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Autore: ismael
Serenella

Abstract: Suggestionati da Minghi...
Riferimento: Amedeo Minghi, 1950
È così bello la domenica mattina, essere svegliati al telefono da un vecchio amore. Una vecchia amica, il tuo tono è così gaio - si sentono delle macchine passarti accanto, dev’esserci un sole bellissimo, fuori, si capisce dal tono della tua voce che c’è il sole. Mi chiedi come sto, rispondo bene - grazie a quest’impressione che fuori ci sia il sole, grazie alla tua voce.
E infatti c’è il sole. Ma ieri notte era sabato e c’era la nebbia, ero a Castelfranco. C’era freddo, già sulle scale scendendo, venendo via da una casa accogliente, piena di piccole dolci cose. Persino le mantidi di plastica sul bordo della vasca da bagno erano rassicuranti, le maniglie argentate di un mobile bianco, a forma di gatto - coniglio. Una casa dove avrebbe senso festeggiare il natale. Facevamo un gioco di società, bevevamo, alcuni erano felici e altri riuscivano a dimenticare di non esserlo. Calore - non lasciarsi mai - dev’essere questo avere una famiglia - sereni, appagati della propria serenità, del riconoscerla costantemente sul viso dell’altro - come le dita che combaciano perfettamente, quando s’intrecciano, e questo si sa sempre ed è così.
Capisco la gente che non vuole più vedersi, dopo essersi lasciata - l’altro, ancora identico davanti a te, la stessa statura e le stesse movenze, lo stesso modo di ridere ma sempre meno alle tue battute; vederlo che sostituisce gradualmente gli occhi dell’amore con cui ti guardava agli occhi dell’indifferenza con cui ti guarda e continuerà a guardarti, irrimediabilmente - quelli saranno i suoi occhi, d’ora in poi.
Al resto del mondo non sono cambiati, e neanche i miei.
Il fatto che tu invece non mi abbia mai amato ti rende simpaticamente incapace di darmi dolore. Hai fatto di tutto ma non mi hai mai amato - depistaggi, romanticherie, ingiunzioni e sfratti, inviti a comparire - sventolandomi in faccia di continuo la mia totale assenza di speranza. Per questo ci sei ancora e sei così simpatica. Ho già detto di non appartenerti più, l’ho fatto spesso, e adesso che è vero è ancora meglio. Che bello che mi puoi svegliare al telefono.
Avere una famiglia è il contrario di te, per me. Per qualcuno, avere una famiglia sarai te. Avere una famiglia è il contrario di essere senz’armi e stupefatti in riva al mare, è il contrario delle nostre schermaglie a viso coperto - ferirsi per gioco, negare il gioco, talmente lo si è preso sul serio. Ma per fortuna tu non mi hai mai amato.
Per esempio mi ricordo il ghigno che rivolgevamo alle coppiette appartate lungo una strada coperta di sabbia, mentre andavamo a mangiare. Il pesce spada non l’hai voluto prendere ma poi naturalmente me l’hai mangiato mezzo dal mio piatto. Il posto era alla buona, la gente tutta fuori, seduta sotto una tettoia di bambù. Le pareti arancioni. Il mare calmo. C’era un pianista bisunto. Aveva la faccia sbattuta e la barba di qualche giorno ma l’aria tutto sommato pacifica e distaccata, il papillon e un po’ di pancia, appena appena, una pancia da magro, da birra. I capelli neri e ricci tirati sulle orecchie, quelli che gli mancavano in fronte li teneva dietro appoggiati sulla giacca.
Faceva De Gregori, Baglioni, Battisti, Venditti, anche Dalla. Mai interpretava. Cantava col suo timbro. Suonava senza vezzi - né sovrastrutture jazzate né rubati, un incedere fedele all’originale, un’emozione gestita con discrezione e diretta con sicurezza, da professionista della serie B. Aveva una tastiera con il leggio incorporato e il treppiede. Faceva quei cantautori lì ma De Gregori era il suo pallino, si vedeva, perché appena aveva un pezzo papabile lo infilava fra gli altri con maggior trasporto. Alice e Rimmel, La leva calcistica della classe ‘68, Niente da Capire. Adesso gli regalo un po’ di De Gregori, a questi, ne approfitto - pensava.
Noi eravamo all’amaro, quando ha fatto questa canzone che credevo di non aver mai sentito prima, eppure mi suonava familiare come se l’avessi sentita da piccolo e poi rimossa - forse era così. Tu hai avuto la stessa reazione. Dopo decine di discorsi differenti e di risate, nello stesso momento, tutti e due ci siamo rivolti alla canzone. Credo sia di Minghi, non l’ho mai più sentita. Quelle cose che di solito si tirano fuori per riderci su, per fare gli asini con le parodie - Minghi, Bocelli, che so, Tozzi o Peppino di Capri - per fare dell’umorismo facile a tavola fra semisconosciuti. Qualcosa su cui per indole o per generazione si ha l’idea di trovarsi d’accordo con il proprio interlocutore, chiunque sia. Facciamoci due risate.
