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Autore: ismael

Canzone per un pilota morto
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Abstract: NICO - Wrap your troubles in dreams. LOW - Song for a dead pilot.

Riferimento: Nico. Low.


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Ho attraversato il parco di Sassuolo tenendo le mani nelle tasche, è un parco dove ho bevuto e ho fatto chiacchiere da innamorato inconcludente, mentre al sabato la gente correva, dichiarazioni d’amore, sedendo nell’erba lunga in mezzo ai moscerini mentre veniva sera, ci ho anche fatto una dormita nella brina; è un parco deserto di cui non m’importa nulla. Ho cercato la chiave e son tornato in macchina. L’ ho accesa e mi son messo la cintura. C’era un cadavere seduto dietro, lo stesso che c’era prima che scendessi. Mentre io appoggiavo la mano sul cambio, lui mi ha appoggiato la sua sulla spalla. Mi ha detto: - andiamo a destra.

- Adesso a sinistra.
Mi sono abituato di nuovo al suo odore.
Aveva voglia di andare in giro, e anch’io ne avevo voglia, ma non mi piacevano i posti. Ha detto: - metti su una cassetta. Dimmi qualcosa.
Lo sapeva che queste non sono le mie strade, tutte dritte. Lo sa che il traffico mi mette ansia.
- Cosa vuoi sentire?
Siamo finiti a Modena, al Novi Sad. È un parco che mi piace ancora meno, è odioso. Era buio. Dall’ombra nera dei tigli ci separavano transenne provvisorie, una fila di container, che seguiva il perimetro ovale dell’ex ippodromo. Sulle gradinate, quando andavo a scuola, ci dormiva della gente. C’era un esibizionista che pedalava al contrario con la bici, ogni mattina, per impressionare gli studenti.
Il cadavere non è sceso dalla macchina. Io sono andato a pisciare. Nel buio c’era un forte odore di stallatico, sbuffi e rumori improvvisi di bestie all’interno delle loro pareti di metallo. C’erano dei camion affiancati e parcheggiati, come dormissero insieme. Ho pisciato contro una lamiera al di là della quale stava un cavallo che scalpitava e dava colpi.
Credevo che lui stavolta scendesse e mi seguisse. Mi dice dove andare, invece, e poi non scende.
Sono tornato e ho riaperto la portiera. Lui era lì che ascoltava gli Smiths. Mi ha rimesso la mano sulla spalla. Era pudico e cortese.
- È una raccolta che m’ero fatto, chissà quando, me la son trovata adesso in questa tasca. Tira dritto, al semaforo - mi ha detto.
Lui ascoltava e io ho ho taciuto, per non seccarlo. “Last night i dreamt that somebody loved me”, ha detto che è il suo pezzo preferito.
- Io non so l’inglese - mi ha detto quand’è finito - ma solo il titolo, mi ammazza. “La notte scorsa ho sognato che qualcuno mi amava”. È una frase che fa piangere, mi fa sempre piangere, mi fa. Dice tutto. È già un racconto.
Mi ha tolto la mano dalla spalla. Stava attento a non perdere dei pezzi, non mi sporcava la giacca e il poggiatesta, il suo tono era sempre educato. Se si sporgeva in avanti fra i sedili per parlare, cosa che mi ha sempre infastidito come un’invadenza impropria anche quando a farla erano i vivi, lo faceva solo perché la sua voce era flebile, per quanto baritonale. Non adduceva correttamente le corde vocali e perciò gli passava più aria che suono.
- C’è Andrea che dice... Te lo conosci Andrea?
- Non mi sembra - ha detto lui.
- Beh, Andrea dice che la cover dei Low è ancora più bella. Alla fine, forse, anche secondo me. Dipende dai giorni.
- Non l’ho sentita, Dio bono. Vuoi andare a casa?
Non ero pronto a portarlo a casa. Non volevo guardarlo mentre apriva le porte, precedendomi.
- Dove vuoi andare te, a me va bene.
È cominciata un’altra canzone d’amore. Lui si è tirato indietro e ha guardato un po’ dal finestrino:
- Questa è la ragazza dei miei sogni. Senti la sua voce. Mi piace da morire.
- Anche a me! Cat Power, ce l’ho anch’io questo disco.
- Ecco, questa, secondo me, è una cover più bella dell’originale. Che è dei Velvet, quindi hai detto tutto. O no?
- Sì, son d’accordo - gli ho detto - io l’adoro. L’ho vista, dal vivo. Ha fatto un concerto orrendo, lasciava a metà i pezzi, era ubriaca, e ha pianto.
- Ma dai - ha detto lui, con un tono come se volesse tornare là per accarezzarla e farla stare bene. Dopo un po’ mi ha fatto:
- Te ce l’avevi la cantante dei tuoi sogni? Col poster davanti al letto?
- Io avevo una cotta per Suzanne Vega, e due volte l’ho anche sognata. Il poster non ce l’avevo, però avevo una foto sul quaderno. E poi la Mara degli Üstmamò.
Intanto ho visto un distributore e ho messo la freccia per entrare nello spiazzo.
- Perché ridi?
- Sai anche chi ho sognato, mi è venuto in mente? Siouxie. È stato il primo sogno erotico che ho fatto, o che mi ricordi, dico un sogno completo di tutto.
- Non è il mio tipo - ha detto lui - è troppo tetra. Si truccava da cattiva.
- Beh, neanche poi il mio. Qual è il tuo tipo?
- Audrey Hepburn e Grace Kelly. Quelle sono mie colleghe.
- Fai l’attore?
- Sono morte.
- E una di adesso?
- Scarlett Johannson.
- L’hai sognata?
- Mai una volta.
Per la benzina mi ha dato dieci euro: - E invece, con Suzanne Vega in sogno immagino che non ci hai fatto niente.
- Neanche un bacino, chiaro.
