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Autore: ismael
Questione d'etichetta

Abstract: Tre storielle sul tema del mese.
Riferimento: "Dark" vs. Blues
1 - La parabola del nonno e del nipote.
A diciott’anni mi ero messo a fare il punkettone o il dark o una cosa del genere in salsa appenninica rurale, e andavo in giro con le punte in testa, dei bagagli di dieci centimetri che venivano su tutti irregolari come guglie gotiche in rovina; tenevo anche la barba, ne avevo poca, rossa, che invece di crescere giusta si arricciava in ogni direzione.
La battuta più bella che ricordo con affetto fu di un bimbo che mi indicò a sua mamma dicendo: “Mamma, guarda, un riccio!”. Quella che invece facevano sempre, anche in bar quando aspettavo la corriera, era che se piovevano dei maccheroni, io ero il più avvantaggiato. Anche davanti a mio nonno la facevano e lui si girava dall’altra parte per non vedermi. Mi aveva tolto il saluto. A un certo punto, mandò a dire che mi avrebbe dato centomila lire se tornavo normale.
Il ragionamento era tipico suo. Molti anni prima, quando mia madre aveva lasciato l’ateismo discreto che lui già mal sopportava per abbracciare una religione che in tutta la valle contava tre famiglie di praticanti, il nonno le aveva offerto i soldi per riparare il tetto, in cambio del suo ritorno a Santa Romana Chiesa. O almeno che stesse in casa come la gente normale, che non lo facesse vergognare andando in giro a suonare i campanelli. Lui in chiesa ci andava per la gente. L’estate che io ero all’ospedale, il nonno veniva a trovarmi per dirmi che facevo male a non pregare, che lui era tornato a piedi dalla Francia grazie all’aiuto della madonna. Io pensavo che allora il nonno avesse le gambe buone, altrimenti col cazzo che tornava dalla Francia - poi imparai che il nonno non era mai stato in Francia.
Nemmeno in Russia era mai stato. Per non andarci si spaccò apposta un ginocchio. Alla fine della guerra i partigiani l’avevano preso per fucilarlo, ma poi fra di loro c’era uno che lo conosceva e il nonno venne risparmiato.
Un dato giorno dell’anno il nonno se ne stava in casa a commemorare la presa di Addis Abeba. Campava con la pensione della nonna, mentre la sua la metteva in banca. Tutto il giorno andava in giro a lasciare mele cotte smangiucchiate sulle sedie, pinzimonio avanzato e sputacchiato, ferraglia e accidenti dietro casa rubati solo per il gusto di rubare. Rubava la frutta dai campi e la legna dal ciglio della strada, e le castagne, i marroni innestati, che fregava anticipando il legittimo padrone della pianta, scuotendo i rami di notte con un lungo bastone. Vendeva abusive le bombole del gas, a cui da piccolo io toglievo le guarnizioni per giocare, guadagnandomi frustate coi rami di salice che il nonno teneva sempre freschi a quello scopo.
Così quando, per conto mio, smisi di farmi le punte in testa, accettai le sue centomila lire, perché mi sembrava che quel gesto avesse il fascino dell’autodistruzione morale.
Però dopo qualche mese, cedendo all’abitudine, ricominciai a farmi le punte. Il nonno mandò a dire che voleva indietro i soldi.
2 - L’apologo del Condor.
A Modena, infognato in un vicolo dietro la stazione dei treni, c’è un palazzo ammuffito dai muri scrostati con il portone nero di gas di scappamento. All’interno c’è un ampio scalone di marmo. È un palazzo in cui, entrando di venerdì notte, ti aspetteresti di trovare gli acari e le cimici, e forse all’ultimo piano, spinta una porta lasciata socchiusa, una nobildonna decaduta e sbavazzata di rossetto rimasta a seccare da settimane con il braccio aggrappato al tendaggio che nell’ultimo spasmo s’era tirata addosso.
Invece a Modena in quel palazzo s’andava a ballare. Era la discoteca dark per eccellenza e ci venivano anche dalle altre province.
La gente era vestita di pelle, di lattice, di rete e di metallo. Mentre i maschi erano tutti in nero, le femmine portavano anche il bianco. Veli, pizzi, trucco, abbinamenti ponderati. Avevano tutte un’aria ottocentesca e volutamente scocciata, come se non mostrare di annoiarsi potesse farle compatire.
