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Autore: Papèria

Fuor di metafora ovvero giochi d'ombra
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Abstract: E a veder che crudel destino ora ne viene/ma che l’ombra ora ci prenda più mi addolora/il mio cuore mi dice che non può seguirti ancora/e nemmeno questa angustia sopportar. -Pena del alma- (Vinicio Capossela)

Riferimento: Il tè


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Giorni fa, ero lì che sorseggiavo un’ombra di tè al gelsomino con retrogusto darjeeling e punte di miscela moonlight shadow, inzuppandoci di quando in quando un’ombra di miele d’acacia, quand’ecco che mi ritrovo d’improvviso senz’ombra, novella Peter Pan. Ho perso l’ombra, mi dico smarrita, mentre cerco di ricordarmi dove l’ho messa. Nella borsa trovo solo un ombretto e una copia di Malombra di Fogazzaro, che al solo vederla lo sguardo mi si adombra. Mi precipito nella penombra del cielo umbratile di Febbraio alla ricerca dell’ombra perduta. Poi ci ripenso. In fondo a che mi serve un’ombra? Già mi sento più leggera e decisamente meno ingombra del solito. Così ritorno al mio tè alla cannella incrociato con infuso alla rosa canina, aromatizzato al frutto della passione con una spruzzata di miscela linea d’ombra. E non ci penso più, anzi tiro pure un sospiro di sollievo. Si vive meglio senza ombra. Senza ombra di dubbio.

A quel punto, proprio mentre sto per immergermi in quel tè alla menta in cui galleggiano residui di infuso alla calendula estratto dalla miscela all’ombra dell’ultimo sole, inizio a ricevere delle visite indesiderate.

Per primo si presenta il mio professore di scienze del liceo, dicendomi che mi manca un voto nella seconda metà del primo quadrimestre dell’ultimo anno. Dunque mi deve interrogare assolutamente in geografia astronomica prima di archiviare i verbali. Mi chiede il cono d’ombra, ma chi se lo ricorda. E lui non esita neppure un minuto a prodursi, col caratteristico esperanto dialettale, nella sua più celebre frase: “Luci e òmbre, luci e òmbre. (con la O rigorosamente aperta) Troppe incertezze.”. Gli dico che se vuole può mettermi un’insufficienza, non m’interessa. Così decide di andarsene, visibilmente deluso. Tiro un sospiro di sollievo, pensando che finalmente potrò dedicarmi al mio amatissimo tè earl grey alle fragoline di bosco aromatizzato alla miscela ombre e nebbia. E invece no. Come uscita da un brutto sogno si materializza davanti ai miei occhi Elisa di Rivombrosa, in costume e tutto il resto. Per fortuna che è carnevale, penso fra me e me, sennò ci prenderebbero per matte. Mi chiede aiuto, pare si sia stancata di stare all’ombra. Le suggerisco senza pensarci troppo di passare a Un posto al sole, prendendola sottilmente per i fondelli. Lei invece mi ringrazia tutta contenta, dice che ho trovato la soluzione ai suoi mali. E se ne va firmando autografi a destra e a manca.

Uff... che giornata difficile che m’è capitata. Per fortuna che ho qui il mio infuso al biancospino rimpinzato di fiori di magnolia del bacino dell’Ombrone. Ma non c’è verso. Di punto in bianco non ti viene a piombare Aleandro Baldi? Che ovviamente si esibisce in un’estemporanea rivisitazione unplugged del suo non amarmi perché vivo all’ombra (e non a Londra come pensavano tutti), pretendendo anche l’applauso alla fine. E sia, mi dico, sorbiamoci anche il redivivo Baldi. Quello che proprio non riesco a sorbire invece è questo maledettissimo tè alla rana pescatrice essiccata insieme a una partita di sgombro dell’Adriatico. Ottimo per i reumatismi e anche per le incazzature, si dice.

Comincio decisamente ad aver nostalgia della mia ombra. Da quando se n’è andata me ne capitano di tutti i colori.

Ci mancava solo la mia amica Annalisa appena tornata da Barcellona con in dosso un sombrero. Deve assolutamente mostrarmi le foto del suo hombre catalano e raccontarmi per filo e per segno il suo erasmus. Non perché non abbia voglia di ascoltare i suoi racconti, ma oggi proprio non riesco a rilassarmi un attimo, a sgombrare la mente. Di seguito arrivano Ernst Gombrich che mi parla di uno sconosciuto Rinascimento dell’arte calabrese, Cesare Lombroso che vuole scrutare i miei tratti somatici, Ombretta Colli che fa propaganda elettorale anche fuori campagna e nel frattempo parla di Gaber per apparire più simpatica, e alla fine Ambra, che si accorge subito che non c’entra niente e se ne va a testa bassa.

Basta, voglio solo bere questa camomilla in santa pace. Peccato che dentro c’è andato a finire un lombrico, non so come né perché.

A questo punto scoppio in lacrime e nuovamente mi precipito nella penombra del cielo umbratile di Febbraio alla ricerca dell’ombra perduta. E con mia grande sorpresa la trovo lì fuori ad aspettarmi, anche un po’ spazientita. Dice che ci ho messo troppo, ma dov’ero finita?

Faccio per avviarmi verso casa e mi accorgo di essere già completamente zuppa. Piove che dio la manda ed io chissà dove ho lasciato l’ombrello.



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