ho deciso che non ne potevo più del concerto e volevo solo poter parlare meglio con lei, nell’istante che stavo aprendo bocca Silvia ha detto che i Lamb l’annoiavano, e se andavamo a bere qualcosa.
  La festa dell’Unità è un posto bellissimo per chiacchierare con una persona di cui sei innamorato, perché sei in maglietta e stai bene, perché c’è tanta gente ed è stupendo annullare tutto il resto e parlarsi in due quando c’è così tanta gente, e poi c’è il banco di un bar ma c’è anche l’odore di polvere e d’erba calpestata.
  Silvia ha detto che era molto indietro con gli esami ma voleva assolutamente rimettersi in pari dandone quattro in poco più di un mese. Le serviva un passaggio per tornare a Bologna. Ho maledetto, maledetto e stramaledetto di essere così imbranato in macchina da evitare il più possibile di usarla. Avrei potuto riportare Silvia a casa, passare tutto quel tempo con lei. Invece, quando alla fine del concerto ci siamo salutati, ho dovuto guardarla che si voltava in cerca di qualcuno che potesse accompagnarla.
  Ma prima ci siamo salutati: Silvia mi ha accarezzato la spalla sinistra, e poi il braccio, e poi la mano, fino a tenere le sue dita premute nelle mie.



  Dieci giorni dopo ho avuto un aneurisma. Stavamo suonando, ho sentito un colpo forte alla testa e ho fatto cenno agli altri di tagliare gli ultimi tre pezzi, ma loro non hanno capito il perché e hanno voluto continuare. Dopo non ho fatto che vomitare, e sono andato da casa da solo, in macchina, col sangue che mi si spandeva in testa, mentre io non lo sapevo. Dopo mezz’ora che ero a letto ho bussato alla porta dei miei dicendo che mi sentivo morire.
  All’ospedale di Sassuolo non hanno capito cos’avevo. Sono andati avanti una settimana a dire meningite o chissà cosa, e intanto il sangue mi si spandeva in testa e loro mi lasciavano camminare in giro con la flebo, finché i miei hanno firmato per portarmi via.
  A Modena invece hanno fatto gli esami giusti e hanno detto subito che era un’emorragia cerebrale. Era scoppiato un capillare, così da solo, perché ne aveva voglia.
  Quei giorni passati in ospedale sono un’altra cosa che non riesco a reinventare.
  Un mese e mezzo a letto a pancia in su. Ricordo i volti del mio capo e dei colleghi di lavoro, che sbiancano ogni volta che mi vengono a trovare. Il mio volto è strano per mio padre, che fatica nel farmi la barba. Dice che c’è uno scanafosso sotto al mento, dove non si arriva. Il volto di mio padre è insicuro e impreparato. Non mi ero mai dato la pena di scovare quelle cose sul volto di mio padre. A pranzo mi imbocca, e più avanti, quando sembra che io stia un po’ meglio, ridiamo insieme, quando la domenica mattina c’è il prete che fa il giro a dare l’ostia, e io gli dico: Grazie, ho già fatto colazione.
  Il prete s’intrufola da prete, s’imbarazza della mia cartella clinica appesa al letto, dice: Campani... Campani... C’era un Campani anni fa, sacerdote a Riolunato...  - e mio padre che non ne sa niente gli fa: La pecora nera della famiglia... - Il prete è furbo, fa il brillante e sta allo scherzo.
  C’è mia madre che arriva accaldata col fiato che sa di caffé; mi fa patire ancor di più la voglia di caffé. Le dico che sono in astinenza da caffé, ed è un modo per dirle che io e lei ci assomigliamo.
  Ci sono i volti di alcuni amici di prima che scompaiono, che si fanno consumare come mattoni capitati su una spiaggia, finché non sono sabbia fine. Mandano a dire ogni giorno che verranno, così, senza motivo. Io non li aspettavo, ma così li aspetto, poi loro non vengono. È una cosa senza senso.
  Ho pensato banalmente, molto dopo, di essere uscito di là sapendo quel che mi importava davvero, e quello che invece non mi importava più.
  Ma già là dentro mi ricordo di preciso che più notti, rotolandomi nel letto, pensando che sarei morto e non sapendo se avrebbero dovuto aprirmi la testa e operarmi pensavo: È l’anno più bello della mia vita.
  Poi, alla fine, con l’ultimo esame mi hanno detto che l'emorragia era stata riassorbita, si era dissolta da sola. Mi hanno fatto sedere su una sedia.



  Per tutto l’inverno, tornato a Bologna ho cercato sempre Silvia, ma non l’ho mai trovata. A volte andavo alla sede di Cinema e guardavo se per caso quel giorno c’erano appelli d’esame e fra i nomi propri c’era Silvia, meglio se il cognome era un po’ da centro Italia.
  In questi anni ci sono sempre state delle volte in cui l’ho pensata. Poi avrei voluto scrivere di lei, però non ci sono mai riuscito.
  La immagino sposata. Ha due figli. Suo marito si occupa di apicoltura.
  Norcineria, ginestre, deltaplani che si gettano dal monte Vettore nella piana di Castelluccio, e atterrano sull’erba secca in piedi.
  La immagino ingrassata e rancorosa.
  Immagino che Silvia sia il mio angelo custode, e che quell’estate muoia al posto mio.
  La immagino che lascia l’università e ritorna a casa per colpa del terremoto in Umbria, per aiutare i suoi, che non la possono più mantenere. O semplicemente non ce la fa a recuperare gli esami e rinuncia.
  In ogni caso non l’ho vista mai più, e non la vedrò mai più finché non riuscirò a reinventare i suoi occhi.





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