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Autore: riccardo
Viaggio al termine del tramonto

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Abstract: Le ballerine danzano in tutù, più leggere della mia porcheria, Bardamù.
Riferimento: Céline
L’ultima domenica di agosto mi sono accorto che quest’anno non avevo visto nessun tramonto che moriva nel mare. E che io non ero morto dietro a nessun tramonto. Così quella domenica sono partito. Ho preso la freccia del mare. Piramide-Ostia Lido. Il sole casca proprio dentro il mare, è Tirreno anche lì. Avevo nelle mani una Peroni e il Viaggio al termine della notte. Nelle orecchie il White Album. Nel cervello l’estate consumata a Roma. Niente cose da raccontare alla gente che ti chiede cosa hai fatto. Niente Scandinavia, Niente Calabria, Sicilia, Sardegna. Niente Salentu che brucia co lu reggae. Niente Szieget. Niente di niente. Nel tragitto cercavo di stare dietro alla chitarra che si lamentava gentilmente. Nel tragitto cercavo di capire Céline. Perché mi tiene così. Pensavo mi fidavo di tutti quelli che hanno un’espansione dell’ego sui motori di ricerca più ampia della mia. Quindi Céline andava letto a morsi o ti prendeva a morsi (De Luca), se lo leggevi avevi voglia di essere un miserabile (Veronesi), aveva avuto il coraggio di buttarsi (Capossela). Incastravo i commenti insieme al fatto che era stato filonazista. E poi lasciavo andare tutto e mi facevo soffocare dalle sue parole.
Il tramonto sul mare non l’ho visto, sono arrivato tardi. L’ho visto se ne andava, lo stronzo, mentre ero ancora sul treno e gli alberi tra me e le periferie sfondate di un Ramazzotti in acido si trasformavano in stormi di insetti neri. Il treno che va a Ostia è pieno di reietti peggio che la Roma-Tivoli. Quella sera sfiguravo niente.
Pensa te, c’era anche Lennon. Working class hero. Ho conosciuto una ragazza spagnola che mi ha detto che per lei le cose che Lennon ha fatto da solo sono meglio di quelle con i Beatles. Non ci ho mai pensato abbastanza ma, come considerazione mi lascia inquieto.
Alla fine sono arrivato. Il tramonto l’ho proprio perso. Invece del sole a morire c’era qualche cazzo di scoglio e qualche cazzo di boa, dei ragazzi su un molo, due navi sicuro ed una forse, le mie mani e una Peroni ai piedi. Ostia. È finito tutto così, le notti mondiali, il reggae a Villa Ada, Manu Chao in una villa del mio passato. Ostia.
Sono tornato. Ostia Lido – Piramide. Non c’è da stupirsi per la mia vena di malinconia (solo mia), perché certe mattine da dove sto, ancora incastrato tra la Stazione e i Mercati che non lo sono più, sempre lì, si è sentito l’odore del mare. O meglio l’odore di quando ti svegli la mattina presto in campeggio perché il sole o una zanzara ti caccia dalla tenda e c’è quell’odore di attesa, di mare, di perdita, di gioia di esserci. Passava quell’odore sul balcone, ogni tanto. Le mattine presto di agosto. Anche lì. Ma niente tramonti poi. E niente di tutto quello che c’è tra quelle sveglie e i tramonti.
Non c’è proprio da stupirsi seho provato ad andarlo a vedere. Poi al ritorno non sono stato proprio bene. Altroché eroe della classe proletaria, altroché la guerra è finita e soprattutto altroché chitarre che si lamentano dolcemente. Altroché buonuomo.
Chi cazzo era che diceva di non temere il terrore della notte? Ha avuto così tanto a che fare il mio passato, con la mia vita, ma chi era? Altrochè buonuomo.
E poi c’era un gruppo di fasci che mi sentivo quando ero fascio che dicevano salve pioggia, salve vento di bufera, salve stelle in cielo e la notte nera. Salutavano tutti questi. Pure la notte nera. Mi ci vado a perdere dentro.
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