Le luci erano fredde e insufficienti, il pavimento era a scacchi bianchi e neri. In bagno, nell’attesa che speravi breve (che non fosse occupato da Menarca intento a registrare una lirica tirando lo sciacquone), eri magari affiancato da un energumeno pieno di borchie, due metri per cento chili con la testa rasata, la maglietta “fuck communism” e la svastica dipinta sul chiodo; entrava un sosia sputato di Alice Cooper però in piccolo, un metro e cinquanta per quaranta chili vestito di paillettes, il quale aveva appena smesso di fissarti al banco del bar e offrirti birre con un’insistenza maniacale. Osservavi le piastrelle rotte, ma ogni tanto fugacemente loro. Erano d’accordo? In tal caso, tre ore dopo avresti anche potuto trovarti sdraiato lungo un canale della bassa, legato nel baule di una Ritmo. Fortunatamente, il sosia di Alice Cooper ti strizzava l’occhio scuotendo la testa alle spalle del nazi come a dirti: “Che gentaccia c’è al mondo, compagno”.
Io al Condor ci andavo spesso, semplicemente perché l’ottanta per cento della musica che davano mi piaceva, e poi lo ammetto, una certa fascinazione estetica per tutti quegli efebi romantici e quelle fate spocchiose ce l’avevo. Però più che vestirmi di nero per anni non ho fatto. Truccarmi, per esempio, mai, non se ne parla. Non sarei stato credibile. Avevo il faccino da bravo ragazzo, quello che le zie ti strappano le gote con due dita e le ragazzine ti trattano ancora come se fossi un orsetto peluche. Non ero mica un maledetto decadente teutonico scavato in volto e uscito camminando a strattoni da un film di Murnau (anche se mi sarebbe piaciuto).
Il ballo era codificato in ogni mossa. I maschi, qualunque fosse il pezzo, lo ballavano camminando lenti, le mani intrecciate dietro alla schiena e i passi allineati come su una corda, mentre alle femmine era permesso anche muovere le braccia.
Il pavimento a scacchi era sempre viscido e bisunto per la poca pulizia e i liquori rovesciati. Ballando al loro modo, non c’era alcun problema. Per me invece sì, perché con il mio modo di ballare avevo bisogno di un bel po’ di pista libera, e scalciando e saltellando e girando in tondo spesso finivo a culo per terra. Però nessuno si squassava. Zombies educati. Mai avuto diverbi con nessuno, nemmeno se gli finivo contro.
Ecco, la loro imperturbabilità, la loro compostezza mi davano da fare. Com’era possibile che uno ballasse i D.A.F. o i CCCP con lo stesso dispendio energetico di quando si fermava a fare bancomat?
“Conforme a chi, conforme a cosa, conforme a quale strana posa?”
Le etichette te le appiccichi da solo. Sei un singolo che vuole identificarsi in un gruppo, e la cosa buffa è che quel gruppo è fatto di singoli come te e forse ciascuno di loro fraintende come te, oppure si etichetta in maniera differente, dal di dentro, e non può essere sicuro del modo in cui lo fanno gli altri. Quel tipo di gruppo non esiste se non come proiezione di un immaginario estetico.
Succedeva che sebbene ci piacesse quasi la stessa musica, il mio immaginario estetico non coincideva con il loro. Il corvo per dire mi aveva fatto schifo, non solo il film, che è indifendibile, ma forse già il fumetto. Il mio immaginario era malato ma d’un’altra malattia, un po’ americana: campi e sole abbacinante, il demone meridiano, incesti alla Faulkner, Velluto Blu. Per dire, quel racconto di Flannery O’ Connor in cui c’è una ragazza zoppa e disillusa, che ha cambiato il proprio nome in Hulga apposta per scegliersi il più brutto, che non ha mai avuto l’innamorato, e passati i trent’anni, il primo giorno della sua vita in cui cede ai baci e alle carezze, si fa ingannare da un finto venditore di bibbie che le ruba la gamba di legno e poi scappa abbandonandola sul fieno.
Più avanti ho identificato anche il discrimine musicale, il punto in cui i miei gusti divergevano da quello che passava al Condor. Il blues: mai sentiti i Bad Seeds là dentro, né i Gun Club. I tastieroni anni ottanta, l’armamentario kitsch da metallari: sempre uscito dalla pista al momento dei Sisters of Mercy, e Marilyn Manson non l’ho mai considerato altro che un pagliaccio.
I nodi vennero al pettine la sera che suonammo lì. Fu umiliante, ma no, più che umiliante raggelante.
