Cerca
Leggi scritto
Autore: Alfredo
Sogno di Bach

Abstract: Giovanni Allevi, Sogno di Bach
Riferimento: Giovanni Allevi
I suoni si rincorrono con ritmo sciolto ma sincopato. Scale su scale, talvolta spezzate, tal altre più fluide ma sempre nervose. Filari di note che s’arrovellano e s’avviluppano in reciproca tensione. Si incalzano e si tallonano, tornano su se stesse, poi di colpo cessano, per dare spazio a nuovi inseguimenti, a nuove fughe. Il ritmo è senza sosta, non dà tregua, non ti abbandona, muove la tua immaginazione. Ti figuri allora che esprima una dura realtà, spossante, faticosa, stimolante ma impegnativa, che il brano ne sia una rappresentazione. Come non pensarci? In due o tre minuti è un diluvio di note, un magma quello che si abbatte sulla mente e la obbliga a un’attenzione speciale. La magnetizza. La ingombra di un dolce peso. Non è caos, come potrebbe esserlo? Al contrario il contrappunto è preciso, lo scorrere delle note geometrico, il tessuto musicale sembra quasi un’espressione algebrica, linee, punti, rette, una sfida logica. Una trama stretta. Un’aspra tensione. Un groviglio eccitato, che nasconde e fa tralucere un intrico preciso. Uno schema che non lascia nulla al caso. Come dice Amadeus nel film di Forman, rivolto all’imperatore, il quale sostiene che nell’opera del genio vi siano troppe note: «Non una nota di più. Esattamente quelle indispensabili». Insomma, un impatto emotivo che evoca lo schematismo delle categorie. L’espressionismo colorato dei suoni e delle sensazioni stride accanto alle ferree espressioni di algida razionalità.
A questo punto prendi il CD, 13 note, Giovanni Allevi, traccia 6: Sogno di Bach. Sogno di Bach? E dov’è il sogno? Qui vedo solo l’impatto del reale, la tragica rivelazione del vero, una realtà tesa, che mette in guardia, altro che atmosfere mollemente oniriche. Mi sento spaesato, confuso. Ti aspetti che il sogno corrisponda a un languido, tenero abbandono, alla rilassatezza dell’animo, altrimenti che sogno è? Cosa fa Giovanni Allevi mentre dorme: ginnastica, footing, sollevamento pesi? Vorresti chiederlo a lui stesso, se solo fosse lì, a portata di mano. Le domande restano sospese.
Poi ti capita di leggere una sua intervista. Ti incuriosisce subito, perché si accenna proprio al sogno. Allevi dice di dormire talvolta sonni agitati, perché gli capita di essere preda di larvali melodie notturne, gli capita di assemblarle nel sogno, mentre rielabora gli spunti di realtà, nomi compresi!, del giorno appena trascorso. All’alba si sveglia quasi di soprassalto e deve subito fissare su pentagramma, con la matita, quelle note che lo ossessionano. Poi, al mattino, si preoccuperà di lavorare quello spunto essenziale, di rielaborarlo a mente sgombra, di dargli infine una forma di scrittura. Di liberarlo, io penso, dal magma notturno, dall’oscurità della massa lavica che lo ha generato, dai rovelli inconsci o dalla realtà lentamente assorbita e riadattata durante la notte. È la notte, difatti, a incubare le sue composizioni, a porle in gestazione, le stesse che poi l’alba partorirà. La luce del giorno conferirà la limpidezza indispensabile, l’apollinea chiarità, il respiro della chiarità!, a quella fusione dionisiaca, all’ebbrezza notturna del sogno. Ancora Dioniso e Apollo dietro la grande opera d’arte. È sempre stato così, lo è ancora oggi, lo sarà ancora in futuro, come dubitarne?
E poi scopri anche un paradosso. O meglio questo si spalanca davanti. Ti era già stato detto e ripetuto: l’arte nasce da ossessioni, ricordi indelebili, manìe, cifre insanabili incise a fuoco nella tua anima. Grandi e soverchianti passioni. Si scontra con esse, lo fa fino in fondo, senza residui. La grande arte non lascia nulla di intentato, non cessa mai di brandire la spada. Solo dopo l’artista prova a esprimere queste ossessioni e a trasformarle in linguaggio. E solo dopo questa lotta e dopo questo corpo a corpo, la battaglia da cruenta e convulsa si fa schema, da oscura diventa finemente strategica. Non cessa la lotta, ne mutano le forme: propriamente diventano “forma”. Il paradosso è tipico della musica, ossia dell’arte più matematica, che sgorga invece da un fondo buio, senza nemmeno nasconderlo, anzi gettandolo orgogliosamente in faccia a chiunque abbia la bontà di porsi in ascolto, di fremere con le note stesse, di interrogarle nel modo più appropriato, di viverle. In lotta e all’unisono con esse.
Il sogno e l’arte, dunque. L’arte come ossessione onirica, che si fa strada nella mente. L’arte generata da un sogno, dal sonno della ragione, per emergere tuttavia come espressione, scrittura, forma. L’arte, che la lava rovente trascina fuori da un cratere acceso, l’arte come gialla ginestra, fiore del deserto («Sobre el volcán la flor» scrive Montale in cima ai suoi Mottetti, citando Bécquer), raggio che trafigge le nubi nere, solitudine sognata, lampo che acceca. Ed è subito sera.
lascia un commento :: 3 commenti
Versione per Stampa
Torna