Quella canzone credo s’intitolasse Serenella; o almeno, ripeteva sempre il nome di questa Serenella, parlava a lei. Abbiamo pensato che fosse di Minghi, aveva una tipica melodia sua. Eravamo alticci, gli occhi lucidi. Ci ha inondato di struggimento.
“Serenella, ti porto al mare, ti porto via” - questo era il finale.
“La canteranno gli americani, che proprio ieri sono andati via”.
Non so perché tu ne sei stata colpita come me. Il più delle volte hai sempre badato a millantare sensazioni diverse dalle mie, per spiazzarmi, per divertimento e autodifesa. Oltre a dirci che quella canzone “aveva un che”, che “diceva”, non ne abbiamo parlato.
Per me dice che sono lontano da casa, che sono lontano dalla persona che ho di fianco, che sono emozionato e appoggio le mani su una tovaglia arancione senza controllarne del tutto la forza, che la vorrei vicina e che il suo sorriso fosse definitivo come in un film degli anni cinquanta, nel finale di un film del neorealismo rosa, dove i finali sono giusti, eppure non riuscirei a spiegarglielo ma è questa sensazione che ho di essere lontano, a rendere intima questa faccenda.
Vedere che la felicità è una cosa così semplice e così paradossale.
La sera seguente, mentre cenavamo, ho schiacciato uno scarafaggio sotto il piede della sedia. I vicini di bungalow mangiavano cocomera - ci sorridevano come a una vera coppia. Dall’insetto è uscita melma gialla. Quand’è stato completamente buio, ti ho dato una mia felpa per coprirti.
Dopo l’amore, che per te non era amore, tu hai dormito. Anch’io, ma poi albeggiava e sono andato sulla spiaggia, e quegli scarafaggi uscivano a frotte dalle dune. Lì per lì m’aveva fatto senso, la sera, forse perché era da solo ed era incongruo, ed era il primo. Questi no.
Ma qualche chilometro più a Sud, c’era la sabbia più bianca che avessi mai visto e l’acqua più limpida in cui avessi mai nuotato, e l’ultimo sorriso decente che tu mi abbia fatto quell’anno - ci siamo addirittura scattati delle foto.
Qualche ora più avanti sei sparita con la macchina a noleggio e il cellulare spento, come arrabbiata col mondo per tramite mio. Ci eravamo aspettati un campeggio e invece era un residence, nuovo ancora incellofanato, tutto era vasto e pulito e artificioso, clienti e inservienti erano pochi, lo slogan che se ne deduceva era “il passo più lungo della gamba”. C’erano ancora i cartelli del camping. Tu avresti voluto un alberghetto in città per una volta, per cambiare, a me non so perché era venuta la fissa dei campeggi e mi avevi lasciato decidere, e adesso anche questo posto mi era contro. Sono sceso fra i pini perché tu eri così nera, per lasciarti in pace. Banalmente, anche il mare era mosso. Clandestini morti ripescati lì vicino, la notte precedente il nostro arrivo. Quando sono tornato su non c’eri. Fuori non c’era più la macchina.
Dentro, anche lì, era arancione. Il pianista stavolta aveva un piano a coda, che stava nel salone apposito, di fronte al banco del Bar. Solo gli spartiti si portava. Faceva Jazz annacquato da salotto, virtuosismo da sala d’aspetto. Per fortuna, non cantava. Per fortuna, non cantava quella canzone dell’altra notte. Mi sono ubriacato fuori sui gradini. Il rumore della fontana un momento mi consolava e il momento dopo mi era insopportabile. Pensavo che tu stavi guidando da sola per Agrigento e con chissà quale turbamento per la testa, pensavo che avresti fatto un incidente e non solo non avrei potuto avvertire nessuno o venirti a cercare, ma nemmeno l’avrei mai saputo. Il fatto di essere ubriaco mi portava a ingigantire questi pensieri stupidi, ma se non mi ubriacavo non avrei potuto sopportarli.
Quando sei tornata sana e salva, dopo le tue ore alla Valle dei Templi col buio, vedere la Punto bianca dell’Avis entrare in quel cortile maledetto è stato come guarire da un mare incurabile.
Poco dopo l’abbiam fatto davvero un incidente, cioè, ci siamo incastrati in un vicolo - io non ero in condizioni di guidare, tu non c’eri tanto con la testa, scendevamo per dei sensi unici sempre più ripidi e ogni strada che imboccavamo sperando di saltarci fuori la sbagliavamo e si rivelava più stretta di quella prima. Ormai ce lo aspettavamo. Bon. Due vasconi di fiori di cemento, un muro dall’altra parte, incastrati come due salami. Fermi un minuto a chiederci come saremmo ripartiti. O come potevamo uscire dalle porte. Niente, ci abbiamo lasciato le fiancate. Almeno abbiam potuto ridere e benedire di aver fatto la Casco.
Per fortuna che non mi hai mai amato, non sai quanto io te ne sia grato. Così, che dio ti benedica. Svegliami pure la domenica mattina per farmi capire che fuori c’è il sole. Ci sentiamo presto, ti saluto.
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