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Autore: occhio
Che io speriamo che sia

Abstract: Ascoltando soprattutto i Notturni di Chopin. Ma anche: di Niobe "White Hats"... poi Miles Davis, i Neu, Battisti, e tutto il resto, e quello che mi capita, e quello che invece no!
Riferimento: Chopin
Adesso ascolto Chopin!
In mp3!
Credo che Chopin non l’avrebbe mai detto!
Neanche io!
In effetti, non avrei mai detto che avrei mai ascoltato Chopin, un giorno!
Però ci sta tutto nella vita. E ci sta tutta una vita nelle note di Chopin!
A volte ti sembra che siano esagerate, troppo voluttuose, ma poi no, perché rallentano, ti rinfrescano la faccia e ti sussurrano qualcosa che sa di passione e cedimento, esitazione ed esaltazione.
Questa musica è soffice come Calvino, e l’immaterialità dei file le dona.
Si sparge come una danza, come un corpo che cade e rotola sul pavimento del cielo, come un amore che non abbiamo ancora visto per rimpiangerlo, che non abbiamo ancora nutrito per lodarlo. È sangue bianco che non ha perso colore. È vino rosso che non ha perso sapore.
Poi tutta questa potente alea di immaterialità si concretizza nella cassa di legno del piano, nei suoi martelletti, nei tasti d’avorio bianchi e neri, nelle mani, nelle terminazioni nervose, nel tatto, nel sentimento, nell’occhio stretto, nelle labbra serrate e di colpo aperte del pianista, che al talento riserva un’occasione per lasciare traccia.
Miracolo, quindi.
Miracolo dei tempi nel tempo. A danno di chi odia la tecnologia, di chi si fa beffe dell’antico. A sberleffo di chi non vuole saperne di coltivarsi una passione, di chi non sa cosa sia perdere tempo, indietreggiare, cedersi, concedersi un momento, aumentarsi un rimpianto, trovarsi un ricordo. Ad insulto di chi crede che il meglio sia stato, che il peggio deve ancora venire, che tutto deve morire.
Musica che è ancora vita, idee, mondi in collisione. Poi tutto precipita in un soffice albume d’uovo: embrione post-coito, valvola rettale, percussione oceanica, assuefazione da immagini, debolezze occidentali, polpettone borghese, muscolatura africana, scale cromatiche indiane.
Pausa. La corsa. Pausa. Maniera matematica di scrivere l’emozioni.
Così sono legato, costretto a questa musica, adesso.
Eppure non l’avrei detto.
Eppure non ci avrei scommesso.
Rivoluzionario odontoiatrico, io, non ci avrei fatto caso.
A Chopin.
Ma ora il mio respiro è strozzato.
Penso alla cameriera di un caffè, dove sono stato l’altra sera. Delicata come un la minore, ma vorticosa nel sorriso come un re maggiore, imbarazzata come un mi che non possiede il diesis, quando qualcuno, come me, attacca a salutarla, prima di ordinare. E la vedi, a rintracciare i capelli neri, ad alzarsi una manica indiscreta che si abbassa, a sistemarsi i pantaloni a vita bassa, che lasciano correre negli scoli sabbiosi i respiri del mio desiderio, come un ciuffo sulla fronte, un pelo d’erba sotto la ruota della bicicletta, a maggio, una goccia che d’improvviso riga il parabrezza, in inverno.
Penso a lei, quando sono pendulo, come un ombrello, un violino scordato, un’atroce confessione, un misfatto balenato e rinnegato, un polso slogato, la sirena dell’ambulanza, la parsimonia di mia madre.
Avrei voluto renderla fa diesis e legarmela al dito, come una vendetta, come un piacere sadico, come un’offesa, come una spiegazione da rintracciare.
Avrei dovuto scolpirla nell’aria in una scala impetuosa di dolcezze stonate, dopo scheggiarla di carezze mordaci.
L’altra sera, appena l’ho veduta, mi sono detto bevi per festeggiare. Bevi prima ancora di conoscerla. Poi, giacché, conoscila.
Non mi sono allontanato dal bancone, mai. Però non ci ho nemmeno parlato!
La notte è passata fra le mie gambe, strisciando un piacere innocuo, che io volevo ma non potevo. Mi rifarò, mi sono detto.
Ed è così che la musica ti inganna. Con le sue possibilità. Come la vita.
E passa.
Che ti giri e non pare che sia già passata.
Solo che poi ne senti solo l’odore.
Ed è un sussurro. Una voce. Una luce che brandisce la polvere. Una notte che ispessisce i silenzi.
Certo parlare di supporti dei ricordi mi fa venire in mente le musicassette!
