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Autore: occhio
Quel momento

Abstract: "You are my sister" è una canzone caldissima. Ma è tutto l'album ha scuoterti con un calore inaspettato, molto sincero, pieno d'anima, onesto. Anthony and the Johnson: "i'm a bird now". L'umanità ha trovato un altro cantore.
Riferimento: Anthony and the johnson
Quando entro nel bar in piazza della Repubblica, è mattina presto.
La nebbia ancora non è svanita. E’ come l’alito della notte, che si aggrappa disperatamente per non scomparire.
Dentro, l’odore dei cornetti mi dà un senso di nausea. Non ho ancora fame.
Mi sono svegliato da poco.
Questa giornata è iniziata strana. Non l’ho ancora riconosciuta come buona o cattiva. Sono lì fermo a vedere se fa la prima mossa.
Ho visto l’orologio sul comodino e mi sono precipitato giù dal letto, che il sangue mi è fiottato in testa, tutto in una volta.
Sono corso in bagno, senza nemmeno accendere la radio come faccio di solito.
Mi sono vestito molto velocemente, giusto il tempo di qualche imprecazione mentre mi annodavo la cravatta. Non l’ho nemmeno scelta, come faccio sempre. Ho preso la prima che mi è capitata fra le mani.
In macchina mi sono accorto di avere un aspetto pessimo. Molto stanco, molto addormentato. Ho pensato ad un caffè. Ho detto di no, che non si poteva proprio per via del ritardo. Ho guardato l’orologio in macchina per vedere di capire. Ho visto che ero in anticipo, di un’ora. Ho riguardato di nuovo. E’ rimasta l’ora legale a quella maledetta sveglia. Maledetta la mia distrazione, anche.
E’ una settimana che c’è l’ora solare, ed è pure una settimana che mia sorella è partita. Prima era lei a svegliarmi, quando andava a lavorare. In questi giorni ha provveduto mia madre. Oggi, però, è uscita presto, per la messa delle cinque, in onore di S. Eustachio. E’ molto devota di S. Eustachio. Mia mamma per ogni santo ci ha una preghiera, speriamo che qualcuno di loro si ricordi di lei e la faccia contenta.
Anche una madre avanti negli anni come la mia ha dei sogni. Come mio padre, del resto. Mentre lei sogna la felicità dei figli e lo dice apertamente, lui non parla, ha pretese più spicciole, ne sono sicuro. Forse si accontenterebbe di poter fumare ancora. Nonostante i due infarti è ancora vivo. Credo che ringrazi Iddio, però non gli dispiacerebbe sentirsi la bocca piena di fumo. Non ammetterebbe mai di essere così schiavo della sigaretta, di subirne così sfacciatamente il fascino, la necessità, l’impellenza. Non ammetterebbe mai di avere rinunciato a questo suo bisogno per paura di morire. Il fatto che non fumi lo fa passare come una libera scelta, magari gli costa di meno, magari non si sente impotente di fronte alla vita. Lui che ha avuto sempre moti d’orgoglio e scatti, che non ha mai creduto al destino e alle “chiacchere su Dio”, come mia madre. A quest’ora starà lavorando con cucchiara e livella, fischiettando un qualche motivetto allegro dei suoi anni in Francia, di quando mangiava “pan de terre” , come ama ricordare lui, usando un francese maccheronico, che non ha più nulla di francese e che è solo un ammasso di parole consunte dagli anni.
E’ passata una settimana da quando è partita mia sorella, questa è la cosa importante. E mi frega poco dell’ora legale. Anche se amo molto poco quella solare, posso dire che mia sorella mi manca di più.
Ce l’ho accompagnata io alla stazione di Lecce.
Per strada abbiamo parlato poco. Colpa dell’alba. Ti piace ascoltarla. Specie quando sei con una persona cui tieni.
Imboccato il viale della stazione, lei mi ha detto - ti sistemo l’ora.-
- Cosa?
-ti sistemo l’ora della macchina. –
- ecco-
Io non l’ho mai fatto. Lei lo sa, ovviamente.
Abbiamo preso i suoi bagagli e siamo andati ad aspettare il treno. Eravamo in anticipo di una buona mezzora. Tipico di lei. Tipico di me se sono con lei.
Abbiamo preso il caffè al bar della stazione.
compra qualche giornale-
uhm…no…ho il libro che ho preso la settimana scorsa da finire.
Quale libro?
Il cacciatore d’aquiloni
Ahhhhh…come è?
Bello, molto bello.
L’ha detto molto convinta, ma non è andata oltre. Sa che non ho i suoi stessi gusti in fatto di libri, perciò non insiste.
