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Autore: ismael
il Nobel a Menarca

Abstract: Un verbale, e qualche nota di musica emiliana.
Riferimento: Menarca
La commissione si è riunita nella mezza camera adibita a studio in casa mia, e c’era un gran freddo perché ancora non abbiamo acceso il termo. Dopo un breve consulto ci siamo trovati d’accordo su quanto segue.
Riguardo a Bob Dylan, pensiamo tutti che poteva meritare il Nobel, ma che forse gli andava dato prima. Non perché adesso sia bollito, il ritmo unico e trascinante che c’è in quella voce catarrosa di oggi, è favoloso, ma lui non ha l’impatto che poteva avere fino a vent’anni fa, e il sapore sarebbe quello di un riconoscimento tardivo alla carriera che nasconde una nostalgia pelosa.
Andava dato a Fabrizio De André, a lui andava dato sul serio, De André resterà per sempre e aveva tutto, anche quell’incidenza sociale che di solito quando si dà il Nobel non si trascura mai. Ma De André è morto, pure se solo fisicamente, perché De André, la commisione sa di mostrarsi banale, è davvero uno di quegli uomini che non moriranno mai ed è fortuna di ogni altro uomo prima poi poterli conoscere e ascoltare, nella vita.
Il premio, sempre in Italia, provocando, sarebbe stato bello assegnarlo a Piero Ciampi. (Il Premio Chianti già l’aveva vinto, disse lui una volta, il Nobel ancora gli mancava).
Comunque, a giudizio unanime e immediato di tutti i presenti il vero mostro sacro meritevole e assoluto, colui che ha segnato indelebilmente tutto il secondo Novecento influenzando il corso di ogni rivolo che scenda portando musica buona, e letteratura in musica buona, è Lou Reed, più ancora di Bob Dylan (giudizio di questa commissione, potete anche sindacarlo, ma non chiedeteci di cambiare idea).
Leonard Cohen lo poniamo al di sotto, è un grandissimo poeta ma è più narcisista e autoreferenziale, prorompe anche dai suoi romanzi. Se andasse premiato l’ego ebraico di un tombeur de femmes, allora gli preferiremmo Philip Roth.
Nemmeno a Nick Cave daremmo il Nobel, è folle e immenso l’amore che ognuno in questa camera gli porta, ma onestamente bisogna riconoscere che Nick deriva, come un figlio sempre riconoscente, dai sopra detti Cohen, Bob Dylan e Lou Reed, e il Nobel proprio non ce la sentiamo. Prima a loro, poi a lui, se è il caso. Per di più, il suo unico romanzo adesso a riguardarlo è troppo mirato all’effetto scioccante, è un Sessanta per Cento di Faulkner, un Trenta di Flannery O’Connor e un Dieci di sua esagerazione personale che a rileggerlo risulta anche stucchevole, ogni tanto.
Insomma, il Nobel l’avremmo dato a De André ma purtroppo non possiamo più, lo daremmo a Lou Reed ma a parlare di Lou Reed non ci attentiamo, è troppo lassù in alto per provarci senza vergognarsi di aver detto fesserie.
Perciò, abbiamo deciso di parlarvi di Menarca, un signore modenese sui cinquant’anni che il Nobel non lo vincerà mai, non lo troverete mai nemmeno in un negozio di dischi e forse se non ne parlassimo adesso non ne sentireste mai parlare in vita vostra. Non ci spinge una forma di snobismo, o un voler stupire cercando la robetta alternativa tanto per fare i fighi. È un atteggiamento che la commissione odia. Anzi odiamo la parola “atteggiamento”. Un “atteggiamento” se ci pensate è una cosa completamente inutile e vuota.
Una volta, una volta ero bravo, ma adesso...
Adesso, nessuno mi caga, e se mi cagano, cagano il cazzo.
(UNA VOLTA ERA UNA VOLTA, Menarca, 2003)
Sono solo, sono solo,
Ho bisogno di farmi notare...
(HO RUBATO ALLA COOP, Menarca, primi anni 90)
Non ci sono atteggiamenti in quello che fa questo signore, che è stempiato e dimesso e vestito da nonno, e non c’è proprio niente di figo. A lui basterebbe avere una donna e una vita normale, e la capacità di lasciare qualche velo alle cose per stare relativamente bene come facciamo più o meno tutti quanti. Questo mette profondamente in imbarazzo, quando lo si ascolta, perché da una parte il modo più normale che si può avere per accostarsi alle sue “canzoni” è l’ironia, è l’unico modo sopportabile per noi e in fondo lui è consapevole dell’ironia, anche sua. Però lui È COSÌ, e nessuno di noi farebbe cambio, lui non ha un ambiente diverso dove rimettersi pulito e sereno una volta che ha smesso di cantare, così come l’abbiamo noi magari dopo esserci fatti due risate ad ascoltarlo, bella fatica, e quindi a buttarla sull’ironia sembra di fargli un torto a livello umano, a lui persona, perché lo si può anche ascoltare ridendo ma contemporaneamente ci si deve sentire una merda; allora, accantonando l’ironia, quello che resta è qualcosa che è troppo vero per piacere, troppo vero per non essere rispettato, ma troppo terribile per essere preso sul serio senza danni.