Ma prima, ecco un carillon! Il mio primo contatto con la musica che si riproduce.
La ballerina. Il tic tac. La seta bianca. La gamba tesa e bella.
Ma era destinata a crescere la schiuma del latte:
I nastri magnetici imprigionano le ninna nanne e mia madre non ha più uno sguardo, io giochi nuovi.
La mia prima cassetta fu un Adriano Celentano di centoventi minuti!
Ruote di frantoi che frantumarono la distanza fra me e mio padre.
Lo stesso gusto.
L’infanzia celere, la disinvoltura. La mistica. La posa rock di famiglia italiana.
Sviluppai il senso del gruppo come le scimmie e diedi il cinque con Jovanotti.
Sviluppai l’angosciosa diversità animale con Esatto di Francesco Salvi.
Continuai…
Pile. Di casette e quaderni.
Compiti ed esecuzioni di lasciti.
A quattordici anni registravo tutto su cassetta.
Suoni e ultrasuoni- radio 2.
I concerti. La mitica sala A di via Asiago.
S’era fatta avanti la distanza.
Adolescenza.
La scomodità.
Le parole fuori posto.
Avanti ed indietro.
I motorini.
Il fumo nero aveva preso il posto dell’uomo nero e si agitava nel mio carburatore 19!
Marmitta Giannelli!
Giornata al mare, tutti presenti!
Mutande bianche.
Calzette colorate.
Big Bubble scoppiate!
Hai fatto l’inglese per domani?
Hai accordato la chitarra?
Perché Lisa ti ha lasciato?
Perché ascolti ancora i Korn?
Perché non ti siedi un attimo?
I pomeriggi stiracchiati davanti al mare. Con le mani ghiacciate. I Rage che andavano in macchina e si parlava di aborto fra di noi ragazzi, mentre le ragazze facevano le donne al tabacchino, con l’accendino in mano e le maniche dei golf di lana a mo’ di guanti.
Era difficile, tutto difficile. Anche ascoltare la propria canzone preferita era impresa mica facile, se si voleva compierla all’istante.
Quando emergeva il battito, il nastro cedeva. Si rompeva l’argine e non c’era più il reitero dell’emozione. Nasceva l’impossibilità del ripristino. Magari era l’attimo in cui avresti voluto strapparti un callo, dileguarti come un’auto pirata, oppure scivolare nelle fogne buie come la pioggia, per non essere pestato dalla luna metallica.
Per quanto sopra, ho accolto i cd con un sospiro di sollievo.
Un arcobaleno. Un iride di ghiaccio. Il vortice del nuovo. L’entusiasmo dell’ignorante.
Un mio amico, quello tecnologico, quello con i genitori laureati, quello con i genitori che capivano le tendenze artistiche, quello con i genitori che ci si poteva parlare e fumare, quello con i genitori che non c’entravano un cazzo con i miei, ma se glielo rimproveravi – ai miei - attaccavano con i “non è vero”, i “cosa dici?”, “cosa ti manca?”, fu il primo ad acquistarli. E mi disse: “Fra’, sono fantastici. Ferretti mi sembra di avercelo nella stanza!” “Sento proprio le corde di metallo della chitarra di Hendrix! Hai presente Hendrix? Le vedo proprio luccicare le corde.” Così a casa sua, sempre. A fumare. Con il cocco sulla scrivania pieno di cartine bruciate, mozziconi e semi di arancio, o mela. Perché a Chiara piacevano le mele, a me piaceva Chiara. A Chiara piaceva lui. A lui piaceva un'altra. Alla fine ognuno è finito con un altro. Io non mi ricordo. Però se metto su Annarella...? uhmmmm, la facevo con la chitarra per Gabriella.
Ma a parte queste digressioni da maniaco del sentimento, dello zoom e di blob, del flusso di coscienza e di Joyce, ritorniamo ai cd.
Indistruttibili amici. Puliti. Preziosi e costosi.
Ho speso un sacco di soldi, sì.
E non capisco gli idioti che non comprano musica ma fumano. Non è che siano idioti perché fumino, capiamoci subito. Anche io ho fumato per diversi anni. Ho smesso a Damasco, quando quaranta condannati a morte, in un giorno di sole, ho lasciato contenti. Del resto, non sono certo un salutista, visto come bevo! Tuttavia, a ragionare come loro, verrebbe più naturale smettere di fumare! A pensarci bene, infatti, costano più le sigarette che la musica. Inoltre si alimentano le case farmaceutiche e quello Stato in cui molti di loro non credono. Capisco che fa fighi avere del tabacco fra le labbra, anziché un cd originale fra le mani, però le grandi multinazionali licenzieranno, sì sa, se è un problema di utili che non arrivano, licenzieranno. E dove andranno i lavoratori?
