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Autore: Alfredo

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Abstract: Miles Davis, suoni inauditi che ci sgomentano (Bitches Brew)

Riferimento: Miles Davis


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Come io e te che stiamo a guardare





tutte queste cose passare”





(Francesco De Gregori, Cose)





Giovanni dice: «la luce splende nelle tenebre ma le tenebre non l’hanno accolta» (Giovanni 1,5). Altri traducono: «non l’hanno ricevuta». Il senso è lo stesso: un esito fallimentare della luce, incapace di vincere la durezza della tenebra. Secondo Ravasi, tuttavia, il verbo greco originale (katèbelen) è ambiguo semanticamente (mi fido di lui, perché non ho studiato greco), cosicché ne dovremmo trarre, in realtà, che le tenebre non avrebbero «sopraffatto la luce» (ecco l’altro senso di katèbelen). E dunque la luce stessa sarebbe stata, in questo senso, vittoriosa sull’oscurità. Rispetto Ravasi, ma io amo di più la prima versione, perché non esclude o nega le tenebre, anzi riconosce la loro esistenza (la loro forza!), quale termine essenziale della contesa. D’altra parte, nella Genesi, dopo il classico «Sia la luce» (1,3), si dice che Dio «chiamò la luce ‘giorno’ e le tenebre ‘notte’» (1,5), con ciò sancendo la particolare complementarità di luce e oscurità, la loro quasi coessenzialità. Da allora (da sempre) l’abisso più oscuro ci accompagna e si alterna, spesso sopraffacendola, alla chiarità. E un vento poderoso e abissale sale da sempre a sfidare il tenue, delicato respiro, appunto,della chiarità.





Perché tutto ciò? Perché io amo in particolar modo Bitches Brew di Miles Davis, un capolavoro assoluto: non lo definirei nemmeno “musica”, piuttosto una gemma ineguagliata delle possibilità spirituali dell’uomo. Io la porrei accanto, che so?, alle Variazioni Goldberg di Bach, alla Quinta sinfonia di Mahler, alla Scala di Keith Jarrett oppure ad Islands dei King Crimson o a London Calling dei Clash. Con le dovute distinzioni, anche epocali o di genere, si tratta di veri e propri vertici dell’espressione musicale.





Ora, vi devo confessare che l’ascolto di Bitchies, oltre che un’esaltante piacere mi provoca anche un sottile sgomento. Proprio così: sgomento. È come se giocasse col mio animo e lo scavasse sino a disorientarlo, ed io non fossi capace di narrare le emozioni che pure mi provoca (lo sgomento proviene da qui, da questa kénosi linguistica, da questo svuotamento di senso). In quei momenti, la musica di Miles sembra inafferrabile, sguscia via quando provo a catturarla, mi mancano persino le parole per dirla. Si trasforma in un raggio oscuro che punta dritto il mio cuore, per travolgerlo in un magma di suoni, colori, fluidi, sensazioni, sollecitazioni che non mi parlano, che non vogliono e non possono parlarmi ma, semplicemente, si presentano a me, intraducibili in qualsiasi lingua, irrappresentabili appunto, pure presenze senza significato, che toccano le mie corde senza che io riesca a dare un nome a tali cose, le quali compaiono simili a spettri e appaiono prive di un concetto che le circoscriva. Le parole e le cose: le prime sfuggono, mancano la presa; le seconde emergono, appaiono davanti a noi e poi ci colpiscono a fondo, senza lasciare letteralmente “segno”.





Miles così mi rigetta dietro la linea d’ombra che pensavo di aver oltrepassato, credendo di essere finalmente entrato nel mondo della lingua, delle rappresentazioni, della chiarità concettuale. L’oscuro ritorna (quando mai si era dileguato?), ritorna quando pensavamo fosse stato trasformato in linguaggio, e così “rappresentato” e filtrato in astuti schemi concettuali. Ritornano, con esso, le ossessioni più antiche, le paure infinite, le angosce, riappaiono di colpo le presenze inafferrabili. Le ombre cupe. Il rimosso. Un sentimento dilatato, inafferrabile. Ogni sorta di opacità. Ritornano sotto forma di suoni che si sciolgono e si aggrovigliano, e sembrano muoversi in ordine sparso, senza più prospettiva, e invece si aggrumano, si snodano e ribollono via come lava rovente da un cratere caldo.





Prima del prima non c’era oscuro, non c’era alcun abisso in cui poter sprofondare. Bereshit è sorta la terra ancora senza forma. E le tenebre coprivano l’abisso. Poi è sorta la chiarità, poi è aleggiato il respiro che ha dato la vita. Ma l’oscuro ha avuto un nome. E sono sorte le ossessioni che dal buio ci invocano e ci minacciano. Lo fanno con una lingua muta, con un richiamo che non ha voce, inaudito ma provocante. È il canto dissonante della sirena di Formentera, inno e lamento assieme. È un’ombra che si distende, una ferita che brucia, una linea di confine tra cielo e terra, luce e abisso che si segnano a vicenda eppure si confondono. Un canto che non è solo canto, una musica che penetra cupa, riempie di cose innominabili l’animo, scava dentro l’abisso per lasciarti sospeso sul nulla. La Parola vince il nulla e crea l’essere. Si distende una luce e il buio già l’assedia.





Dio chiamò le tenebre ‘notte’. Dio diede un nome alla cosa. Noi, restammo muti, sommersi dall’oscura profondità delle nostre paure, incapaci di nominare l’innominabile, sospesi sull’abisso minaccioso. Noi, creature sole. Noi, sgomenti ascoltatori di Miles.







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