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Autore: ismael

Appunti di viaggio
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Abstract: Parlare di un viaggio recente è una trappola. Chi torna assilla gli altri con le sue diapositive - con la digitale adesso, figuriamoci: sembra tutto importante, tutto tuo. Come quando devi a tutti i costi far piacere agli altri la musica che ami, perché è tua. Ma invece niente ti appartiene, tu passi e usi come gli altri. È per questo che vorresti sempre condividere tutto, anche le cose che non interessano a nessuno. Mi attirava, sono entrato nella trappola. Angelo Badalamenti - David Lynch: TWIN PEAKS - original soundtrack.

Riferimento: David Lynch - Angelo Badalamenti, Twin Peaks


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1.
La macchina che ho adesso era quella di mia madre. Ha solo il mangianastri e funziona, per fortuna, anche se non c’è l’autoreverse né il tasto per mandare indietro, ma solo avanti. Per cui, in viaggio si ascolta la radio, oppure cassette da novanta. Con altri mezzi e supporti, i-pod o multiplo lettore di Cd, cambia il modo ascoltare la musica in viaggio? Sicuramente, ma io ancora non so, devo fermarmi alle cassette.



Una volta uno era convinto e prima di andare in vacanza faceva le sue cassette da viaggio. Sprecava l’ultimo pomeriggio a duplicarle, trascurando la preparazione dello zaino. Di solito in queste raccolte c’erano alcuni pezzi invariabili perché giudicati dei classici personali, e altri pezzi invece legati al momento, ai dischi freschi degli ultimi mesi - mischiati con logica, sottolineando implicitamente le influenze con l’accostamento. Alcuni facevano un’arte di queste raccolte da viaggio - ma poi scoprivi, se andavi con degli altri, che la cassetta da viaggio per loro era tutt’altro che per te: mi ricordo un viaggio per esempio, anni fa, con un tipo che ascoltava solo rap e la sua compilation all’epoca non mi sembrò una compilation, ma una teoria di pezzi fastidiosamente simili, per 90 minuti di tortura su due lati. La mia aveva fatto lo stesso effetto a lui - non ne poteva più, poveretto si voleva suicidare. Un gangsta in meno. Dai suoi pantaloni cucimmo una tenda per proteggerci dal freddo. (No, in verità è che l’odiavo, lui, i suoi tramonti magici e il suo accordo di tredicesima che diffonde pace nell’anima, ma va a cagare, che alla fine di questo viaggio ti metterai con la ragazza che mi piace e adesso dal futuro io lo so, beccati gli Einstürzende Neubauten, brutto stronzo. Chissà dov’è finito, mi piacerebbe dirgli che adesso il rap quando capita l’ascolto volentieri anch’io).



Comunque: oltre alle compilation, c’è un altro tipo di cassette da viaggio. Sono quelle che sono tue e non potresti assolutamente non portarle dietro perché sarebbe come lasciare a casa i denti, o una gamba, e pensi che in qualsiasi momento può venirtene bisogno: per me so quali sono e devo dirlo, sono poche, ma potete saltare l’elenco se volete.



“Storia di un impiegato” di De André, con “Rimini” sull’altro lato.



“New York” e “Berlin” di Lou Reed.



Qualcosa di Nick Cave, che può variare ma ci deve essere sempre.



“Twin Peaks”, la colonna sonora - quella di “Exotica” sul lato B.



“Moonhead” dei Thin White Rope, con gli Spacemen 3 dall’altra parte.



E in caso sia al mare che si va, il disco dei Rain Tree Crow, e cioè i Japan sotto altro nome.



Queste cassette me le tiro sempre dietro. Ne porto tante altre, ma queste sono quelle che non cambiano mai. E ognuna di queste cassette ormai si tira dietro tanti posti e tanti momenti che non posso star qui a raccontare.