Ora, per non parlare troppo a vuoto di qualcuno che ancora non abbiamo presentato, diremo che i lavori di Menarca di cui siamo a conoscenza fino ad oggi sono questi:
- SODOMIA VAGINALE / CONTRO IL DANARO PER IL SANGUE MESTRUALE (primi anni 90)
- MENARCA 1993-1999 IL PEGGIO DELLA SUA VITA
- Menarca presenta V.I.A.D.O.S.: lo sperma di Eva. VERGA IN ANO DOLENTE ORIFIZIO SFONDA (2003)
- NESSUNO MI CAGA, E SE MI CAGANO, CAGANO IL CAZZO (2004, registrazione dal vivo dell’unico concerto mai tenuto da Menarca, concesso alla condizione che lo spettatore fosse solo uno, scelto dagli organizzatori, chi fosse a lui non importava).
I pezzi di Menarca sono fondamentalmente Spoken Words su basi elettroniche a volte imparentate con il dark-industrial più codificato: si sentono i Laibach, i Coil, i Dead Can Dance, o tutte le altre cose che si potevano ascoltare nella discoteca dark dal pavimento unto a scacchi bianchi e neri che occupava a Modena il secondo piano di un palazzo vicino alla stazione dei treni. Altre volte è elettronica minimale e volutamente sciatta. Ci sono semplici registrazioni vocali fatte con un walkman lungo la strada, oppure all’interno del cesso di una locale di tendenza mentre gli altri fuori ballano, e poi trasferite su CD. Altre sono operazioni dadaiste, come i pezzi costituiti interamente da rutti, scorregge e rumori di sciacquone, oppure, ad esempio, la cover di “Come mai” degli 883, consistente in questo: Menarca è in una stanza in cui uno stereo qualsiasi riproduce la canzone degli 883 per intero - e il testo d’amore furbetto stride con la sua solitudine sfacciata provocando una strana sensazione, come di angoscia sarcastica. Mentre la canzone va avanti nel fruscio di sottofondo, Menarca registrandosi con un secondo stereo si sovrappone recitando il mantra “Viva la figa”, con un accento piatto di bassa modenese, decine e decine di volte finché non finisce il pezzo degli 883.
Una volta, anni fa, pare che abbia registrato una casetta in cui confessava la pena d’essere diventato un satanista e l’abbia spedita in novanta copie ai novanta vescovi d’Italia, dei quali si era premurato di cercare gli indirizzi.
Adesso vedremo qualche testo, per darvi un’idea di quanto è grande.
DIO È MORTO (che prima di sentirla, per un po’ si immagina che sia una cover di Guccini, e invece dice):
Dio è morto
e io sono vivo
Lenin è morto
e io sono vivo
John Lennon è morto
e io sono vivo
Freddy Mercury è morto
e io sono vivo
Vasco Rossi è morto
e io sono vivo
Tutto
è morto
alla stazione delle corriere
(...)
Se voi aveste presente cos’è la stazione delle corriere di Modena, cos’è tutta quella zona di Modena quando piove! Modena intera è squallida e grigia, puzzolente di merda di cane che si squaglia e di piccione, di merda di cavallo in certe strade, i cavalli dell’accademia militare (“al maiale il suo codino / al cadetto il suo spadino” diceva una scritta in Via Emilia quando andavamo a scuola) ma la stazione delle corriere è il simbolo assoluto di un simile squallore: tutte le ruffianate di un Ligabue col suo mito ruffiano di questa fantomatica Via Emilia all’americana, già proposto e usurato, e più credibilmente, da altri più rispettabili e ben prima di lui, un mito già affossato e senza appello dai CCCP negli anni Ottanta ma da lui bellamente riciclato in testi ruffiani che non vogliono dire un bel niente di niente, bene, tutta la ruffianaggine pseudoemiliana di un insulso Ligabue si va a far benedire in un baleno.
Emilia di notti dissolversi stupide
sparire ad una ad una impotenti
in un posto nuovo dell’A.R.C.I.
(CCCP - che emozione soltanto a ricopiarli, questi versi...)
Altro che la Via Emilia e il West (Detto con stima e enorme affetto per Guccini).
“Stasera vado sulla tangenziale” - dice piuttosto Menarca:
Nebbia e pioggia
è la sera ideale
è il momento giusto
Stasera vado sulla tangenziale
e aspetto
che le pillole facciano effetto.
La tangenziale
è la mia discoteca.
Le macchine sono
la mia musica.
Desolazione
è la mia Ceres.
Desolazione
è la mia Ceres.
(...)
Vado vicino alle puttane
le puttane
Ombre nere nella notte
Come cipressi.
