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Autore: ben crood
Sbucciato

Abstract: Musica ed etichette. Lato A
Riferimento: Lato A
Mi sono messo a guardarla poco prima che si addormentasse. Quando ha cominciato a scalciare coi piedi, ho capito che ormai era immersa nel sonno più profondo. E’ ancora bella, dopo tanti anni, dopo tanti anni che la guardo dormire. Ma ho aspettato che s’addormentasse per un motivo preciso: mi aveva proibito di andare in camera da nostra figlia Daniela, perché io al buio comincio a travolgere tutti gli oggetti per terra, e avrei potuto svegliarla. Ma non ho resistito.
E mi sono messo a osservare anche la piccola. Studiarne i più piccoli lineamenti del volto, quelli che mi ricordano sua madre, i ricci biondi buttati lì a caso, il nasino che si gonfia tra un respiro e l’altro. E le manine. Quelle le ha prese da me. Il naso no, per fortuna.
L’altro giorno eravamo in farmacia. Dovevo prendere dei farmaci per l’influenza, che di lì a breve l’avrebbe colpita sicuramente, dato che Daniela è leggermente asmatica. La guardavo. A differenza degli altri bambini che erano nel locale, lei stava zitta. Gli altri cominciavano a urlare o a piangere perché i genitori comprassero qualche tipo di biscotto particolare. Lei no. Daniela è come se sapesse ciò che è giusto e ciò che non lo è. Fare tutto quel casino in quel momento per degli stupidi biscotti esotici, con la ciambella della mamma pronta a casa, non lo avrei condiviso. Ed era come se lei lo sapesse.
Poi ci accadono sempre cose particolari. In farmacia, quello stesso giorno, alla radio stavano trasmettendo ‘Perfect Day’, di Lou Reed, in versione remixata. Gliela canto sempre, quella originale, quando non ha sonno, però in quei giorni in cui è stanchissima e s’ostina a non voler dormire, e comincia a fare i capricci. Allora canto e lei si calma, come se capisse che ha avuto una giornata fantastica, e a poco a poco i suoi occhioni marroni cominciano a socchiudersi. A quel punto sono io che voglio che resti sveglia, mi dispiace quasi che abbia sonno. Ma mi rassegno, e la metto a letto. E rido mentre penso che non ho mai cantato, nemmeno da solo sotto la doccia, perché la mia voce stonata mi fa arrossire.
Insomma, l’altro giorno in farmacia lei ha riconosciuto quella canzone, ha fatto un sorriso immenso e ha indicato verso su con la manina. Io ho ricambiato il sorriso, ma ho aggiunto, da adulto quale cerco di essere a volte, ‘ma è remixata!’, scoprendomi in realtà più infantile di lei. E lei: ‘che vuol dile lemixata?’, con quella sua abitudine di sostituire la ‘r’ con la ‘l’. Niente, le ho risposto io, e l’ho presa in braccio.
Quest’abitudine a scambiare la ‘r’ con la ‘l’, è una di quelle cose che rendono paranoica sua madre. E’ per questo genere di cose che comincia a consultare i manuali di linguistica, perché ha paura che sia un difetto legato a qualche problema del linguaggio. Ma poi, quando Daniela si ostina a scambiare le due consonanti, io scopro che la mia compagna si intenerisce esattamente come me, l’abbraccio e chiudiamo quel manuale di linguistica, ridiamo, mettiamo a letto la piccola e, a volte, facciamo l’amore.
