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Autore: zucca

l'alba bianca
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Abstract: Resta ancora negli occhi. Sempre quello fa: all’inizio è timore e al momento di andarsene se ne sente già la mancanza. La grandezza di lei la notte cresce, il tempo le è gobbo complice con ghigno. Dannati entrambi, eppure come se non se ne potesse fare a meno.

Riferimento: Vinicio Capossela


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L’aria ormai fresca, invadente nella schiena e nella pancia dopo una notte intera a camminare, come se mai bastasse, come se mai finisse, come se la curvatura della terra fosse tutta occupata dai quei sampietrini e tagliata da angoli e palazzi che sanno di piscio e tempo, da strade arrotolate agli angoli e lustre di piedi.





Piazza Navona e nessuna scusa tra te e gli altri. (E voi che fate qui? Con le mai sui fianchi e il collo tirato fuori. E perché no? E perché no?!)





Alle cinque e qualcosa iniziamo ad incamminarci. Incamminarci. Una strada intera affollata da persone che vanno nella tua stessa direzione: una diaspora notturna, l’invasione dei topi scacciata dal richiamo del Pincio.





Portare avanti il corpo in mezzo ad altri non accorgendosi dei propri movimenti. L’aria fredda, freddissima, oltre la stanchezza, andiamo sì, andiamo. Sarebbe stupido se non.





Che fatica, senti che sta cambiando qualcosa? (non lo so, non lo dire ancora)





Le scale? Tanti scalini? Piazza di Spagna? E chi l’ha vista? Mi guardavo le scarpe come se dovessi incoraggiarle a continuare. Davanti a me l’assorbente nella tasca sul sedere di una ragazza non aspettava che il prossimo scalino per saltarsene via. Ancora uno, ancora uno.





La gente canta, in questa città, penso, cantano tutti, e perché noi no?





Dopotutto basta girare lo sguardo a sinistra e l’unica cosa che vedi rischia di farti morire. San Pietro se ne sta là, di traverso come se dovesse farti l’occhiolino, ma anche rassicurante: non preoccuparti, non mi vedi? (certo, volti lo sguardo e vedi san pietro. Certo, come no?) (ma i sampietrini nascono a San Pietro?)





Schiena curva mani in tasca.





Dove ci mettiamo? Guarda là, laggiù, lo vedi come si sta schiarendo il cielo? Sono forse l’unica ad entusiasmarmi? Sapete da dove viene tutto quello? Viene dal mare, cazzo, lo sapete com’è? sta succedendo una cosa bellissima, laggiù, verso il mare, l’altro mare di là, avete presente? No, non è la stessa cosa da questa parte a due ore dal tramonto o a due ore dall’alba dall’altra parte.





(Affatto, affatto, per niente proprio.)





E poi non si sente che sembra stia succedendo qualcosa di grandioso, non ve ne accorgete che si sente tutto in modo diverso? Tira le orecchie, sta fermo un attimo. Vero, eh?





“Tramontate stelle, all’alba vincerò.”





Certo, tipico di Vinicio, iniziamo pure senza farci mancare niente, stai solamente chiudendo una notte meravigliosa sovrastando Roma all’alba.





La musica inizia come se non incontrasse la resistenza dell’aria. Ancora troppo tenera, fresca, si lascia travolgere e tutto attorno la voce di Capossela vola. Vola letteralmente. Ha a disposizione tutto lo spazio che vuole. (Ha tutta Roma.) E come i topi attirati dalla musica del flauto ci siamo ritirati quassù, corpi stanchi e occhiaie orgogliose d’essere viste. La luce si infittisce, a far compagnia a San Pietro emerge tutto il resto. E tutto il resto è Roma, e non si finisce mai di dirlo, perché non finisce mai quello che vedi. Non capisco cosa e come accade. Ma c’è festa, e il pazzo di gioia esplode e schizzano braccia nude che saltano e si agitano questo vale la pena, questo è davvero esagerato e ne vale la pena. Vale la pena esagerare all’alba, a Roma. Esagerazione e cuore e voce e stai per morire ma va bene, ne vale la pena. Ci vorrebbe un pianto collettivo.





E dici ma a me non è che in fondo sta proprio a genio, dicevi, no? Ma che stai a dì. Che sta a fagiolo, che nun lo vedi?





Vinicio e Roma, dannati entrambi, eppure come se non se ne potesse fare a meno.







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