Siamo ritornati ad aspettare il treno.
Due studenti universitari a parlottare e fumare, una donna con occhiali da sole molto voluminosi, un extracomunitario con le mani piene d’accendini colorati ed in testa una pila di berretti, mi distraevano. Mia sorella guardava intorno. Me, ogni tanto, furtivamente. Io, lei.
Il microfono ha scoppiettato, poi ha annunciato che il treno era pronto sul binario uno.
Nel caricare i bagagli, mi sono reso conto che le due valige erano enormi.
ti sei portata l’armadio intero? Feci rosso, ridendo, per lo sforzo. E mi sforzavo a sorridere e a salire quei dannati bagagli.
eh…pensa che la mamma voleva metterci il doppio della roba che ci ho messo io.
Lo so. L’ultima volta che sono partito ha riempito una valigia di frise, olio, pomodori, addirittura carciofi sottolio, e non so cosa altro da mangiare.
Lo sai come è.
Lo so, lo so.
Mi raccomando non la fare arrabbiare. Stava per darmi un bacio sulla guancia, che io mi sono allontanato, di scatto.
Aspetta. Ancora non parte.
Prese posto e iniziò a guardare dal finestrino.
viene a prenderti Carlo?
sì.
Carlo è l’uomo di mia sorella. Convivono a Milano, perché lui insegna lì. Anche lei ha insegnato a Milano, poi è ritornata giù, ora è risalita su. Si sono conosciuti a scuola. Però da bambini. Da allora sono stati sempre insieme. Per questo non sono mai stato geloso. In qualche modo sono cresciuto con lui a fianco di mia sorella, quindi…però adesso è diverso. Ora me l’ha portata via.
Il microfono ha preso a scoppiettare nuovamente.
- allora io vado.
- dove vai? vieni qua. Mi mollò un sorriso e un pizzicotto, poi un bacio forte su di una guancia ed un abbraccio stretto, stretto.
Non ho detto nulla, ho solo strinto gli occhi.
Ho sentito dentro un’emozione, che non ci sono parole. Nel mio silenzio, ho capito che mi sarebbe rimasta per sempre
- salutami la mamma e comportati bene con lei e papà.
- va bene.
Prima, frasi come questa mi avrebbero dato enormemente fastidio. Avrei rivendicato tutto il peso dei miei venti anni. Inaspettatamente, in quel momento, le parole sono suonate calde, come il fuoco che osservavo da bambino, quando mio nonno mi raccontava qualcosa della guerra. Se pioveva oppure ero malato, e mi capitava spesso vista la mia salute cagionevole, dicevo “nonno, raccontami qualcosa della guerra.” E lui attaccava, con la sua voce, roca, bassa, tipo Tom Waits. Non c’è più mio nonno. Adesso pure mia sorella.
Una volta partita, non sarà più la stessa cosa, mi sono detto.
Ma va, che la sentirai per telefono, mi sono subito rassicurato, mentre il treno ha cominciato a muoversi lento. Ho alzato la mano e le ho fatto una linguaccia. L’ultimo dispetto domestico, ho pensato. Mia sorella mi ha sorriso. Io pure. Sono stato contento per lei. Ma lei di più. Ha parlato il suo sorriso, più sincero del mio. “Mbah? E’ la vita”, infine ho concluso.
Sono salito in macchina.
Ci avevo un vuoto. Mi pioveva dentro di tutto.
Perché mia sorella mi ha sempre sostenuto.
Perché mia sorella mi cantava le canzoni per farmi addormentare da bambino, quando avevo paura del buio. E aspettava che mi addormentassi, accontentandomi.
Perché mi portava al mare, anche se era con le sue amiche, senza vergognarsi di me, un tepistello di molti anni più piccolo di lei.
Perché ci aveva pazienza.
Perchè mi aiutava a fare i compiti.
Perché non è mai stata come le altre sorelle dei miei amici, che odiavano i loro fratellini.
Perché mi proteggeva. Lo ha sempre fatto.
Perché gli anni ci hanno resi diversi.
Ma pure molto simili.
Molto molto simili.
Nonostante tutto. Nonostante le litigate furiose. Le mie crudeltà gratuite. I miei vittimismi. Le mie…ogni cosa che avrebbe sgretolato qualsiasi amore, meno che il suo.
Allora per colmare questo vuoto immenso, mi serviva una musica dolce e sincera, che scagliasse questo momento di disperazione fra le stelle, in modo da vederlo luccicare, anche nel buio, soprattutto nel buio.
