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Autore: Alfredo

La musica senza dimora
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Abstract: Il primo e l’ultimo LP: da Emozioni di Lucio Battisti a Ligabue. Poi un flusso di formati e di suoni senza più dimora.

Riferimento: Lucio Battisti Luciano Ligabue


Non dicevamo “vinile”, non sapevano nemmeno che cosa volesse significare. Dicevamo “dischi” o “LP” (ossia Long Playing) oppure “33”. I più tecnici azzardavano “microsolco”, per distinguerlo dal vecchio, rigido e pesantissimo 78 giri, che il giradischi (non ancora il “piatto”) suonava utilizzando una “puntina” speciale, praticamente un chiodo da carpentiere che, se per sbaglio incideva un 45 giri, ne deformava i solchi in modo irrimediabile. A quei tempi il disco era la musica, non riuscivamo a pensare che fosse semplicemente un “supporto”. Chi possedeva l’LP di una band, ne possedeva di fatto la musica. Certo, l’esecuzione (live o in studio) era la fonte originale. Tuttavia, l’LP catturava per noi questi suoni, li rendeva oggettivi e faceva tutt’uno con essi, porgendoli al nostro ascolto nella loro integrità. Conosco bene tutte le menate e le argomentazioni legate a Walter Benjamin, all’epoca della riproducibilità tecnica, alla perdita d’aura, etc., e non sto qui a discuterle, anzi. La sensazione, tuttavia, la nostra sensazione di ragazzi innamorati della musica, era davvero quella di possedere un’originale, un oggetto che rendeva stabile e concreto il movimento musicale, fermandolo sul disco, donandocelo, consentendoci di riascoltarlo sino alla consumazione finale delle note. “Ho Nursery Cryme dei Genesis” dicevo, ed ero davvero convinto di possedere quella musica. Registrare su cassetta, poi, era già “degradare” quel suono e significava attenuarne l’originalità. La “cassetta” (non ancora audio, perché non esisteva la videocassetta!) era, comunque, una soluzione di riserva, per risparmiare soldi, nulla più.



Detto ciò, vorrei raccontarvi del mio primo Long Playing, Emozioni, il secondo 33 giri di Lucio Battisti. Conteneva Anna, Non è Francesca, Acqua azzurra acqua chiara, Io vivrò, Mi ritorni in mente. Forse è il disco che cita Riccardo e che dice di aver trovato tra quelli del nonno, accanto a Papetti e agli stornelli romaneschi (!). Era la fine degli anni sessanta, ed Emozioni era fresco di incisione. Il secondo LP (regalato da uno zio) fu ancora Battisti Volume IV, che conteneva la mitica Pensieri e parole, prima in classifica per decine di settimane a Hit Parade, la trasmissione di Lelio Luttazzi che ci accompagnava tutti i venerdì alle 13, e che noi ascoltavamo in radio appena tornati da scuola mentre eravamo a pranzo. Quando, nel silenzio totale dei commensali, intorno alle 13 e 25, Luttazzi, dalla Voxson a transistor di mio padre, urlava: “Prima anche questa settimana è…” e poi partiva: “Che ne sai di un bambino che rubava…”, l’emozione era davvero fortissima. Pensavo: io ce l’ho! È lì, è vicina al giradischi, la posso vedere e toccare, e se voglio la posso ascoltare a ogni ora della giornata.



Nel tempo si sono poi accumulati tantissimi LP, che oggi fatico a posizionare o archiviare a casa mia, peraltro già invasa da una quantità notevole di altri supporti o formati (WAV, MP3, OGG e via discorrendo). Nel 1986, mio fratello mi regalò il mio primo lettore CD, un Philips con telecomando. Leggeva ovviamente soltanto i formati audio (perché altri non ne esistevano!) ed era allora una cosa nuova e sorprendente. Restò lì a guardarmi per molto tempo, perché il dominio di mercato degli LP non sembrava prossimo al tramonto, anzi. Col fatto che costavano meno di un CD, peraltro, continuavo a preferirli, fino a che nel 1991 avvenne la “rottura”: acquistai quello che fu il mio ultimo “vinile”, il primo LP di Ligabue, quello con Balliamo sul mondo. Fu un fatto memorabile, perché c’è una prima volta, ma ce n’è pure un’ultima. Si tende a ricordare le prime cose della vita, mentre le ultime vengono spesso rimosse o dimenticate, e comunque non detengono lo stesso valore di quelle che hanno aperto la fila. Eppure queste cose ultime sono quelle che segnano la conclusione di un’epoca, di un momento della propria vita, marcano un passaggio, chiudono una situazione per aprirne altre. Ligabue fu davvero l’ultimo, ed è per questo che forse l’ho  lasciato nella copertina di nylon che lo conteneva appena acquistato alla Discoteca Laziali. È un gesto simbolico, un atto dovuto credo, una cura in più per questo ultimo LP della mia vita. Guai a non rispettare le cose ultime come si fa per le prime. Senza contare che, spesso, ultimo e primo coincidono.



Oggi la mia vita è composta e assediata da una selva di formati, supporti, player, cartelle, masterizzazioni, flussi sonori. Dov’è la musica? Da ragazzo sapevo che era lì, scritta e incisa su quella plastica nera che si deformava al sole e che poteva graffiarsi e poi far saltare la puntina. E oggi? La sento, mi piace, ne faccio esperienza per molte ore al giorno, eppure dove sia davvero è difficile dirlo. C’era il vinile, oggi c’è il supporto. Nel vinile la musica dimorava, si rifugiava, quasi si celava, per poi risuonare provocata da una puntina. Il “supporto”, invece, si chiama così perché sta sotto, è solo un mezzo non una dimora e la musica vi si posa appena senza esserne assorbita; galleggia in superficie, si trasforma in cifre digitali, perde quasi la consistenza di suono fisico per divenire un oggetto astratto, vago, metamorfico. Tecnica più che arte. Esattezza più che anima. Una cosa all’apparenza inconsistente. Differente e camaleontica. Nonostante ciò ri-suona ancora, incita le stesse corde emotive, danza all’unisono o in sincope col nostro cuore, occupa la mente, l’accende. Sembra appena poggiata sul CD, sembra addirittura che non vi sia affatto, che non sia più un oggetto, non ne abbia la consistenza, eppure la sua forza d’urto, così pure la sua leggerezza, è ancora immensa e invincibile.



Metamorfosi della musica. Ridotta a flusso, movimento, fuga. Non più cosa ma evento. Scaricata qui e là, mutata di formato, ridotta a etere, aria, nulla. Eppure, proprio in questo sempre più vago esistere e in questa perdita di peso sembra davvero consistere la sua natura, quella vaga essenzialità, quel sottile proporsi, che la fa penetrare negli interstizi e nelle pieghe e poi esplodere sino a sconvolgere menti e cuore. Un flusso di note e cifre che è sempre più difficile catturare, perché lei sa riprodursi, muoversi, sfuggire alla presa, divenire sostanza proprio mentre sembra perdere originalità e consistenza. I Pensieri e parole che prima sembravano vivere nel vinile e lì morire, condividendo il destino della plastica, oggi fluttuano liberi: essenze la cui metamorfosi è sinonimo di libertà. Musica senza dimora eppure, mai come oggi, conficcata nei nostri cuori.





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