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Autore: ben crood

Viaggio attraverso le pareti estive del tuo stomaco
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Abstract: Un anomalo viaggio estivo.

Riferimento: Estate


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Da grande avrei voluto fare il pittore.



Perché di pittura, storia dell'arte, tele e colori ad olio, tempera, acquerelli, 'anplener', personali, cavalletti, tavolozze, pennelli e chiaroscuri contrasti puantillismi e aste non ci ho mai capito niente, mai sono riuscito a entrare nell'ottica, e le cose che vengono meglio, a me come ad ogni essere umano che ha consapevolezza di questi meccanismi e in fin dei conti finisce per non averne, le cose che vengono meglio dicevo: dovrei dire quelle che vengono più facili, con maggiore scioltezza; queste cose sono quelle nella cui ottica non sei mai riuscito a entrare.



Avrei voluto fare il pittore perché non conosco le dinamiche che portano a bruciare per una tela piuttosto che per una bella donna o per un'auto di lusso, o ancora per le profondità del mare o per una canzone che resta incompiuta, per un foglio bianco e allora, siamo sempre lì: stiamo parlando della stessa cosa.



Avrei voluto fare il pittore non capendo perché si sceglie di disegnare un viso come un altro, o meglio diversamente da un altro, con quelle caratteristiche e con quella tecnica particolari, e cosa avrà mai quel viso - perché è stato scelto, perché non ci si accontenta di una bella fotografia? -, e le cose si complicano con i paesaggi, le nature morte, in cui c'è l'anima intera di un pittore, ci deve essere da qualche parte, e se c'è in una mela o in un vaso figuriamoci che anima grande ha l'uomo in questione.



Avrei voluto fare il pittore, perché dalle mie parti non c'è differenza sonora tra il pittore che fa il quadro e l'imbianchino, tra quello che fa l'artista e non c'ha mai soldi e quell'altro che ha sempre i soldi nella poscia e dice: 'Io ho un'arte nelle mani', e meno male che non c'è differenza perché col tempo caldo che fa tempo per disquisizioni sulla natura e lo stato dell'arte proprio non ce n'è.



Avrei voluto fare il pittore perché ho conosciuto di striscio il Charles Strickland di Maugham, cioè Gaugain e cioè ancora l'amico di Van Gogh, e qualcosa mi ha sfiorato l'orecchio destro, qualcosa di sinistro ed incommensurabile, di terribilmente lontano ed umano, e chiunque nella mia situazione avrebbe voluto fare il pittore: perché nella luce di Strickland e nei suoi ritratti c'è tutto quello che non ho mai capito.



Avrei voluto fare il pittore per capire l'energia universale di ogni schizzo. La determinazione del gesto che muove il muscolo nel mondo di carta e di carne, l'occhio che mentre disegna già decide la prossima mossa, l'occhio che ha già conosciuto il mondo prima di raffigurarlo, l'occhio che crea il mondo, l'occhio che decide per la testa e per il cuore, e in definitiva: l'occhio che guarda il mondo diventare cuore e testa.



Avrei voluto fare il pittore perché avrei potuto davvero cambiare il mondo, perché il pittore lo scova e lo ama in tutto, in ogni singola battuta di caccia regale, in ogni singola rete che cattura i pesci, in ogni altro pittore che dipinge per Otranto, in ogni decapitazione e in ogni ritratto di dama. Avrei potuto cambiare il mondo semplicemente ridisegnandolo.



E infine: avrei voluto fare il pittore perché il pittore non lavora quasi mai nelle notti bianc'oscure; il pittore non è pittore se non ha assimilato abbastanza ore di sole.



Ma avrei potuto anche fare il musicista.



Non di quelli moderni che suonano un poco d'ogni strumento, e si scambiano gli attrezzi con gli amici del gruppo, non uno di quelli che fanno musica come farebbero un altro lavoro, e non di quelli che suonano perché hanno uno stato d'animo particolare, o ancora di quelli che impazziscono su uno spartito perché non trovano il semitono giusto.



Sarei stato il musicista che suona perché non sa con chi ammogliarsi, il musicista che può amare solo il proprio strumento, un solo strumento, e suona e suonerebbe con chiunque giusto per averci un posto dove fare l'amore.



Sarei stato di quei musicisti che si gettano in qualche avventura misteriosa, bluastra e notturna, con una tromba o un contrabbasso, senza sapere dove dormiranno e come si risveglieranno, e quegli stupidi dell'orchestra potrebbero suonare quello che vogliono tanto io avrei comunque di meglio da fare.



