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Autore: Alfredo

Isole
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Abstract: Islands dei King Crimson. Suggestioni e ossessioni di una musica che mi appartiene da sempre.

Riferimento: King Crimson


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La vita che dà barlumi
è quella che sola tu scorgi.
A lei ti sporgi da questa
finestra che non s'illumina»



Il balcone, Eugenio Montale




Ne ho già parlato una volta. Ne parlerò ancora. D’altra parte, se qualcosa resta nella nostra memoria e nel nostro cuore, se qualcosa si fa ri-cor-dare, ciò non accade per caso, non accade per un breve lasso di tempo, esce fuori sempre dal nostro animo, è incontenibile e c’è poco da fare. È cominciato tutto ascoltando la radio, molti, troppi anni fa. Era la vecchia (ora, non allora) radio Voxson di mio padre. L’unico apparecchio ricevente della nostra casa, una radio a onde medie (la modulazione di frequenza era ancora fantascienza), da cui sentivamo la musica, ma anche “Tutto il calcio minuto per minuto”, oppure “Gran Varietà” di Lelio Luttazzi la domenica mattina, sul secondo canale. Oggi, dopo molti anni di militanza, la Voxson riposa in pace nella mia libreria, a ricordo di quel periodo ingenuo e, soprattutto, a ricordo di mio padre, che oggi non c’è più. L’ho messa davanti alla Storia d’Italia Einaudi, acquistata in prima edizione nel 1975, a 250.000 lire, tutti a rate. È lì quasi a presidiarla, la storia, pezzo di storia anch’essa. Ricordo bene l’evento al quale mi riferisco. Erano i primissimi anni settanta e io ascoltavo “Per voi giovani”, lo facevo ogni pomeriggio durante i compiti. Era il mio programma musicale di riferimento. Lì ho conosciuto, tanto per dire, Neil Young (ascoltando Harvest in anteprima radiofonica), i Genesis (erano i tempi di Nursery Cryme), i Van der Graaf  (c’era Pawn Hearts in uscita). E lì ho ascoltato per la prima volta anche Islands dei King Crimson, una dei brani più incantevoli che conosca, un motivo che mi accompagna da decenni, che emerge e riemerge come un fiume carsico dal mio animo e dalla mia memoria e che non mi abbandonerà mai. Tu chiamala, se vuoi, suggestione.



Quel giorno, quando il presentatore ha detto: ascoltiamo adesso un favoloso assolo di cornetta di Mark Charig, ho alzato istintivamente il capo, ho preso il mio vecchio registratore a cassette Sanyo e ho registrato il brano. Sarà stato per il “favoloso”. Sarà stato perché un brano ben presentato sembra più bello e seducente. Sarà perché ho fatto il dj in radio, e so quanto è utile e invitante dire qualcosa sui brani, farli desiderare a chi sta ascoltando. O forse l’ho fatto perché Ciao 2001 ne aveva parlato in una bella recensione. Forse per altri più inconsci motivi. Fatto sta che ho colto al volo l’occasione che mi veniva offerta da “Per voi giovani”. Al termine dell’ascolto-registrazione ho solo detto: cavolo!, e sono rimasto in silenzio per alcuni minuti, durante i quali Marc Charig è divenuto istantaneamente mito.



Non so quanti abbiamo ascoltato Islands. Non credo moltissimi. È musica di trenta anni fa, che non ha mai avuto, per dire, il pubblico di Springsteen o di Vasco Rossi. Forse alcuni di quelli che hanno avuto la fortuna (o la sfortuna) di ascoltarla, adesso staranno dicendo: ma che ci trova di tanto particolare questo qui? Mi rendo anche conto che si tratta, per molti ventenni o trentenni di oggi, di musica archeologica, lontana, aliena, finanche inaccessibile. Eppure varrebbe la pena ascoltarla con attenzione. Vanamente ho tentato di farlo con mia figlia più grande, che si è prestata più per disciplina che per altro. Non devo esserne sorpreso: l’ossessione è sempre personale, non è un’esperienza comune: incide la tua carne, ti entra dentro (o vi risiede da sempre?), non ti abbandona più. Tu credi che sia un’esperienza comunicabile, ma non lo è. È tua, tua personale. Non ha una lingua. Guai a insistere con gli altri. Sarebbe sbagliato. O, meglio, sarebbe sbagliato non comunicare le tue suggestioni personali, ma ritenere che possano trasferirsi nell’altro, con la tua stessa intensità.



