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Autore: Alfredo

Amerigo, Lindbergh e altre cose di viaggio
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Abstract: Quando il viaggio è tale, è una lunga metamorfosi. Amerigo (Francesco Guccini), Lindbergh (Ivano Fossati), Khorakhanè (Fabrizio De André), Viaggi e miraggi (Francesco De Gregori), Una città per cantare (Ron), Diesel (Eugenio Finardi).

Riferimento: Francesco Guccini Ivano Fossati


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“per la stessa ragione del viaggio viaggiare” (De André)



Il viaggio è andarsene. Per poi decidere un giorno di ritornare, certo. Ma senza lo strappo iniziale, senza il desiderio di partire davvero, rompere gli ormeggi, lasciare tutto e tutti, trasformare la realtà in ricordi, non c’è viaggio, al più gita fuori porta, passeggiata romantica, turismo, se non persino stasi mascherata. Il viaggio è tutto in quell’addio iniziale, nei timori e nella gioia di quel gesto, nella sfida che si lancia, nel vuoto che potresti incontrare, nell’abisso che spesso si spalanca. Non si può dire di aver viaggiato se non si è provata l’angoscia di partire, mista però a un sentimento di adrenalinica attesa, di eccitante apprensione, di sgusciante impazienza. In quell’aprirsi, in quello slancio spontaneo è raccolto il gesto di andare, la disponibilità a partire, il desiderio di togliere sotto di sé la terra, provare il vuoto attorno e immaginare una meta, per quanto lontana, davanti a sé.



Non è del viaggiatore la nostalgia, almeno nella fase iniziale. Perché è lì, in quel primo momento, quando si è stretti ancora nella propria dimora, che bisogna guardare avanti, sganciare zavorra, liberare l’animo, divenire leggeri, smarrire peso, perdere consistenza, gettare in avanti il cuore e, assieme, rigettare indietro ogni intralcio e ogni ostacolo. C’è una meta, ma non c’è alcuna sicurezza. C’è una strada, ma non sappiamo se sarà la nostra. C’è un paese davanti a noi, ma non c’è la certezza di incontrarlo. So appena di muovermi, questo appena so.



E, dunque, non chiedete nulla al viaggiatore, non potrebbe e non vorrebbe rispondervi. A lui basta essere in cammino, avere una meta davanti, una dimora dietro di sé, un mondo nuovo da scoprire, un’esistenza da mettere in gioco e poi, forse, un giorno potrebbe anche crescere il desiderio di ritornare. Un ritorno che sarà un altro viaggio, perché il viaggio precedente ha cambiato la sua anima, lo ha fatto divenire un altro, ha trasformato persino la sua casa d’origine. E allora, solo allora, il viaggiatore ripeterà di nuovo il tragitto per riscoprire quello che aveva perduto: il passato che è divenuto futuro, il noto che, nel frattempo, si è trasformato in ignoto, l’origine che è si è tramutata in meta.



Il viaggio, così, è questo andare verso nulla. Perché conta soprattutto lo strappo iniziale, conta il movimento che si imprime alla propria esistenza. Il divenire, e non lo stato. Il tragitto, più della destinazione. Contano le cose, le persone, le immagini e i pensieri che si incontrano durante il viaggio, che impari a conoscere, che divengono parte di te, e che non potresti assaporare e assimilare se quel tragitto non fosse mai esistito, se contassero solo il punto di partenza e quello di arrivo, se il viaggio fosse soltanto un “salto”, un’abile piroetta da un luogo a un altro.



Si va sempre verso il nulla, se si va. Altrimenti si salta qui e là, si tocca questo o quello, si visita un paese o l’altro. Posti che restano tutti identici tra loro, perché nessun viaggio ha dato loro un’identità, perché sono come ce li aspettavano, perché li conoscevamo già, già sapevamo tutto di essi, prima ancora di vederli. Perché avevamo previsto ogni cosa, perché è come se non ci fossimo mai mossi da casa. Un viaggio, invece, ci porta verso nulla perché ci prospetta l’imprevedibile, ci dona la novitas. E, dunque, ci mette a rischio, mette in gioco la nostra esistenza, ci mette a confronto con l’altro, con l’imprevedibilità, la casualità, vorrei dire l’alterità dell’altro.