(...)
La tangenziale
è una chiesa
deserta
La tangenziale
è una discoteca
deserta
e grande
e trasmette
canzonette
degli anni Quaranta e Cinquanta
e c’è un barista di Settatt’anni
che ti serve
(...)
(TANGENZIALE)
Oppure la cover di “Penso positivo”, in cui Menarca fa scorrere dall’inizio il brano cantato da Jovanotti fino al punto in cui lo stoppa per schiacciare il REC e continuarne a cappella il testo:
(Jovanotti): ...Io credo che a questo mondo esista solo una grande chiesa ... (STACCO - entra Menarca): ...che parte da Licio Gelli per arrivare a Mario Chiesa
passando per Pietro Maso, il Vaticano, Emilio Fede
Io penso negativo, perché son vivo ancor per poco
Io penso negativo, perché son vivo ancor per poco
negativo, negativo, mi fate schifo, mi fate schifo
io odio l’umanità, e tutto quanto ci sta
Io penso positivo, perché son vivo, perché son vivo
io penso positivo, o negativo,
perché... sono solo, non ho lavoro ... non ho la figa, non me ne frega un cazzo
io penso negativo, negativo, e chi se ne frega del buddismo
e chi se ne frega di ... Boh ... Come si chiama?
(IO PENSO NEGATIVO)
Ecco, quel bel fare maudit, ma inoffensivo, giusto un pizzichino, la barba di due giorni con i peli disordinati accuratamente, quel pelo di maudit che tanto attira le sbarbine verso il divanetto sul quale tu Ligabue te ne stai stravaccato appoggiando gli stivaletti dove altri non oserebbero e ragionando da rocker filosofo sulle falene che muoiono contro le lampadine e sui massimi sistemi, viene spazzato via da tre parole in croce di uno sfigato vero. A un vero disperato le donne non gli ronzano intorno, perché il puzzo di vera disperazione le tiene lontane, “le donne lo sanno”, per citare quella tua canzone il cui video è identico ad una vecchia pubblicità di una marca di assorbenti. (Ricordate? Si lanciavano giù dall’aeroplano, librandosi nell’aria con i paracadute...)
HO RUBATO ALLA COOP, sempre dei primi anni Novanta:
Ho rubato alla COOP, ho rubato alla COOP
rossetti, slip e mascara
Non sono psicotico, non sono un maligno
L’ho fatto per farmi notare
Signor pretore, signor pretore
l’ho fatto per farmi notare
Non c’è malizia, signor pretore
sia comprensivo, io sono solo
Signor pretore, ho rubato
è vero, lei ne è informato
Ho dei precedenti per furto
Ho rubato anche alla Standa.
Signor pretore, non sono cleptomane,
non sono psicopatico o nient’altro
Sono solo, sono solo
ho bisogno di farmi notare
(...)
Signor pretore, sono disoccupato,
sono un artista fallito,
ho quarant’anni, signor pretore...
Ci lasciamo con un ultimo estratto, da PRESIDENTE SCALFARO, che si commenta da solo per quanto è geniale e insieme inaffrontabile. Di nuovo, uno vorrebbe prenderlo con la distanza dell’ironia, ma siccome non è permesso, resta solo un’impossibilità.
Presidente Scalfaro,
Presidente Scalfaro, sciolga le camere
Presidente Scalfaro, sciolga le camere, Se no uccido i bambini
(...)
Presidente Scalfaro, io ho bisogno d’amore
Presidente Scalfaro, io sono ateo, perché Dio non si manifesta, solo per questo
Io credo di non essere amato da Dio
(...)
Presidente, sciolga le camere, dobbiamo farla finita, dobbiamo... dobbiamo affratellarci... dobbiamo risolvere questa mancanza d’amore
Presidente, mi sento solo ... vorrei avere un fantasma, vorrei avere... dei topi in casa
mi sento solo
nonostante questo, la Madonna non mi appare, Dio non si manifesta, nessuna alternativa politica si protrae all’orizzonte, cosa posso fare...
Uccidermi! Voglio uccidermi, perché sono solo
ho voglia di figa!, mi sento solo, presidente Scalfaro
(...)
Presidente Scalfaro, non vado in discoteca, perché mi sono rotto... le scatol... il cazzo,
le fighe non mi cagano, presidente Scalfaro
io vado, io vado al bar, bevo la mia grappa, anzi bevo due grappe, bevo anche un amaro, una bottiglia di lambrusco... Presidente Scalfaro, sciolga le camere, per cortesia
(...)
Presidente Scalfaro, sto uscendo dalla discoteca, ecco sono entrato nel cesso - prima di uccidermi voglio, o meglio vorrei, vorrei provare a esibire - a esibirmi... vorrei essere qualcosa che non sono mai stato... vorrei fare l’attore... vorrei essere Mazinga - vorrei scoparmi... Vorrei essere scopato da una, da... da Claudia Schiffer, presidente Scalfaro.
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