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Autore: b.e.a.
Memphis, Milano, Macerata, agosto 2006

Abstract: Ispirato al concerto dei Rolling Stones, al Musicultura festival, a M..
Riferimento: Rolling Stones
M. dice che le mie scarpe parlano, che le mie scarpe hanno gli occhi, hanno la bocca. Ogni tanto viene a casa mia, mi prende le scarpe e me le lava. Decine di paia di scarpe ad asciugare con la carta del giornale; io M. la adoro. Afferra la scarpa, toglie i lacci, prende il sapone da bucato e insapona, con una spazzola strofina, lei che è mezzo dirigente di una banca. Mi innervosisco, perché le dico che deve lasciare stare le mie cose, ma lei mi dice che altrimenti chi ci pensa a me?
Chi?
Ha delle mani bellissime, con le dita lunghe, con la pelle che non le daresti 20 anni e invece ne ha più di 40. M. è in America, dovevo viaggiare con lei, quest’estate, vedere gli Stati Uniti con lei, mica alzarmi alle 6 del mattino, e andare a lavorare con i capelli legati e le scarpe pulite. Chi l’avrebbe mai detto?! M. prima di partire mi ha chiesto se le scaricavo la musica sull’ iPod per il viaggio in aereo, ho sbuffato e le ho copiato 15 cd in virtù del fatto che tante volte lei mi ha lavato le scarpe. Per quando torna devo aver trovato l’incipit per un libro -mi ha scritto in un biglietto che ha lasciato sotto al computer. E allora chissà come si incavola quando torna. Avevo paura quando è partita, avevo paura le succedesse qualcosa e non vedo l’ora che torni perché ho ancora paura che le succeda qualcosa. Le dicevo “torni, eh?!” e piangevo, “torni, eh?!” e piangevo. Lo so che torna, ma quando la guardo mi commuovo a pensare che senza di lei nessuno mi laverebbe le scarpe e, triste come sono a volte io, che guardo giù, vedrei le scarpe piene di polvere e penserei a lei. Torna, eh?! E piango. Torna, eh?! E piango. I viaggi più belli li ho fatti con lei. Lei è l’emblema della mia selettività, l’ho scelta con una lanterna, tra milioni, lei è l’amica che vale un tesoro, è l’amica del momento del bisogno, è lei l’amica dei proverbi e dei luoghi comuni e li calza tutti e ad un tempo li supera ed esorbita, per perfezione. Non ha nulla a che fare con un luogo comune, poi. A volte mi viene da dirle “ma non sei contenta che ti voglio bene?”. Lei dice di sì, ma non capisce il senso. Il senso è che a volte penso che il mio bene sia prezioso solo per il fatto che non lo do a tutti. Magari è semplicemente che sono un po’ arida e non c’è nulla di prezioso nel mio bene, solo rarità e avarizia, fatto sta che se devo, con coscienza, dire a qualcuno “ti voglio bene”, lo dico per prima a lei che si commuove davanti alle mie scarpe. E io davanti alle sue. A quest’ora dovrei essere nella Valle della Morte con lei, in macchina ascolteremmo insieme Rosie Vela e faremmo venire a piovere. Ogni volta che abbiamo ascoltato, in viaggio, Rosie Vela o ne abbiamo semplicemente pronunciato il nome, ha iniziato a piovere. Se dico “Rosie Vela” ora, piove. È una nostra magia, dei nostri viaggi.
Chissà cosa ci faccio io qui, quando dovrei starmene in quei posti, come era chiaro, stabilito, progettato tempo fa. Il viaggio negli Stati Uniti con M. e R. e Giò, inevitabile: volere, potere. La vita era questa, andare là. Della vita non ci si può fidare, ti prende le scarpe e te le butta in un fosso o ti manda qualcuno a pestarti un piede. Quando M. mi lava le scarpe, secondo me, pensa a quante ne combino io, al cane che mi ha mangiato i lacci, alla morchia che non viene più via, come ho fatto a sporcarle proprio lì, se sono entrata con un piede dentro una marmitta. Pensa ai miei viaggi. Si diverte con le mie scarpe parlanti. Io invece mi commuovo se penso a come sono stanche e che ora mi stanno guardando, una dritta davanti a me, di punta, e l’altra a quattro metri, ribaltata in mezzo alla stanza. Mi commuovo a vederle inermi, tanto più che M. è negli Stati Uniti con le sue scarpe comode e le mancherà non avere me che le racconto le cose. La penultima volta che le ho portate, la volta prima di oggi, stavo andando ad un concerto, proprio con lei.
In autostrada, verso Milano, Elisabetta guidava ed io, appoggiata al finestrino con la testa, sollevavo le gambe, di tanto in tanto, perché non volevo dirle che l'aria mi congelava i polpacci. Di fianco a me, M. sollevava le gambe anche lei, ogni tanto.