Ho tentato spesso di immaginare cosa provasse l’Amerigo di Guccini, quando all’alba raccoglieva le proprie cose prima di partire per l’America. Lo vedevo in cucina, con un piccolo bagaglio, qualche vestito consunto, ancora un po’ assonnato ma eccitato, triste per essere costretto a lasciare la propria casa, ma affascinato dal nulla verso cui si apprestava. Ho provato la sua angoscia, l’angoscia di chi lascia tutto e tutti e divelle le proprie radici. Sono i momenti in cui si pensa in modo struggente ai propri affetti e il cuore è dilaniato da un sentimento di orribile tristezza. Ma sono anche gli attimi in cui il vuoto che si apre intorno sembra comunque preannunciare la possibilità di un’avventura. Con tutte le incertezze e le paure del caso, ovviamente. Pur tuttavia il fascino dell’avventura quasi ti rapisce, per divenire l’unica certezza in tuo possesso. Una certezza che è un’incertezza: questo è il nulla.



Quanti anni aveva Amerigo? Il bambino-Guccini dice che era già vecchio, che aveva il cranio raso e possedeva  un misterioso apparecchio, “un cinto d’ernia che sembrava una fondina per la pistola”. Ecco: agli occhi del bambino, il viaggiatore Amerigo si stava già trasformando, aveva già perso almeno in parte l’identità iniziale, lo aveva colto una  metamorfosi e un marchio “americano” lo stava contrassegnando ancor prima di partire: il cinto diventato fondina da cow boy. Quasi si trattasse di un’anticipazione, quasi Amerigo fosse già stato rapito. È questa la metamorfosi che il viaggio imprime alle persone e alle cose, complicando la loro esistenza, contaminandoli con altro e, in un certo senso, rendendoli nulla rispetto al precedente essere. Questa, forse, la metamorfosi di un’esistenza davvero tale, di una vita in grado di viaggiare e di “lottare” col nulla. Un destino che non tocca, non può toccare, al semplice turista, che piroetta qua e là tra spazi tutti uguali, che tali restano ai suoi occhi e che lo lasciano, in definitiva, ancora tale e quale a se stesso.



Ma nessuno, forse, meglio di Lindbergh-Fossati potrebbe raccontarci cosa si provi a “strappare” verso il nulla. Lindbergh è l’ombra di se stesso, l’uomo già trasfigurato, l’aviatore che sa staccarsi da terra e alzarsi in volo come gli altri stare su un piede solo, rimanendo, perciò, sempre attaccati alla terra. Lindbergh non ci racconta dell’Europa verso la quale si dirige, ma delle stelle che vede dal suo piccolo aereo, del niente che teme di scoprire in cielo, di quanto sia difficile sopportare quel niente e, pur tuttavia, di come esso lo attragga in quanto viaggiatore. Ci racconta di come sia deciso a fare tutta quella strada, percorrendola fino al punto esatto in cui si spegne. Ci spiega quanto la strada conti davvero, quanto il nulla debba essere coraggiosamente sfidato. Parla di una meta che nemmeno distinguiamo, che nemmeno immaginiamo, ignota, lontana, forse inaccessibile, segnata solo sulle carte o che si trova al termine di pericolosi e affascinanti sentieri interrotti. Ci suggerisce che la meta, in fondo, è proprio la strada stessa, soprattutto se essa a un certo punto perde di consistenza e il nostro si trasforma in un semplice errare. Non conta l’Europa, non conta la fine del viaggio. L’Europa non è nulla, non è un posto definibile a priori, non è nulla di più di questo nulla. E poi, per ogni strada che si perde c’è sempre un’altra ripartenza e un nuovo viaggio da ricominciare. Un essere nuovo che nasce dal nulla. Viaggi e miraggi. Un’altra città per cantare. Diesel è il ritmo della vita. E così via.





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