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Autore: riccardo

L’ultimo residuo
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Abstract: Fondamentalmente non voglio più sentire questa canzone, e anche altri lo stesso.

Riferimento: De Gregori - Le Storie di Ieri


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E anche adesso è rimasta una scritta nera

sopra il muro davanti casa mia.

Dice che il Movimento vincerà

i nuovi capi hanno facce serene

e cravatte intonate alla camicia

F. De Gregori – Le storie di ieri




C’è un paese nel Nord del Paese.

Il Paese è lungo e stretto e i paesi che stanno al Nord stanno meglio di quelli del Sud. Eppure alcuni di quelli del Nord paiono come quelli del Sud. Poveri e bianchi di pietra. E anche se durante l’anno fa più freddo che caldo, e sarebbe bene che questi paesi fossero ricordati con la nebbia e la pioggia fitta e la notte che viene presto, li fotografano solo l’estate. C’è ne uno, in particolare, che viene fotografato solo con il sole, le case a due o tre piani bianche di pietra e il campanile di una chiesa. Puoi impegnarti, ma solo così lo trovi raffigurato, nei quadri, nelle foto. Guardi le immagini e ti sembra di sentire i grilli. Non ci pensi che invece lì fa quasi sempre freddo.

Poi ci sono i nomi. Sono nomi strani quelli dei paesi di quella parte del Paese, di un Nord che sembra Sud. Sono nomi che evocano piante e animali, anche se nessuno significa piante e animali, e se non fosse che il nome glielo avranno dato secoli fa, giureresti che uno scrittore di fantasy si è messo lì a darglieli. Il paese che ci interessa non sfugge alla regola, e il nome ti fa pensare a una foglia, ma non significa quello, e viene fotografato d’estate, benché sia più inverno per loro.

C’è un obelisco al centro della piazza. L’ha messo là il regime, tanti anni fa che la gente che l’ha visto mettere in piedi ormai non c’è più, ma non troppi che i figli di chi l’ha raccontato non ricordino i racconti. Si può ben dire che quello è l’ultimo residuo della dittatura. Sta lì, bianco tra il bianco delle foto, pure bello a guardarlo, dinamico, snello, proiettato verso il cielo. L’ultimo residuo.

È strano che ci sia perché quel paese e quella parte del Paese, quando la dittatura c’è stata, non è stata ferma, quasi tutti si sono scelti la parte dove stare, e tanti hanno dato le trippe, le proprie, per la libertà. Eppure.

Hanno tolto quadri, stemmi, tombini con i simboli del regime. Eretto stanze di biblioteche dove conservare la memoria e dove trovi ancora giovani e vecchi. Hanno fatto di tutto per scordare senza dimenticare. O viceversa dice qualcuno, ma intende la stessa cosa. Eppure quell’ingombrante obelisco è rimasto là e tutti sanno che non è per non scordare, o non dimenticare, perché non ce ne sarebbe proprio bisogno. Magari da altre parti non è così, ma qua non c’è bisogno di moniti, tutti hanno interiorizzato.

Eppure.

L’obelisco sta là. Bianco, dritto, acuminato. Un cazzo nel cuore. Qualcuno ogni tanto lo imbratta, ma lo puliscono pure, se succede. Nessuno cerca i colpevoli, e si potrebbe fare che sono tremila anime i giorni di festa, e nessuno dice perché lo pulisce, perché non lo toglie, perché rimane là. Una soffusa resistenza alla resistenza, parrebbe.

Luca è molto giovane. Ha talmente pochi anni che ancora non si conta i peli sotto le ascelle. E ne ha così pochi che potrebbe anche permettersi di non sapere cosa è successo da quelle parti, tanti anni fa che lui non ha conosciuto e non conoscerà nessuno di chi c’era. Eppure, malgrado gli anni pochi ha già un’idea, come trasmessa nel sangue, di quello che è successo per quelle stradine fredde che vengono fotografate come se fossero calde e per i monti tutt’intorno. Sa anche cosa significa quell’obelisco, anche se non ricorda come fa a saperlo, sicuro né il padre né la madre né i maestri a scuola gliel’hanno ancora detto, forse l’anno che viene, che a Storia si studieranno certe cose. Ci gira spesso intorno con la bicicletta. Sa che è un simbolo nefasto, ma nella sua testa non usa questo aggettivo, ma immagini concrete di dolore. Sa di odiarlo. Ma è come affascinato, attratto, potrebbe passare per vicoli laterali quando esce con gli amici o quando va a scuola, invece ci gironzola sempre intorno.