E già allora pensavo… Guardavo il nostro viaggio, come siamo ridicoli sulle automobili, a lasciarci trasportare da una scatola; ridicoli a guardarci, ciascuno rinchiuso nel suo "da fare". Ed io ero rinchiusa nel mio, a pensare che Elisabetta aveva fatto male a portare con noi, adulte, sua nipote, che aveva la mia età, meno adulta, e che quindi ci si aspettava che le parlassi io, per via degli anni, che la intrattenessi. Non avevo voglia e mi ero scusata se chiudevo gli occhi un attimo per dormire, ma ero tanto stanca che era meglio così. Ma non dormivo, pensavo ad occhi chiusi. A M. che di lì a poco sarebbe partita per l’America, senza di me, che avrebbe fatto lei il mio viaggio. O, meglio, che lo avrebbe fatto lei anche per me. E pensavo a quel breve viaggio che stavamo consumando allora, dovuto alla Musica, alla storia, all'evento, a quel viaggio che si faceva noi quattro a Milano per i Rolling Stones in concerto. Un pezzo della nostra vita, in parte, parzialmente un pezzo del nostro viaggio, quello vero. E mi dicevo: fra due ore, che evento vederli così vecchi anche loro, così vivi, così pieni di rughe, così nostri, con M. che "me li ha insegnati" col fatto che sono parte di un percorso solo suo, col fatto che mi anticipa, nel viaggio, di 20 anni. Ma pensavo: è roba nostra. E lo sappiamo tutti o quasi chi sono e dietro ai nostri occhi, sotto alle mie scarpe e ai capelli di M., c'è una traccia di Rolling Stones anche se non ci pensiamo, anche se ognuno ci ha il suo viaggio per i fatti suoi.
Arrivate a San Siro, San Siro era grande tanto che avrei potuto portare tutte quante le mie scarpe, sedermi con i miei pensieri, camminare lungo il perimetro, impolverarmi nell’attesa fino alle caviglie. M. mi ha comprato dei calzettini come piacciono a me, con le righe colorate, mi ha riempito i cassetti curva su di sé e, curva su di sé, mi ha svuotato una valigia quando volevo andarmene e non tornare più. Chissà se si ricorda. Chissà se si ricorda che poi erano arrivati anche loro, i ROLLING STONES ed eravamo tutti lì, a "viaggiarci insieme, a viaggiarci insieme ciecamente" (avrebbe detto Suzanne a tutte e due).
Eravamo piccole là dentro, con quelle luci laggiù, con quell'urlare e ballare e quell'ansia di muoversi e di sputare l'anima. La musica è come il ricordo, qualche volta, di qualcosa che non c'è mai stato. Come a Milano, che eravamo tutti lì, coi Rolling Stones, a ricordare niente. Eravamo tutti insieme senza saperlo: i Rolling Stones erano stati, da qualche parte, nello spazio-tempo assoluti, roba di tutti, il viaggio di tutti.
O come l’America, che c’è M. laggiù e quello che avrei dovuto essere io e che non sono… Forse sono insieme a lei adesso, nel nostro viaggio, e lei non lo sa che io non sono rimasta tutta qui e che un po’ del mio cuore è con lei, magari a Memphis, sotto una pioggia magica.
A Milano, ché tanto avevo con me M., mi portavo dietro altri viaggi, solo miei. A studiare Mick Jagger, mi era venuto da portarmi dietro pure un viaggio con G. , un viaggio diverso, un'altra musica che mi capitava – ascoltando- di accostare a quei Miti indiavolati, antropomorfi per via dei solchi in faccia: un viaggio a Macerata, tempo prima, che non sapevo nemmeno dove fosse. E quello era un altro concerto, un viaggio solo mio (anche se c'era altra gente) e nemmeno a M. avevo detto niente. Perché tanto ci sono certi viaggi che anche se li facciamo insieme, non ci si incontra mai. E quello era Macerata.
In macchina guidavo io e arrivata all’anfiteatro, l'anfiteatro era così grande che M. ci avrebbe messo tutte le mie scarpe ad asciugare, con la carta del giornale e G. l’avrebbe aiutata. Poi era arrivata la voce che piace a me e persino Mick Jagger, indiavolato com’è, si sarebbe fermato a studiarla. L’avrebbe presa, pure lui, come si beve ad una fonte, così piano. Come scalzo.
Credo che ascoltare certa musica, certa bellezza, sia sentire, d’un tratto, la dolcezza delle scarpe. La dolcezza di proteggere la vita dietro le cose. La voce che piace a me ha la bellezza disarmante di certe scarpe parlanti. E io la capisco M. quando si prende cura delle mie e resta ferma, piegata sul sapone. Ed è sempre una specie di miracolo, la bellezza all’improvviso di non saper più viaggiare la bellezza, girarci su, fermarsi. A Macerata, mi viaggiavo da sola, da sola ciecamente (avrebbe detto Suzanne, solo a me). Ed ero stanca, per via dei miei viaggi così tristi, a volte. E avevo voglia di fermarmi lì sulla salita, a mezza strada con la mia stanchezza, ma poi pensavo a M. che mi avrebbe detto Torni?! E avrebbe pianto. Torni?! E avrebbe pianto, forse, anche lei.
Beatrice Zerbini
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