Ho sfogliato il contenitore di cd, con una sigaretta fra le labbra, ancora spenta.
Sapevo cosa volevo e sapevo dove andare a cercare.
Anthony and the Johnson: “i’m a bird now”.
Sì, mi sentivo un uccello, ma che ancora non volava, che ancora era timido e spaurito.
E mi serviva coraggio, e mi serviva dolcezza infinita per farlo.
Ho inserito il cd nel lettore auto. Sono andato alla quinta traccia. Ho acceso il motore. Ho ingranato la prima che già le note di piano cadevano come petali di rosa sul parabrezza. Poi la voce di Anthony è scesa nella mia gola come il cioccolato caldo. Mi sono sentito ristorato. Ho lasciato la sigaretta sul sedile vuoto accanto al mio. Ho iniziato a cantare a squarciagola, in un inglese storpiato ma onesto, muovendomi col capo, facendo mille facce, piangendo, veramente piangendo. Brividi di piacere mi hanno attraversato il corpo. Mi si sono rizzati i peli. Ho provato piacere. Non autocommiserazione, ma piacere. Ce la potevo fare. Ce la potevo fare.
Le parole si sono impresse sulla mia pelle, con una forza che solo il vissuto ed il convissuto possono dare. (Each night I'd ask for you to watch me as I sleep
I was so afraid of the night
You seemed to move through the places that I feared
You lived inside my world so softly
Protected only by the kindness of your nature
You are my sister
And I love you)
La musica è stata densa.
Avrei lottato, tirato fuori le palle.
Avrei detto a mia madre di stare tranquilla, di non preoccuparsi per il viaggio, che mia sorella è in gamba, che Carlo è un bravo ragazzo, che Milano non è così male come dicono giù da noi, che pure là c’è il sole, che…ci avrei pensato io a tutto, a pagare la luce, ad aiutarla con la spesa.
Avrei detto a mio padre che sarei stato più ordinato, meno fanfarone, più calmo, tranquillo, anche a lavoro, soprattutto a lavoro, che non mi sarei più lamentato, della paga, di tutte le mie maledette frustrazioni, che alla fine ce l’avrei fatta a trovare qualcosa di meglio, qualcosa di meglio, sì.
E’ passata una settimana. Mi sembra un tempo lontanissimo.
A rievocare quella partenza, mi sembra di andare a pescare nell’infanzia, quando siamo fatti della stessa materia dei sogni, per dirla alla Conrad.
Però ora lo sguardo è di chi ha attraversato la sua linea d’ombra e sa che non tornerà più indietro.
Nessun tempo tornerà più indietro. E sarà solo nostalgia, una rievocazione, una rottura del collo, pure un sogno. Ed i sogni resteranno a sorvegliarci, invecchieranno con noi, e saranno sempre diversi e saranno sempre gli stessi, un po’ come noi, abbattuti, abbacchiati, orgogliosi, onesti ed infami, loquaci e voraci di qualcosa di noi e degli altri, senza pretese, ma con un mare di richieste ancora da fare alla vita.
Ed è passata una settimana e sembra ieri.
I sogni sono ancora lì, a fissarmi.
Non voglio più diventare calciatore, politico di successo o rocker.
Voglio vivermi una vita mia.
Voglio che qualcuno sia orgoglioso di me.
So che non sarà facile.
So che non sarà per niente facile.
Già la sveglia me lo ha detto questa mattina.
Però mia sorella, se fosse stata qua, avrebbe capito. Mi avrebbe detto che tutti sbagliano.
Che nessuno è prefetto. Che sono troppo severo con me stesso.
Il barista mi dice – ecco-
Ah…grazie, sì.
Bevo, pago, esco.
Entro in macchina.
Mi sento un po’ nervoso, un po’ coglione. Mi sono svegliato troppo presto, inutilmente.
Mia sorella chissà come se la cava a Milano. Due giorni fa cercava un appartamento più grande per lei e Carlo, ed era un po’ scazzata per gli affitti alti.
Io qua, invece, cerco di fare a meno di lei. Però quel momento, in cui sono rimasto da solo ho sognato, che ce l’avrei fatta, che avrei fatto tutto da me, senza paura. E’ un sogno difficile. Ci vuole un’emozione forte per poterlo realizzare. So dove andarla a cercare.
Metto su “You are my sister”. E non piango più. La pelle si fa d’oca.
Io troverò un buon lavoro. Sarò orgoglioso di me. Lo saranno anche i miei. Lo sarà anche mia sorella. Anche se so che lo è già. Lo so perché non me lo ha mai detto. E lei non mi dice mai le bugie.
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