E comunque qualcosa non va in Italia, se in paesi dove il costo della vita è più alto, il pane vale quanto il caviale e le sigarette sono fatte col denaro, la musica costa meno, molto meno. Mboh! Potere della macroeconomia che non sono tenuto a capire, forse.
D’altro canto ci sono cose a cui non mi abituerò facilmente.
La velocità dei cd, ad esempio.
Girano così veloci che dovrebbero contenere solo musica punk, oppure della techno, o della acidhouse.
Certa musica “vecchia” non c’entra proprio col cd. Blue di Miles Davis, for example. Il suono è lì, scende lento, come un sipario purpureo sul giorno passato a rimuginare cosa è che non si è ancora acceso, mentre il cd lo vedi che si danna l’anima a girare. Forse per farsi perdonare l’assenza di quel fruscio, che è una unghia in una schiena, un mazzo di fiori sul televisore, una domenica di sole, un pomeriggio di ottobre, un fiammifero dentro il petto, un crepitio acquoso e pieno di vento, un incipit micidiale, un silenzio in moto che sa della chimica, la saliva di Anna che mi pioveva dentro.
È, però, vero, che ci sono album nuovi, che pur essendo figli di tecniche digitali, sanno colorarsi di così antico, che uno gli ascolterebbe volentieri osservando un vinile girare, e girare lento. White Hats di Niobe mi fa questo effetto. Neve che sale, fiume che non vede mai il mare, giorno che schianta in terra la luna.
Vorrei conoscerla Niobe, di persona. Chiacchierare di Hitler, di stornelli romani, di fughe di gas, di discoteche affollate. Le vorrei chiedere cosa pensa di Madonna, del Botticelli, del Volks. Ovviamente cercherei di fare colpo e di farci altro. E non lo direi a nessuno. Ne riderei di gioia soltanto.
Siccome voglio essere onesto, dico pure che ci sono pezzi che hanno un effetto contrario. Avete presente Hallogallo?
A proposito di galli… la Francia. Gli Air. Sexy boy.
Non ho molti vinili. E non ho motivi perché questa situazione cambi. Non sono un dj. Inoltre mi si è rotto il braccetto del giradischi, non ho molti soldi e sono piuttosto comodo.
Uno di quei pochi, dicevo, è Sexy Boy degli Air. Anche questo pezzo esce vivo dai solchi.
L’ho acquistato per provare il giradischi appena comprato. Quello che ora ha il braccio rotto, per l’appunto. Il negoziante sotto casa, ad essere precisi anche l’unico in paese, non è che avesse così tanti vinili, a meno di non contare Felicità di Al Bano e Romina, Figli di Toto Cutugno, Granata di Claudio Villa e qualche altra cosa bella stagionata. E questo se lo ritrovava sugli scaffali dato che un tipo l’aveva ordinato due mesi prima e non era mai passato a ritirarlo. Come è e come non è, l’acquisto era stato consigliato da Fabio De Luca, se non sbaglio, perciò mi pareva che fosse cosa buona e giusta procurarselo. All’epoca mi fidavo della radio di più, come pure in generale.
Ad ogni modo la scelta fu azzeccata, perché la donna che canta ebete sexy boy, sexy boy, sexy boy si rivelò un ottimo esercizio mantrico per l’autostima di un adolescente. Tant’è che lo mesi su quando nella mia stanza capitò Alessandra. Te la ricordi Alessandra? La ragazza con l’apparecchio. Occhi neri. Minuta. Due anni più piccola. Si è fatta schifo. Si è fatto tardi.
Appunto tardi.
È sempre tardi per ascoltare musica sul vinile.
È sempre musica, ma sa di storie passate, di passamanerie impolverate, di bicchieri di vino tracannati, di cristalli rotti, di passioni, di ragioni, di impressionante colore, di seducente materia, di possesso, di autenticità, di cronologia, di concetto, di mito.
Comunque è musica.
E sa di te. Anche senza conoscerla, come la cameriera di quel misterioso caffè.
Ti ricorda di te, come gli amici, le ragazze con cui sei uscito, le serate scucite a chi dovevi qualcosa, i saluti per strada, i nomi sui campanelli o sulla guida telefonica, gli appelli televisivi dei partiti, la pubblicità, l’immorale normalità.
Comunque, non avrà mai fine, la musica, qualunque sia la sua accordatura, stampa, diffusione.
Tanto, ne sono sicuro, arriveremo di nuovo a scioglierci tutti dentro un canto, che io speriamo che sia libero!
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