Io le note di Charig le ho qui, dentro, una a una. Sfilano imperterrite da anni, guizzano nel mio animo, crescono sino al culmine finale, all’apoteosi, all’acme, poi tutto sfuma e senti il silenzio, ma è un silenzio che annuncia un ritorno, l’eterno ritorno dell’eguale, e allora Charig riparte, e tu senti quelle note di cornetta di nuovo in fila, una dopo l’altra, a snocciolare ancora un senso, il senso agrodolce della tua ossessione.



Il punto è che, io, le isole le immagino davvero. Charig me le fa immaginare, me le rappresenta nitidamente dinanzi. Forse è proprio lì la radice della mia ossessione: in quella suggestione icastica che la melodia provoca nel mio apparato percettivo, nella mia sensibilità, e poi nella mia memoria. È come se la musica, in questo unico caso esemplare, mi parlasse con chiarezza, fosse significativa come le parole, dicesse delle cose inequivoche. Fosse, cioè, straordinariamente  una lingua. Come se l’ossessione nascesse proprio da questo parlar chiaro. Da questo rappresentare cose precise. E la musica uscisse dalla sua ambiguità, dal suo non significar nulla, per dire improvvisamente qualcosa. Non riesci a comunicare le tue ossessioni, ma quelle ti fanno comunicare con qualcosa di misterioso. Forse è così, chissà. O forse no.



Pur tuttavia, comprai subito Islands dei King Crimson. Come potevo esimermi? 2.800 lire a via Palestro, quando a Tor Pignattara gli LP costavano invece 3.500 lire. 700 lire di risparmio netto, l’equivalente di 14 biglietti per l’autobus, o di due film al cinema d’essai, o di 7 panini al prosciutto durante la ricreazione. Corsi a casa e la prima cosa che feci fu mettere Islands sul piatto del mio stereo. Poi ascoltai e riascoltai i brani, sino alla noia. Negli anni successivi, acquistai anche una seconda copia di Islands (al prezzo di 10.000 lire). La prima si era rovinata con l’andar del tempo, e io non potevo sopportarlo. Me ne serviva una nuova. Poi venne la volta del CD, quindi ci furono innumerevoli versioni MP3 su una quantità varia di supporti (player, CD rom).



Non che la mia esperienza d’ascolto si fermi ad Islands, ovviamente. Non voglio dare impressioni sbagliate. Diciamo che questo pezzo dei King Crimson, più di altri, catalizza molti miei pensieri, provoca suggestioni, accende sentimenti ed emozioni. Lì, nel mio personale mondo, è una specie di stella fissa, accanto ad altre, splendente di una luce intensa, capace di rischiarare altro campo attorno, una luce chiara, persino abbagliante talvolta, un punto di riferimento che fa sistema con le altre stelle accumulate nel corso di molti decenni, pronte a indicare la strada e a fare chiarezza laddove servisse.



Potrebbe anche essere che un giorno questo universo si sfaldi, poco alla volta o tutto assieme. Potrebbe anche essere che attorno si  faccia buio, che manchino riferimenti, criteri, parametri per poter giudicare e tracciare una strategia degna di questo nome, o anche solo uno straccio di tattica. In questi casi, in questa semioscurità ideale, culturale, persino politica, anche il più piccolo lumino potrebbe sembrare utile, in mancanza d’altro, in mancanza di meglio. Ma proprio in mancanza di un meglio che sarebbe senz’altro più auspicabile. In questo caso, lo si sappia, saremmo davvero nel tempo della miseria. Senza gioie, senza illusioni: lo si sappia. Nel tempo dei sentieri interrotti. Alla ricerca di radure. E forse lo siamo già. Soli. Soli con le nostre ossessioni, i nostri  pensieri, con l’animo gonfio ma inespresso, con la mente sovraccarica di idee che non trovano applicazione, perciò bisognosi di nuova luce, luce grande, luce intensa, non surrogata, posta lì davanti a illuminare una strada piena di insidie. Una strada comunque da percorrere davvero, senza incanti, senza solo godere di attimi fulminei, vaghi, istantanei, repentini. Presto consumati. Come in un sogno. E già spenti.





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