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Autore: b.e.a.

Maleducazione
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Abstract: Raso, Mina

Riferimento: Mina


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È stupido e insensato essere sinceri come sono sincera a volte io. La mia maleducazione. Ho detto ad un pittore che preferivo i necrologi agli scritti che parlavano di lui (e poi lui si è toccato il cavallo dei pantaloni e io gli ho detto "scherzo"). Sono scesa da una macchina al primo semaforo, di corsa, e sono scappata, senza voltarmi. Mi sono fatta trascinare lontano da via Mazzini perché non si sparisce così, dal sedile di dietro. Ma più di tutti ti ho detto che ti voglio bene e che sono stanca di quel modo tuo. Sono stanca di te e ti voglio bene. Perché c’è un dare ed un avere nelle cose e tu non vuoi niente e non dài niente. A lungo andare stanca la passività di non essere amati.





La gente è imperfetta, si consuma, finisce e ha un carattere. Io ce l’ho. I corpi, a volte, se li guardo da vicino, a studiarli, sono disgustosi e pieni di pori e capillari. E nascondono così tante vene ed organi e sangue e si deteriorano così necessariamente che mi lasciano esterrefatta. E lontana. Sono triste, sconsolata dall’essere umana. Ma qualche volta che grande bellezza che sei.





La bellezza di certi corpi è tutta nella mia pelle. La sento sui polpastrelli, sui palmi: la colonna che tocco, il legno che accarezzo, il cuscino che affondo, la tua mano rara. C’è una bellezza segreta nell’umanità di certe forme, che sono sicura di essere la sola a vedere e a capire le tue cinque, fantastiche dita. Non sono capace di amare poco se amo tanto, né di amare un po’ di più, non amando per niente; incapace di sorridere e capirti, stare zitta quando serve, trattenere la rabbia, o il sorriso quando ridi. Spietata per ferirti e guarirti, ferirti o guarirti. O niente di tutto questo, spietata e basta, a misura mia, ché tu non ci pensi nemmeno, con tutti i pensieri che hai.





L’odore del lexotan nel bicchiere –vorrei dirti- è il mio segnale che quello è il mio bicchiere. Questo lo sapevo solo io al mondo.





Sono entrata in un oratorio e c’erano quattro uomini che cantavano un canto gregoriano e c’erano fiori sparsi per terra e un odore fortissimo di rose. Petali. Le rose sono di tutti, tutti lo sanno. Ma che tu non c’eri l’ho sofferto io. Ed è struggente come gli innamorati o come i graffi sulle rocce.





Ti voglio un bene che se tu sapessi quanto perderesti, se tu lo perdessi davvero, porteresti i guanti e mi saluteresti a bassa voce, perché è languido e pieno di dolcezza. E non è che tu non lo sappia. Non ti interessa. È un segreto diverso, l’obbligata omissione di chi non esiste.





Per tutto questo io ascolto canzoni e so che sono per te e te le dedico tutte, con verità e maleducazione, stringendo forte le meningi perché tu possa sentirle come una ventata nel cuore, improvvisamente, mentre stai parlando con qualcuno e ridi arricciando il naso o mentre cammini lasciando gli occhi sui prezzi di qualche vetrina. Perché quando ascolto tutto questo che fa di te una bellezza da soccorrere io so quanto sono buona e quanto pagherebbe il mondo intero per il mio pregiato bene ed è così che mi trucco io, davvero.





Ho poi pensato –un giorno- che all’improvviso, volendomi tu, potrei finire e lasciarti così come una cosa, ed è stato un attimo, ma poi mi sono rigirata, oltre quest’ombra. È così pieno di amore ascoltare l’amore, che bisogna ascoltare musica con un occhio solo e a zoppo galletto, perché sia tutta luce e gioco. C’è una linea sottile, per me, sotto una nota, appena oltre l’impossibilità dell’amore. E che io non amerò mai più non lo si dice a nessuno, tanto meno alla finzione che sei. E forse va bene così, che lontano dal mio cono d’ombra tu non mi voglia mai e che sia sempre dolce che tutte le canzoni siano tue, per il tuo cuore distante. A cantare sembra –e non vorrei dirlo- la mia vanità di avere un’anima col capriccio di non voler vedere quanto poco ci serviamo. E bisogna stare attenti, nel caso.





Ho paura, se ci penso. È così languido il bene, mentre ascolto la privazione -disumana- del tuo che potrebbe scivolare e l’ombra è che sia finto il mio. Potrebbe farti male, così che prego di soffrire sempre la tua distanza e patirti in tutte le canzoni. Come se fosse invece tutto vero, vero il bene.





Beatrice Zerbini



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