Sarei stato di quei musicisti che sudano e sporcano lo strumento, che suonerebbero qualsiasi brano inciso nella storia dell'uomo solo perché è una possibilità in più, e perché c'è quello spazio stretto e angusto in cui si può sempre infilare un assolo che rivaluta o intristisce una giornata, al di là del sole e della luna, delle stelle e di qualche satellite.



Sarei stato uno di quei musicisti che passano una vita intera a cercare di capire la propria unica compagna, indomadibili romantici che non si dolgono del tempo che passa, possessori di un carisma che travalica i palchi, le serate i generi e i cachet. Con una smorfia avrei annunciato il crescendo al batterista, avrei detto poche pochissime fondamentali o ignobili o inutili parole in vita, e non mi sarei mai riconosciuto in foto.



Se avessi fatto il musicista, avrei preso in giro tutti quegli impostori che avrebbro voluto accompagnarmi per la strada gialla, e avrei suonato per le piazze, nelle cassarmoniche, agli incroci, nei golfi mistici e nelle locande, con gente di tutte le razze, esaltato dalle differenze e dalle deformità cui avrei attinto per sudare nelle notti di luna piena.



E avrei riempito il cielo con due o tre note, o forse con un miliardo e anche più, a seconda del mal di pancia.



Mi sarei dato in pasto al pubblico come l'esibizionista che non può fare a meno di morire ogni giorno: avanti, fatemi a pezzi, che vi distruggo! E siete già morti, se non vi piace, e se vi piace, a me non interessa, andate pure al diavolo!



Ma, infine, giunto alla fine della strada coi mattoni dorati (o erano piastrelle?), ho scelto: sono diventato un libro.



In genere sto in qualche libreria di qualche cittadina della provincia; quelle cittadine progredite dove si vive bene e si ha il tempo di leggere. Ma, in fondo, a me non interessa che mi si legga, mi accontento, di tanto in tanto, delle dita di qualche studentessa con gli occhiali, dita che mi sfogliano durante l'intervallo delle lezioni universitarie, dita che ancora non hanno i soldi per acquistarmi, e chissà se non gli manca anche la voce.



Sto qui, di solito, in qualche libreria col personale colto e mansueto, che non alza mai la voce, che mette come sottofondo qualche disco jazz o soul da intellettuale. E spesso litigo con i miei commessi, mi sposto e mi nascondo, non mi faccio trovare al mio posto, perchè quella calma che hanno sulla giacca prima o poi devono perderla.



Sto sul mio scaffale, mi lascio sfogliare, perché mi piace farmi conoscere come, come si dice?, come un libro aperto, qualche pagina a caso e qualcosa, di me, si capisce; ma certe volte viene qualcuno che non sopporto già alla vista, e allora le pagine si induriscono e non si riesce a girarle, non ce n'è per nessuno; e allora lo sconosciuto si lecca il pollice e l'indice e mi inviperisco, mi indigno e faccio capitare qualche pagina in cui di me, in fondo, non si dice poi molto, o comunque nulla più di quello che in genere già si sa: sono un libro e più di qualche ora della mia esistenza cartacea non ti concedo.



In fondo, ho scelto di diventare un libro perché amo il silenzio dei luoghi in cui mi trovo, perché la gente non parla mentre mi ascolta, perché non mi interrompe quando medito, perché spesso non ci vogliono molte parole a spiegare e non devo parlare quasi mai di me.



Ho scelto di essere un libro, ma giammai uno di quelli di sociologia, o di tecnica, o peggio ancora di quelli che hanno la pretesa di spiegare in anticipo i tempi che corrono: perché il tempo corre, e figuriamoci se ne ho dell'altro da perdere a tentare di capirlo, fermarlo.



Sono tutt'al più un libro di narrativa, che racconta storie, per quella necessità che ho di sentirmi eterno come tutti i miei fratelli.



Da quando sono diventato un libro, ho i miei motivi d'orgoglio: ogni tanto sono stato censurato, messo all'indice, persino bruciato, e ancora mi capita di essere impolverato, talvolta. Ho quasi sempre un odore, e spesso, oltre alle dita di quelle studentesse di cui ho parlato, ne conosco il naso, che si infila tra le mie pagine per sapere di che umore sono.



Da quando sono un libro, d'estate vado spesso al mare, sto sempre sotto l'ombrellone e mi godo il profumo e l'agitarsi dell'acqua.



E fu proprio d'estate che finii di percorrere la strada coi mattoni dorati (o erano piastrelle?), fu proprio d'estate che scelsi di diventare un libro.





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