Cerca
Leggi scritto
Autore: Alfredo
Nulla più della poesia

Abstract: Difficile dare un Nobel così, su due piedi. Soprattutto se ti sei già commosso per versi di grande poesia. Leggete e vedrete.
Riferimento: Eugenio Finardi
Sono indeciso, lo ammetto. Un’indecisione che mi pone in una posizione di stallo, dalla quale è difficile uscire, tant’è che mi sono ridotto a scrivere questo pezzo all’ultimo momento. Da una parte, c’è Eugenio Finardi, sul quale potrei scrivere un libro, tanto mi appassiona il personaggio, tanto amo le sue canzoni, tanto mi soffermo con attenzione sui suoi testi e sulle sue parole. Dall’altra, i Clash, un gruppo mitico, l’essenza di un certo modo di intendere il rock, interpreti di forme musicali prima dirompenti, poi commiste ad altri generi in modi assolutamente originali. Dalla parte di Finardi c’è una canzone come Il treno (e non solo, ovviamente), che avrei voluto scrivere io, e c’è un senso etico della musica e del mestiere di musicista da inchinarsi. Dalla parte dei Clash, c’è invece London Calling, a mio parere il più bel disco/CD di tutta la storia del rock. Esagero? Non credo. Giudico bello o brutto un lavoro se mi colpisce la timbrica, ossia la parte più materiale e più concreta della musica, quella che stuzzica a fondo il padiglione auricolare e tocca le sensibilità percettive prima che suggestionare romanticamente l’animo. Be’, la timbrica di London Calling e le sue particolari sonorità sono, anche dopo 27 anni, un piacere assoluto. Per non dire del senso complessivo dell’opera (la rivolta, lo spirito di ribellione, la rabbia) che non affoga in ardore chitarristico, ma assume forme multiple, complesse, talvolta persino raffinate (Train in vain). Ci senti persino puzza di cultura!
Bene, detto ciò mi trovo ancora al punto iniziale, ossia avvolto nel dubbio amletico. In questi giorni mi sono anche chiesto: che significa assegnare un premio Nobel a un cantante/musicista? Quale differenza tra lui e il poeta? Difficile dirlo. Oppure facile: diciamo che questa differenza è la musica? Anche se, bisogna ammettere che la musica e la prosodia appartengono strutturalmente anche alla poesia. Non c’è poesia se non c’è un po’ di incanto del linguaggio. Sentite questo verso di Ceccardo Roccatagliata Ceccardi (un poeta della linea ligure), che cito a memoria: «Chiara felicità della riviera, quando il melo si fa magro d’argenti». Ripetetelo e sentite come la lingua fa le fusa in questo continuo accavallarsi e sciogliersi di fonemi. Non è musica questa? Lo è senz’altro. E allora non è qui la differenza. Semmai qui c’è un elemento di unità. Peraltro, basterebbe ricordare come gli antichi cantori greci o i poeti trobadorici ricorressero proprio alla musica, al canto per declamare i propri versi e raccontare le proprie storie. Bisogna cercare la differenza da un’altra parte, allora. Forse nel fatto che la poesia oggi è fondamentalmente scrittura (e dunque anche lettura solitaria) e la musica interpretazione spettacolare (dunque fenomeno principalmente collettivo)? Ma è davvero così? Ricordate il vecchio festival dei poeti a Castelporziano? E, accanto a questo, pensate alla differenza che intercorre tra esecuzione in studio e esecuzione live: anche la musica ha un suo aspetto recondito, circoscritto, da laboratorio, che la rende, almeno un po’, un’arte di ricerca, di approfondimento, di misurata sovrapposizione di tracce ben ponderate piuttosto che sfrenata esplosione di suoni dinanzi a un pubblico orgiastico. C’è un elemento riflessivo e di studio anche nell’arte musicale, e pure nel rock più duro e irriverente, così come nel più sguaiato. C’è un momento in cui la musica è letteratura e la letteratura musica, e quindi siamo punto a capo nella nostra ricerca di differenze.
Ammettiamo, così, per brevità (il tempo è la vera ricchezza) che non si diano diversità plateali, ma solo differenti sfumature (sarà davvero così? Mah!). In tal caso, un Nobel al musicista potrebbe pure starci. E allora: Finardi, ossia la poesia etica, oppure i Clash, ossia le sonorità etniche, il coraggio dello sconfinamento dei generi, il rock come lingua della ribellione? Ah, se esistesse un gruppo che eseguisse Musica ribelle come se fosse incisa su Sandinista, sarei a cavallo. E invece mi tocca ragionare qui, in diretta, senza essere ancora certo di quale debba essere la mia scelta finale. Mi sento Jarrett mentre esegue dei “piano-solo” totalmente improvvisati, ignoti persino a lui stesso negli esiti.
Una via d’uscita ci sarebbe. Come tutte le giurie che si rispettano, dovrei avere un candidato outsider su cui ripiegare in caso di stallo. Io ce lo avrei pure, a dire il vero. Più di uno. Che ne dite di Peter Hammill, il canto disperato? O di Peter Gabriel? L’ho visto eseguire dal vivo Musical Box molti anni fa, ed è ancora un'emozione, soprattutto quando, vestito da vecchio intonava: «Touch me now». Oppure di Miles Davis, il cui merito principale è nell’aver partorito Bitchies Brew, una sorta di assoluto musicale. Giorni fa sono andato a vedere Carl Palmer con la sua band, è su con gli anni, ma macina colpi come se fosse un treno. Io un Nobel glielo darei, perché no?
Poi però penso che il Nobel lo vinse nel 1975 Eugenio Montale, il poeta. E un po’ mi viene da piangere. Perché le sue vette sono irraggiungibili. E assegnare il Nobel a, che so?, Eric Clapton, per quanto ami quella chitarra blues, sia quasi una bestemmia, se confrontato con la quasi-prosa di Montale, e con quelle poesie alla moglie defunta: versi struggenti, canto che sembra appassito e invece è altissimo, tanto alto da sembrare qui, vicino a noi, alla nostra più aspra quotidianità. Sentite: «Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale/ e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino./Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio. […] Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio/ non già perché con quattr’occhi forse si vede di più./ Con te le ho scese perché sapevo che di noi due/ le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,/ erano le tue». E ancora: «Avevamo studiato per l’aldilà/ un fischio, un segno di riconoscimento./ Mi provo a modularlo nella speranza/ che tutti siamo già morti senza saperlo». Versi lunghi, quasi prosa, canto tenue, eppure grande poesia. Per quanto io voglia bene alla musica, al rock, al jazz, non c’è nulla che io riesca ad accostare a questi versi. Ecco, dovrebbe farsi avanti qualcuno che mi faccia davvero commuovere con la stessa intensità e mi prenda l’animo. Non mi viene in mente nulla che abbia la stessa intensità, la stessa potenza del canto. Non è questione di poesia e di musica, me ne guardo bene, è questione di Montale da una parte e di tutto il resto dall’altra. Non c’è confronto. Mi sono anche commosso in talune circostanze, e ho sentito l’animo stringersi. Penso a Titanic di De Gregori, al brano cantato con la Marini, a quel figlio con un piede in terra e l’altro già nel mare, oppure, sempre della Marini, a quegli operai che hanno dato una dimostrazione in una Reggio Calabria a sera talmente trasformata che sembrava di essere in una giornata di mercato, il 22 ottobre del settantadue. E allora mi ritiro in buon ordine e penso che si possa godere della musica, e amarla, senza assegnare Nobel a nessuno. Si sta bene egualmente.
lascia un commento :: 0 commenti
Versione per Stampa
Torna