Ma c’è il momento in cui, finito il lato, invece che cambiare cassetta, decidi di scancherare con la radio, e vuoi farti assorbire dal posto dove sei, dal modo in cui suonano quelli di quel posto, dal modo in cui parlano, in cui cantano - ti fermi alle sagre, ti illudi di far parte di un mondo che può stringerti e coccolarti e non lasciarti più fuori da solo, ti lasci prendere - magari da cose che per i veri abitanti del posto suonano finte, artefatte, vuote di passato o di presenza. Chissà, tu sei un turista e non lo sai.




2.
Però io questa volta sono tornato a camminare e la musica l’ho lasciata in macchina, per cinque giorni non ne ho più voluta, né avrei potuto, e bastava ci fossero silenzio e assenza, solo sfiancarsi nel camminare e sentire una varietà di odori, la musica bastava che fosse casuale, quella degli altri, rara, ogni tanto se magari al rifugio il gestore fischiava qualcosa, o le francesi dal corridoio intonavano le loro cantate (tutte intonate, statisticamente improbabile: le donne francesi sono più intonate delle italiane, oppure era una corale in vacanza. Ma in compenso ridono con uno scoppio d’allegria sguaiata, come l’improvviso tinnire di tanti cucchiai in tante tazze).



Prima di smontare dalla macchina avevo su la colonna sonora di Twin Peaks. Non è il momento di spiegare tutto quello che ci trovo. Ci sarebbe da scrivere un volume. Solo, se potete, provate ad ascoltarla arrivando in una valle di montagna che non avevate mai visto, e sperate che - di solito succede - il Do e il La minore in crescendo si aprano all’uscita di una galleria o all’uscita di una curva scura fra i pini oltre la quale si offre la valle intera, in pieno sole, e accanto alla strada all’improvviso ci sia un lago, laggiù in fondo, e il sole sia quel sole nuovo di quando è appena passato un temporale oppure ha tirato molto vento, nitido come al mattino, anche se mattino non lo è.



Scendere intontito, barcollando per il troppo aver guidato, cercare una cartina e far scorta di cibo, sperando già di poter condividere l’impossibile - l’appartenenza a un mondo che invece vedrai solo dal di fuori, e per pochi giorni. L’estraneità che vorresti familiare, la tenerezza degli sconosciuti. Twin Peaks il primo giorno per l’agente Cooper, quando a colazione scopre la migliore crostata di mirtilli che lui abbia mai mangiato.



Per il resto, voglio solo sfiancarmi a camminare in silenzio, solo mormorare una canzone nel fiato se capita, camminare finché l’unico pensiero rimanga mettere un piede avanti all’altro e intanto sperare che tutte le decisioni che so di dover prendere e ho sospeso, al ritorno si saranno già prese da sole.



Il gestore del primo rifugio è un omino scattante e adunco, prodigo di attenzioni che forse gli costano sforzo, con tutti sti francesi che dicono un “ooohhh!!” di stupore ad ogni pietanza che lui porta, anche se è pappa d’ortiche raccolte lì sul retro o chissà che. Lui si gira e ti fa la faccia come a voler strizzarti l’occhio, dicendoti con gli occhi, “questi scemi” - lo farà anche agli altri sul tuo conto? Sua moglie lo sgrida, mentre tutti sentiamo, non se ne preoccupa affatto. Lui la subisce con la pazienza affettuosa che verso un coniuge del genere può avere solo chi segua per scelta consapevole un qualche precetto religioso: lei gli dice che lui si fa fregare, che non è buono di far niente, è lamentosa e scorbutica, non lo sopporta e non sopporta quel lavoro. Lui comunque la mattina apparecchia sereno e canticchia un pezzo dei Morcheeba (non sono un esperto, credo che siano loro).



Al secondo rifugio, ascoltano Coltrane e Jimi Hendrix (alle sette di mattina, tanto sono tutti già svegli).