L’altro giorno io e Daniela abbiamo ballato. Era uno squallido pezzo di Madonna, i miei amici di un tempo mi avrebbero preso in giro alla grande. Ma non so che fine abbiano fatto. Gli amici spariscono, sempre nei momenti assolutamente peggiori o migliori. Questo è uno dei migliori. Insomma, avrebbero visto il loro vecchio Mauro alle prese con un brano di Madonna, dopo averlo visto con una cresta ad ascoltare i Sex Pistols, poi coi capelli fighi a darsi alla musica indie, poi ancora rasato e con gli occhiali ad ascoltare jazz. Ma dopo Daniela, non ci hanno capito più nulla, evidentemente. Ho cominciato a mischiare tutto, perché se va bene alla piccola va bene anche a me. E lei asseconda tutti i miei gusti, le ho rifilato musica di tutti i generi e lei sempre lì ad ascoltare interessata. E’ come se avesse sbucciato via ogni tipo di etichetta che mi era stata affibbiata, sempre per motivi più o meno musicali, e l’avesse gettata via. Nel tempo ero stato assente, indipendente, bastardo e pure fesso, ed ora con Daniela, eccomi, sono proprio io.
E balliamo. Oggi tocca a Amy Winehouse, con questo pezzo soul bello tosto. Mi riesce piuttosto bene, ballarlo, sembro un incrocio tra un nero snodabile da tv anni ’60 e John Travolta in quel film di Tarantino. Lei invece salta e muove le braccia in maniera del tutto casuale, ma ha il suo fascino. Ogni tanto sua madre ci scopre. Ride, perché sa che in vita mia ho ballato solo con lei e per lei, e lei sola è riuscita a cogliere un certo charme nei miei movimenti. Poi, ovviamente, si unisce alla festa.
Se ci penso, questa canzone di Amy Winehouse parla di alcol e depressione. Di persone che non sono pronte. Quando la mia compagna è rimasta incinta di Daniela, non mi sentivo pronto. Pensavo che sarei morto. E invece. Fu un periodo difficile, non so se ci starebbe in una canzone del genere, ma pensavo davvero di non farcela. Per la verità, anche se Daniela non lo saprà mai, con sua madre è sempre stato tutto difficile. Sono sempre stato convinto di darle il contrario di ciò che in realtà volesse. Ma ce l’abbiamo fatta, comunque, perché ero sempre pronto a sfidare le mie ipocondrie per lei. Del resto, la conobbi che stava per sposarsi con un altro. Non so come feci, ma lei si innamorò di me e mandò a quel paese l’altro. Furono anni intensi, poi decise che non poteva andare avanti, perché si sentiva di nuovo ferma come quando stava per sposarsi. Eravamo giovanissimi, e forse solo per questo fui abbastanza incosciente da inseguirla ovunque: non potevo fermarmi, non so bene per quale motivo, forse all’epoca pensavo di saperlo, ma in fondo oggi non saprei dire quale fosse.
Insomma, lei se ne andò con un tipo a vivere al Nord. Io riuscii a ritrovarla, dormii per tre giorni sotto casa sua e del tipo, al quarto giorno lei scese e mi tirò uno schiaffo. Io rimasi impietrito, e senza fiatare me ne tornai qui.
Un mese dopo lei mi cercò, aveva deciso di tornare giù, e le cose pian piano cominciarono a migliorare.
Ma a Daniela queste cose non le dirò mai. Non credo che debba sapere quanto male ci siamo fatti io e sua madre. Anche se per me è bene, perché in fondo siamo ancora qui. Anzi, sua madre dice che dovrebbe essere orgogliosa di quello che ho fatto per lei. Ma io mi vergogno un po’, e invece le parlo sempre di sua madre, perché hanno gli stessi occhi, gli stessi capelli e le stesse orecchie piccoline. Dovremmo farle fare i buchi per gli orecchini, ma sua madre si oppone, non so perché.
Allora mi metto a guardarla mentre dorme. Spesso è una bella sfida con sua madre, sono davvero indeciso su chi studiare. Così, a volte mi invento che la piccola non riesce a dormire, e la metto nel lettone accanto a sua madre. E risolvo il dilemma.
Mi capita di mettermi con le cuffie, mentre le osservo. Metto su una compilation di musica piuttosto triste, in cui mischio davvero tutto, dai Radiohead a Paolo Conte ai Velvet Underground, così che se entrasse qualche amico mio davvero non ci capirebbe nulla, sul periodo che passo. E mi commuovo come un deficiente mentre osservo le due piccole, ricordo quando temevo che sarei morto. E invece.
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