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Autore: booknote

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Il cono d'ombra...

 

Po’boy

“Othello told Desdemona <... by the way, what happened to that cup of poisioned wine?> She says < I gave it to you, you drank it’...>”

Bob Dylan

Riferimento: Bob Dylan


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È diventato quasi inutile ricordarmi di lei, eppure è così indispensabile. Se potessi rincontrarla, se volessimo rincontrarci, all’istante tutto tornerebbe com’era. Potremmo andare a bere un caffè e poi a fare l’amore in un Hotel.

Po’boy…

Fumo una sigaretta e lei si lascia guardare nuda, seduta davanti a me, due poltrone d’epoca sotto la luce piovosa di un finestrone. Lei tiene le cosce aperte, io fumo. Lei potrebbe parlarmi del suo ultimo libro o di quanto sia stronzo il suo editore e intanto spostare una gamba sopra il bracciolo perché le ho appena chiesto di farmi vedere meglio. Accorata, senza ancora la minima eccitazione. Quanto ci vuole per avere qualcosa di così sincero da qualcuno? Rimpiango la facilità di quella intimità. Fumo, lei si lascia guardare nuda, e aspettiamo di fare l’amore.

In certe giornate è difficile tenerla fuori dalla mente. Usare quei ricordi è come mangiare porcherie davanti la televisione senza avere lavato i piatti da tre giorni e fregarsene, senza essersi cambiato per tre giorni e fregarsene, senza avere sentito nessuno al telefonino ed essersi dimenticati che esiste un telefonino dove qualcuno dovrebbe chiamarti perché si possa dire tu abbia una vita normale.

Il fatto è che lei sapeva che io non avevo una vita normale, o meglio, sapeva che una vita normale mi stava scomoda, se pur sapevo sopportarla.

Po’boy…

Domenica, camminavo avvolto nell’impermeabile, non ricordo di aver mai preso un vento così freddo. Stavo pensando a lei, così, senza una ragione apparente, dopo tanto tempo, e, per migliorare il mio umore rispetto a come vanno le cose, immaginavo le sue cosce calde avvolte ai miei fianchi. Il ristoro di stare con lei a fare l’amore, le litigate, il desiderio di toccarla che era sempre con me.

La tramontana era così tagliente che nessuno poteva sollevare il volto e guardare qualcosa di diverso dal marciapiede. Un marciapiede lustro, riverberante un sole pallido e gelido. Un tizio mi urtò con la spalla, piuttosto forte, facendomi fare un mezzo giro su me stesso. Avrei voluto gridargli qualcosa alle spalle, ma me ne dimenticai immediatamente perché dall’altra parte della strada vidi quella figura di ragazza avvolta in un soprabito di finta pellicceria, di un colore viola, o vino, maculato di nero. Portava un cappello, non uno qualsiasi, ma quel cappello di lana ruvida col paraorecchie e i laccioli per legarselo sotto il mento, di quella mescola indefinibile di colori, quello che comprammo in metropolitana al negozietto improvvisato dai peruviani. E i capelli di colore rosso che ricoprivano il collo erano i suoi capelli. Suo era il corpo sottile, i fianchi pronunciati. Era lei, non c’erano dubbi.

Soffiava un vento di tramontana che nessuno riusciva a guardarsi in faccia. Ricordo i marciapiedi asciutti e irradiati da un sole pallido, gelato. La solita, desolata, domenica pomeriggio invernale. Le poche, grigie, figure per strada, tormentate dal vento, sembravano anime in pena sul punto di pentirsi.

Po’boy…

Guardo gli scatoloni del mio trasloco. Alcuni sono ancora come li ha sigillati la ditta di trasporto, da altri, maniche di camicia e gambe di pantaloni penzolano fuori come elementi in fuga. Solo quelli che contengono libri hanno la bocca spalancata e alcuni volumi, strappati fuori come si fa coi denti che dolgono, sono stesi in giro sul pavimento, sanguinanti. Nei raccontini che mi capitava di scrivere da ragazzo dopo aver letto Sartre, quei cubi, peraltro così banali e provvisori, sarebbero stati protuberanze del pavimento inamovibili, ostili, dotate di una propria esistenza, con una loro volontà in competizione o in guerra con la mia (chissà perché poi mettevo in relazione certe idiozie sulle cose con Sartre? Non lo so più. Sopravvivere significa selezionare i ricordi, dopo tutto). Quei contenitori racchiudono quanto rimane di me in mio possesso e sembrano non voler fare alcunché per rende ciò che imprigionano al legittimo proprietario.

Po’boy…

Questo è rifugiarsi nel non agire. In fondo, mi domando, e sorrido anche, queste dissertazioni circolari e inutili, non sono un modo di stare parcheggiato fuori dal mondo, finché questo me lo permette ? Non sono, sì lo sono, com’era scivolare dentro le sue pareti calde e molli? Non smetto mai di fumare. Cambio solo la marca delle sigarette che compro.

Po’boy…

Ho ripreso a pensarla assiduamente. Quello che mi si chiede di fare (o che mi impongo di fare) mi uccide, ecco servita la ragione. Non chiedetemi se sia amore.



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