C’è un ragazzo che ha rinunciato alla tenda per via della grandine e dei fulmini ed è entrato anche lui a dormire, ed è così carino con la sua fidanzata senza alcun vizio e quegli occhi azzurri e puri e i polpacci così pallidi. Lui viene per pescare in altura, trote che lui stesso portò con suo padre quand’era piccolo, in questo laghetto verde. Ma “ho il timore”, dice, “che per il freddo e il poco cibo, possano sì vivere, ma non riprodursi”. “Vado a coricarmi”, dice dopo, il suo maglione bianco con un arzigogolo sul girocollo, non so che cosa ascolta e non glielo devo chiedere, non vale, però vorrei che fosse del country con voce femminile - di quello un po’ da fiera, da fine anni ottanta, con i giovanotti in jeans che scalciano le pietre spalle al palco mentre la giostra smette di girare.



Ho voluto bene a tanti altri sconosciuti che non lo sono più stati per un giorno. Quando si è via da soli si è più attenti. Però è un’altra lista che voi potete saltare.



Una coppia tosco-piemontese, lei barista e lui sciatore. Uno skipper fuor d’acqua che è l’ex moroso della figlia di Fenoglio (!) e la sua donna attuale, che lavora ai grandi magazzini. Un produttore di vino di Alba, con la sua ragazza, che di cognome fa Pavese (!! - nessuna parentela, chiarisce). Una comitiva di camminatori muniti di torcia fra cui addirittura un poliziotto, oltre a un tipo sulla cinquantina che resta indietro a raccogliere fiorellini finché gli altri con il cibo non lo vogliono più aspettare, un tonico padre di famiglia che anche lì fa da padre a tutti quanti, e dice quand’è ora che assumano un po’ di cioccolata, un signore che mi offre zuccherini imbevuti di grappa che chiama bombardini, e un baffetto con la maglia di una festa della birra con su scritto “Barcollo ma non mollo”, il quale nonostante la torcia s’insanguina la testa battendola in un pertugio buio che porta in Francia. Ci mettiamo sopra il ghiaccio che c’è lì in terra, niente di grave.



Poi prendiamo sentieri diversi e li saluto.



L’ultima sera sopra al paese guardo i bambini che giocano a calcio, proprio come facevamo noi da piccoli dovendo correre ogni volta che la palla ci scappava, piantando le piante dei piedi giù per la discesa per evitare che la palla finisse chissà dove. Loro giocano col lago laggiù sullo sfondo, immobile mentre si scurisce, finché non si accendono le luci - io fumo e loro continuano a giocare. Avessi io queste sopracciglia, questi nasi lunghi e dolci e questi capelli biondicci o castani, stopposi, quest’andatura legnosa sbilenca che sta dove sta e non ha bisogno d’essere curiosa del suo posto, perché è il suo e lo sa da quando è nata - se il paesino che s’addormenta sul lago illuminato fosse il mio, come sarei? Sarei contento? Cambiato? Sarei un altro? Uno innamorato? Sputerei su tutto questo e me ne andrei?



Le cose ti riempiono di meraviglia mentre non smettono di farti male.




3.
La colonna sonora di Twin Peaks è perfetta da tenere dietro agli occhiali da sole, voltando le spalle alle scelte senza averle fatte con gli occhi che in fondo potrebbero anche piangere ma sanno che non sta bene e quindi rimangono secchi e un po’ amari, bruciati dal sole che hanno preso.



In pianura rimetto la radio. Trovo una stazione locale - prima c’è una trasmissione in dialetto in cui la Dj è una signora, voce sui sessantacinque, che racconta di aver passato la mattina ad attendere l’autobus che doveva portarla a far le analisi del sangue, ma quando si è scocciata di aspettare è tornata indietro ed eccola qui che trasmette. Poi c’è uno speciale su Carlo Moreno, un cantante che non conoscevo. Un contadino scappato di casa minorenne e giunto clandestino in Argentina, nei primi anni del Novecento. In Argentina cantava le arie italiane, sguattero lavapiatti e cameriere, finché lo denunciarono e lo portarono al consolato per rimpatriarlo. Due mesi dopo sbarcò in Italia, e qui prese a cantare il tango, o meglio delle melodie d’amore tangheggianti che cominciarono a andare di moda proprio allora. “Ninna nanna ai miei sogni perduti”, il suo più famoso successo, ma anche le altre che ho sentito erano belle, molto belle - uno di questi giorni lo andrò a cercare.





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