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Autore: b.e.a.

Misericordia con i guanti
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Abstract: Pioveva.

Riferimento: Lucio Battisti


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Sentivo un raschiare continuo, un pianto, uno sbuffare. Ho fatto entrare un cane: c’erano i tuoni. C’erano i lampi. Che buio stare qui in campagna. Che umido stare sulla soglia della porta della tua casa di campagna. Il cane bruttissimo e magro tremava e aveva un pelo irsuto di nodi e di sporcizia randagia, tanto che abbiamo riso. Ma il cane piangeva a suo modo, con il terrore sotto la coda.







Potevo io non amare la sua tristezza di bestia? Ho amato tristezze più trascurabili. E allora mi sono commossa, mentre ridevo. Volevo amarlo così che mi vedesse, che lo sentisse e capisse, ma puzzava tanto e altrettanto temevo le zecche che mi sono messa i guanti per accarezzarlo, ché sentisse che lo amavo. Ridevamo come piangendo perché il cane era brutto, puzzava ma -ad un tempo- tremava. Ridevo disperata. Mi faceva ridere di riflesso pensare che a te per prima facesse ridere quella mia misericordia con i guanti, quella mia crudeltà piena di carezze. Ridevo di tristezza. E ho continuato e ho cercato guanti da giardino per ridere di più di quella bestia. Ed era sempre più una pena ridere così. Sentivo la disperazione ed il riso divorarmi, perché –capisci- volevo salvarlo con i guanti. Ridevi ridevi ridevi anche tu.







Il cane si è nascosto in un angolo accanto al divano: tuonava ancora. Sentivamo l’odore forte di un animale sporco e bagnato. Che guanti che servono per amarci tutti.







Il cane non voleva più uscire. Sono rimasta con lui davanti al camino e tu te ne sei andata a fare un bagno solo per averlo amato a mani nude.







Rimasti da soli, non ridevo più. Si era sistemato tremante, con gli occhi sgranati, davanti ad una pila di dischi di quando eri ragazza. Così, ricordandomene, ho provato un improvviso desiderio di musica, di musica tua, per aspettarti. Volevo si spostasse. Gli ho detto vieni, per allontanarlo. Non si muoveva, dalla paura. Mi sono incantata a guardare, dietro l’ispido dei peli, un disco abbandonato a testa in giù: due seni nudi, un bambino, piume, ed un uomo avvolto nella carta di giornale, sotto un cielo d’erba. Il cane sporco e bagnato.







Rimasti da soli, avevo paura. Rimasti da soli, non volevo avvicinarmi più. Due seni nudi, carta di giornale, piume.







Che silenzio la tua casa di campagna. Il cane tremava e mi guardava. Non avevo il coraggio di avvicinarmi ai tuoi dischi, perché fuori tuonava anche per me. Allora ho pensato, per averlo scoperto, che quando ci sei ho più coraggio. Quando ci sei, ogni cane spaventato può sbranarmi, mentre lo accarezzo, compatisco e derido.







Sentivo rimbombare l’acqua nella vasca. Pensavo alla tua pelle che cambia e alla tua età, a quanto tempo c’è voluto per non farti avere più gli anni che ho io: ci sono voluti venti anni. Una nuvola di capelli, due seni nudi, carta di giornale, l’ispido dei peli, il cane.







Ti ho aspettata, con la furia di coprire quella solitudine con il coraggio.







La mia musica era sentire il cane che tremava, l’acqua della tua vasca e la copertina capovolta che chissà quante volte tu hai guardato diritta. Ascoltavo musica a modo mio, con l’odore del cane nelle narici. Perché immaginavo potesse essere un cantante lontano, biondo e folle, figlio dei fiori, che ti faceva da sfondo mentre fumavi spinelli, vent’anni fa. Due seni nudi, dietro l’ispido dei peli di un randagio. Inclinavo un po’ la testa, a vedere se capivo chi fosse a cantare così muto.







Rimasti da soli -il cane ed io-, la musica era non poterla ascoltare, per paura di niente: non ho paura dei cani, infatti. Ho paura dei gatti, quando sei con me, ma mentre tu ti immergevi nel sapone e tuonava, ho scoperto che con certi randagi non ho voglia di rischiare, che preferisco che tu ritorni comunque.







Il cane si è spostato: lingua fuori (di angoscia), unghie a strisciare sul pavimento, gli occhi da bestia sperduta incosciente. “Il nostro caro angelo” ho letto. E ha cantato. Il tuo disco, dentro al cartone, ha cantato. L’ho sentito e non parlava e non fiatava. Due seni, carta di giornale, peli randagi, piume, l’acqua del tuo bagno. Niente a che vedere con le tue canne di ragazza, nulla di lontano, nulla di biondo: Lucio Battisti, dentro al cartone rivoltato a testa in giù. Il ritornello sulla carta di giornale, sul bambino nudo, sui peli del cane mi ha seguita e ha suonato per farti tornare ragazza. Mi ha seguita e ha suonato finché non sei tornata da me, quarantenne, davanti al tuo camino e hai detto, come a svegliarmi, “facciamolo uscire”. Il cane, intendevi. E ha smesso di cantare. Il disco ha smesso di cantare, le piume hanno smesso di cantare, ha smesso di cantare l’uomo avvolto nella carta di giornale. Ho sentito tornare il dolore e la pietà del tuo giardino oltre la porta. È tornato il coraggio. Mentre tu ti portavi addosso una scia di mirra e di calore, ho risentito l’odore del cane che ci faceva ridere. Non è tornato il riso. Che tristezza e coraggio servono per amarsi meno, a volte. E che umido stare sulla soglia della porta della tua casa di campagna. Fallo uscire, mi hai detto, non piove più.





Beatrice Zerbini



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