Quando ho finito di fare benzina mi ha chiesto se ero stanco di guidare. Lo sapeva che guidare non mi piace. Io ho pensato che se ci fermavano i carabinieri, non volevo che ce la menassero. Ma lui ha detto che anche se è morto, la sua patente non è ancora scaduta.
Così lui si è messo alla guida e io di fianco e mi sono addormentato.
Mi sono sognato che mi alzavo da letto per farmi il caffè, ma non riuscivo a svitare la caffettiera, allora tornavo a letto, ma dopo un po’ mi riprendeva la voglia di caffè e ritornavo a alzarmi, e di nuovo non riuscivo a svitarla e così lasciavo stare, un po’ di volte di fila.
Quando mi sono svegliato era l’alba ed era freddo. Eravamo davanti al bar del Passo delle Radici, in qualche modo si vede che avevo sentito che la macchina si spegneva e l’assenza di rumore mi aveva svegliato.
- Ti fai dare un cappuccino in un bicchierone di plastica? - mi ha detto.
- Puoi ancora bere?
- Sì ma è più per abitudine, non sento più il sapore.
Il campanello dell’uscita del bar ha risuonato fino alla portiera della macchina. Sono tornato dentro. Lui si è tolto il panno che s’era messo in faccia e ha bevuto il cappuccino nel guidare. Abbiamo preso su per il Saltello. Sono finiti i boschi di faggio, gli ultimi faggi sono nani e storti per colpa del vento che lì non smette mai. La stradina monta sul crinale. Siamo arrivati al Pilastrino e abbiamo cominciato a scendere dall’altra parte. Era incredibile come lui riuscisse a non toccare sotto con la macchina. Quand’ero piccolo mio padre veniva fin qui con la Cinquecento, ma allora la strada era messa meglio, adesso i massi spuntano fuori di modo che non è bella nemmeno per le jeep, per tutto l’inverno la strada è un fosso. Poi non sono sicuro che si possa passare. È parco naturale. Quand’ero piccolo no.
Ho capito dove avrebbe parcheggiato. C’è un posto che si chiama la Costaccia. Non si chiama così per davvero, l’abbiamo chiamato così noi, perché è la costa più ripida di tutto il versante e lì si trovavano i funghi grossi il doppio, anche quando da altre parti non ce n’era, perché lì i pianzani non s’attentano a passare. Delle volte per cavare un fungo ti dovevi tenere col braccio ad un tronco e restare curvo sullo strapiombo. Adesso d’estate è facile anche lì, trovare che qualcuno ci abbia già pestato. Con gli anni, in tanti hanno imparato il posto. E noi anche, chissà poi, mio padre, a chi l’aveva usurpato.
La prima volta che ricordo di esserci stato, mio padre non m’ha fatto scendere dalla macchina, dalla Cinquecento. Ha detto di aspettarlo, che andava giù a vedere. È sceso nel bosco ed è stato via un’ora. Avevo pochi anni. Il vento era gelido e umido, accumulava le foglie rosse nei canaloni dei fossi, e correvano su per la strada delle nuvole grigie, i tronchi dei faggi sgocciolavano e mi facevano venire la pipì. La macchina ballava e la portiera sibilava. Era quasi novembre.
Stavolta è il cadavere che è sceso, e io mi sono disposto ad aspettare. Era stato tutta la notte a parlottare, tanto per dire qualcosa, e questo che gli interessava non l’ha detto, mi è toccato capire da solo che dovevo stare dentro.
La sua cassetta intanto è finita, e mi sembra impossibile che lui non sappia l’inglese come ha detto, mi ha detto una bugia, perché l’ultima sembrava che ce l’avesse messa apposta. Oppure ha il libro dei testi di Lou Reed come c’ho io. Wrap your troubles in dreams, cantata da Nico.
“Avvolgi i tuoi guai nei sogni / cacciali via / mettili in una bottiglia / e se ne rimarranno al di là dei mari // Non parlare di sfortuna / non parlare dei tuoi problemi / ... “
(l’ho ricopiata adesso a casa).
Io non riesco a capire se è dolce e consolante o terribile e disperata, comunque è così bella.
Dopo ho lasciato spento. Avevo un mal di gola che mi pungeva, stava crescendo, si vede che prima quando dormivo mi si era scoperto il collo.
Quando lui è ritornato gli mancava una mano. Ha guidato con l’altra, fino alle Radici. Lì ci siamo scambiati. Verso le dieci siamo arrivati in un paese dove c’è una farmacia.
- Aspetta che mi fermo - gli ho detto.
Sono entrato fischiettando, non so perché, ho l’abitudine e non me ne accorgo, di fischiare. La vecchia al banco stava servendo due persone; mi ha guardato e ha riso. Io mi sono reso conto e mi sono imbarazzato.
- Oh no, è bello - ha detto la vecchia - fischi pure. È bello sentire qualcuno che fischia. Da qui indietro fischiavano tutti, e adesso non fischia più nessuno.
Abbiamo riso. La vecchia non sapeva che ero triste. Non che mi dispiacesse fischiare per niente, ma il mio sogno, adesso, è poter tornare a fischiare per qualcosa.
Tornare ad abbandonarmi ai sogni che mi è sempre sembrata una cosa da rischiare di starci male, una speranza riposta nel niente, mentre invece ragionavo in termini di desideri, e non di sogni, ragionavo in termini di desideri da realizzare tramite la forza di volontà, non di sogni a cui abbandonarsi.
Mi sono messo in bocca una pastiglia per la gola e sono tornato dove avevo lasciato la macchina, mi veniva da parlargliene, per chiedergli lui che ne pensava. Ma quando sono arrivato lui non c’era più.






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