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Autore: ismael
L'attesa.

Abstract: Il sorriso di Atlantide. Vox populi. Shalimar Hotel.
Riferimento: Carmen Consoli. Einstürzende Neubaten. El Muniria
Non è mica facile fargliela. Ci ho pensato per un po’ e non c’è un bel niente, che io possa dire e lei non sappia già. Per il semplice motivo che la musica c’è anche dove non ci sono le parole.
Scrivere, uno si può anche sbizzarrire rovistando nei suoi disagi, nel suo passato e nella sua famiglia, a costo di litigi, nelle sue inadeguatezze. L’esibizionismo dell’ubriacone che si fa compatire in pubblico pur di strappare un applauso. Anche quando scrivere sembra confessarsi, c’è sempre una gran dose di sofisticazione e di ruffianeria. In ogni confessione scomoda c’è il vanto della propria sincerità. In ogni ammissione di colpa c’è il vanto della propria umiltà. In ogni slancio di passione spontanea c’è la costruzione della lingua.
Scrivere, c’è il rischio calcolato che poi qualcuno legge. Dovessero anche ritrovare il tuo diario segreto e riderci sopra dopo la tua morte. Perciò lo sai che scrivi per qualcuno.
È facile dare la colpa al buio, e mettersi un po’ qui a frugarci dentro. Scovare un’ombra, un ricordo imbarazzante. Non è quello.
In ogni imbarazzo confessato c’è una richiesta di dolcezza.
La musica di questo se ne frega. Ha il vantaggio di prenderti a sorpresa e a tradimento, mentre non dici niente, quando nemmeno ti accorgi di pensare.
Allora, cos’è che le nascondo? O almeno ci vorrei provare. Quel che vorrei nascondere a me stesso, e quindi nemmeno scriverei. Le mie speranze, le mie illusioni. Voglio tenerle per me, fino a dimenticare di pensarci. Non voglio che una volta incenerite, e a dirle lo farebbero sicuro, lei torni qui a ridere di me. Ma mica dopo morto, fosse quello, cosa vuoi che me ne freghi; alla cassa in un supermercato, o alla radio viaggiando per lavoro, o in un locale quando mettono su un disco, o in camera mia, sfacciatamente.
Perciò resisto e lei continua a provocare, cerca di trascinarmi dove vuole. S’intrufola, come i volti di parenti sconosciuti nel dormiveglia, truci e indesiderati. Devo resisterti, le dico. Non voglio che mi culli in questo modo e poi riascoltarti chissà quando, quando verrai a dirmi chiaro e tondo quanto sono stato stupido, quanto aspettavo la felicità che poi non è venuta. La felicità non va aspettata, magari propiziata, trovarcisi in mezzo per caso, d’un colpo.
Ma lei se n’approfitta perché sa quale delizia subdola è se il tempo, che prima volava, comincia a non passare più, perché prima non aspettavi niente e adesso sì.
Stamattina ero a letto e la stanza era buia, c’era solo una striscia di luce che a un certo punto mi ha scosso perché ero girato dall’altra parte, prima, e non l’avevo sospettata. Veniva dalla porta. La porta era socchiusa, perché di là avevo su un disco; Grundstueck degli Einstürzende Neubauten: c’è un pezzo, il sesto, che inizia con un accumularsi di ronzii alla Ligeti e mugugni da bonzi, un ammasso che si deposita, qualcosa che si tende, e senti che stai aspettando - l’attesa ti tiene stretto, e non ne puoi più di aspettare. Finisce con un muro di due accordi, martellati e interrotti di colpo, che ricapitano ogni tanto nel silenzio ad intervalli irregolari. Non puoi prevedere quando tornano. Ogni volta ti fanno sobbalzare. È una cosa che s’insinua nel silenzio, come i volti truci in dormiveglia, e ti mantiene in attesa, affascinato e spaventato dall’attesa, e l’attesa ti brucia nella schiena, e tu dici vattene, vattene via.
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