L’estate scorsa per la prima volta Luca voleva baciare una ragazza. Ma ragazza è forse una parola grossa. Sarebbe meglio dire bambina. È venuta su al paese dalla città grande che sta un po’ lontano e che fa la voce grossa dentro il Paese. Era la prima volta che veniva perché di solito l’estate andava al mare, ma quell’anno era andata così. Luca l’aveva vista in piazza, aveva i pantaloncini corti e le gambe lunghe e guardava l’obelisco dal basso verso l’alto. La prima immagine che ricordi di lei. Quella sera per la prima volta nella sua vita ha sentito nello stomaco qualcosa di molto simile a una malattia che non ti dispiace affatto avere. Ricorda quella notte, l’ha ricordata per tutto l’autunno e l’inverno che poi è passato perché è stata una notte lunghissima, la più lunga di sempre, ha tenuto accesa la radio tutta la notte e la finestra aperta, affezionandosi a canzoni leggere che magari tra qualche anno rinnegherà continuando ad amarle in gran segreto, probabilmente quando andrà nella città grande per studiare.

La ragazza che in realtà era una bambina l’ha conosciuta. Ci ha girato un'estate. Tutto un luglio e tutto un agosto. Facevano lunghi giri in bicicletta fino a dove i monti iniziavano sul serio. Poi tornavano. È stata un’estate indimenticabile. Ma Luca non gli ha mai dato il bacio che voleva darle, e lei non ci è dato sapere se lo avrebbe accettato volentieri, e c’è poco da sorridere perché i sentimenti dei bambini sono più grandi di quelli dei grandi. Fatto sta che lei è andata via. Ha promesso cartoline che non ha mai mandato. Luca ha aspettato fino a Natale, in segreto, che si vergognava di chiedere alla madre fosse arrivata una cartolina. Poi ci ha rinunciato. Ha iniziato a pensare al suo ritorno, semplicemente. Ai mille modi in cui l’avrebbe baciata sotto l’obelisco. Già, pensava proprio di baciarla là sotto, nello spicchio di ombra angolare che fa i pomeriggi d’estate, quando per due mesiè caldo davvero come fosse un paese del Sud. Ma questa fantasia c’entra solo in parte con il fascino che quel monumento esercita su di lui, perché anche prima di conoscerla faceva i giri lunghi per passargli davanti.

Solo lei quest’estate non è tornata. Probabile abbia ricominciato ad andare al mare. Luca passa tutte le notti con la radio accesa e le finestre aperte, come l’unica notte di un’estate prima. Sta male come un bambino per cose d’adulto, o viceversa, che quando si parla di certe cose è lo stesso.

Durante il giorno va fino ai limiti dei monti e si inoltra un po’ più a fondo, dove i monti iniziano sul serio, lasciando la bicicletta poggiata su un masso grande che segna il confine tra dove di solito le madri dicono puoi andare e dove no. Quando torna sudato e di corsa si accovaccia sotto l’ombra angolare dell’obelisco e beve una lemon-soda. Tutta l’estate. Forse è fortunato a non sapere ancora bene cos’è quella malattia che si sente nello stomaco anche quest’estate. Sta fermo sotto l’obelisco e dimentica il rancore e il fascino che ne prova, ormai è un’altra cosa per lui, forse tra qualche anno, magari quando si inizierà a contare i peli sotto le ascelle, ci penserà.

Una sera di quest’estate calda, mentre qualcuno starà stampando le fotografie fatte in giornata al paese pensando qua sembra un paesino del Sud, il padre di Luca accende una marlboro rossa davanti al televisore che parla di una guerra lontana. Non nel tempo però. Il padre suda, sbuffa un po’ di fumo e si distrae nei suoi pensieri. Luca è lì vicino. Sente un signore che pare autorevole dire che i residui di questo ennesimo conflitto rimarranno nei figli di chi ora lo sta vivendo.

Luca si alza piano e va a prendere il vocabolario. Le sue spallucce magre e abbronzate si tendono per prendere l’immane tomo bianco. Va dritto alla parola come gli ha insegnato il maestro, facendo scorrere velocemente i bordi in alto a destra del vocabolario. Si ferma alla pagina giusta dove in alto a destra c’è scritto resina. Tre neretti sopra lo trova, non sa perché, ma è proprio contento di conoscere questa nuova parola: residuo A agg. Che resta, avanza, rimane B s.m. 1 Quello che resta da operazioni, processi, somme di denaro o altro (anche fig.).



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