La premessa sincera è che dal vivo facevamo schifo. La mia chitarra non restava mai accordata oltre il primo pezzo, e tecnicamente sono un cane impreciso. Il cantante era oggettivamente e irrimediabilmente stonato, direi orgogliosamente stonato - una volta s’era anche truccato gli occhi di nero, ma paffuto com’era sembrava un panda.
Il batterista era di formazione hardcore e portava i pantaloncini corti, ma non quei fuseaux da ciclista metallaro palestrato che avrebbero anche potuto essere in tono (col pubblico, non certo con noi). No, lui, orrore, portava due pantaloncini sfilacciati ricavati platealmente da paio di jeans che un tempo erano stati lunghi.
Il bassista, poverino, faceva quel che poteva per tenere su la baracca. Ma soccombemmo.
Almeno avessero fischiato, o urlato “basta”. Poteva essere anche divertente, all’inizio, quando puri e ancora vogliosi di andare ovunque ti facessero suonare si andava anche ai concorsi in mezzo a gruppi di virtuosi strumentisti e cover bands, il cui pubblico almeno urlava “basta”: allora avevamo una canzone lenta in cui l’altra chitarrista finiva con un accordo dissonante ripetuto per due minuti ininterrotto, e io intanto suonavo il Si a vuoto e il Mi cantino fino a dimenticarmi quello che stavo facendo, e sentendo urlare “basta” mi veniva da ridere e facevo cenno agli altri di tirarla più lunga.
Ma invece questi darkettoni sarebbero rimasti immobili ugualmente e silenziosi anche se sul palco ci fossero stati che so, i Gipsy Kings. Stavano tutti là in fondo, acquattati, come millepiedi in un angolo in attesa che noi ce ne andassimo e spegnessimo la luce. Non eravamo altro che una seccatura.
I motivi, però, non erano quelli anche giusti che ho elencato. No: il motivo era solo che non avevamo tastiere e non cantavamo con il vocione impostato. Eppure, a uno vien da dire: ma la passione, porco cane, la passione sincera che si sente, non potete negarmi che la provo! Altre volte gente bella e sconosciuta l’ha sentita, ballavano, pure! Ci hanno coccolato, ringraziato, han detto emozionati che nei pezzi intuivano gli Swans, i Joy Division, i God Machine e i Pere Ubu, insomma roba nostra, o pubblico, siamo fra pochi e speciali!
Niente di più sbagliato: noi tendevamo a suonare crudi, rurali e americani. Gli ascoltatori si volevano estenuati, metropolitani ed europei.
In sostanza, fummo completamente ignorati.
Si è mai visto un concerto in cui il chitarrista appena sceso dal palco chiede una sigaretta a una tipa vestita da regina delle nevi e quella gli risponde: “Mi dispiace, non fumo” - e poi, appena detto ciò, tira fuori il pacchetto pieno, ne estrae una, l’accende, gliela soffia in faccia, ride e se ne va? Sto ancora meditando vendetta. Sedurre e abbandonare! Lasciarla in un fienile con il cuore senza gambe. Ma anche volendo, non la riconoscerei, mentre fa la commessa alla Coop o la postina, o l’assicuratrice in settimana, come una mortale qualunque.
Fu quella sera che il mio amico Pedro progettò di attuare il sabotaggio di tornare tutti al Condor in bermuda, sandali e camicie hawayane gialle e verdi. Un giorno sarebbe stato bello, ma non si può più perché il Condor ha chiuso.
3 - Il discorso del saggio (ogni etichetta ha una data di scadenza).
Una notte a Bologna passeggiavamo, discorrendo del più e del meno, i due umili adepti e il maestro di vita.
Raramente parliamo di musica, ma quella volta non ricordo come mai, siamo arrivati ai Joy Division: io ho detto che il torto più grosso che gli si possa fare è di ficcarli a capostipite del dark - i Joy Division erano un gruppo di Rock’n’roll, se Dio vuole.
Tommi diceva di no. Tommi, a cui mi lega un affetto fraterno, adora i Pearl Jam ed è cresciuto con gli U2, e ne consegue, lui stesso sostiene, che la sua idea di Rock è diversa dalla mia.
Ma sul caso dei Joy Division, il saggio maestro ha portato acqua al mio mulino, e questo sommamente mi ha gratificato.
Parlando poi d’estetica e etichetta, il saggio ha detto:
- ‘A Sa’, ma te lo vedi uno a fa’ il darkettone a cinquant’anni, coi rotoli di ciccia...
- Sì - ho riso io - la maglia a rete, che spunta fuori il pelo grigio...
- Pari ‘n camionista crucco che va a trans.
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