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Autore: ben crood
Si sa che la gente...

Abstract: Musica ed etichette. Lato B.
Riferimento: Lato B
Quando quelli della rivista mi commissionarono un articolo sul tema ‘musica ed etichette’, non avevo in mente nulla di decente da scrivere. Il tema non mi intrigava, o forse era colpa mia. Il periodo era quello che era, anzi: era il periodo in cui non riuscivo a capire se fosse colpa mia oppure degli altri, in genere.
Ero uno straccio, e lo dico con orgoglio. Mi svegliavo inspiegabilmente alle otto, alle otto e dieci avevo fumato tre sigarette e ascoltato la sinfonia numero nove di Beethoven, perché pensavo che mi avrebbe fatto sentire invincibile, e invece mi ridimensionava, mi faceva sentire una nullità enorme e mi faceva piangere, piangere alle otto e un quarto di mattina, così, senza un motivo, anzi un motivo c’era, ci doveva essere, perché c’è sempre un motivo.
Passavo le mie giornate senza far nulla. Facevo passare il tempo e le chiacchiere degli altri, la maggior parte della giornata era silenziosa perché c’era solo una voce che volevo ascoltare e non potevo. Allora ascoltavo molta musica, avevo riscoperto il piacere di mettere le cuffie senza fare altro contemporaneamente. Sì, era uno di quei periodi in cui scopri che la musica è magnifica, può salvarti, e altre menate del genere che piacevano a quelli della rivista.
Infatti la musica mi faceva passare il tempo, ma non mi salvava.
Realizzavo giorno per giorno che nulla può salvarti. Che nessuno può darti una mano. Che ci avevo visto giusto qualche anno prima, quando ero completamente immerso nella musica, e agli occhi degli altri ero come il papa, infallibile, l’uomo che aveva sempre le parole giuste. Ed ora che mi tenevo la musica per me e non avevo più parole, gli altri erano spariti. Mi avevano sostituito. Come un Roberto Baggio qualsiasi. Non che avessi talento, ma gli altri sì che lo avevano pensato, e nonostante tutto mi tenevano in panchina.
Negli anni, ero stato una specie di guida spirituale per molti. Mi avevano visto come una gran brava persona attenta alla politica e al sociale, quando ascoltavo tutta quella roba fricchettona e folk, quadriglie e pizziche dal mondo, una persona dall’animo gentile e matura, nonostante avessi solo vent’anni. Poi ero passato a musica più sporca, Velvet Underground e noise, invischiandomi da vicino nel mondo musicale, ed ero diventato una specie di santone che dispensava ottimi consigli di ordine morale. Gli altri mi guardavano con riverenza e grandi aspettative. Ogni tanto mi respingevano perché ero troppo talentuoso per loro, ma nei loro rifiuti c’erano i più grandi attestati di stima.
E io debbo ringraziarli tutti, questi altri. Perché in quella fase io mi stavo giocando me stesso. Andavo in giro a dire che tutti dovremmo cercare la nostra felicità, il meglio per noi e possibilmente per gli altri. E invece stavo cominciando la mia parabola discendente, che detta così fa solo ridere, e sì, bisognerebbe solo ridere.
La metafora del punto più alto, che diventa anche la cima della montagna da cui si ruzzola meglio. Ecco tutto, molto semplice.
Ricordo un viaggio a Roma, c’era ottima musica, ero nel giardino della Sapienza, la capacità di staccarsi dalle cose e dalle persone, la primavera che anticipava solo per me. Dopo, non si è capito più nulla.
Ho inseguito e arrancato, coltellate alle spalle, e la musica e le etichette non avevano più senso nemmeno per quelli che me le affibbiavano. C’era solo qualcuno che continuava a darmi dell’intellettuale, e io non potevo che ridere. Perché scrivere è una cosa da ultima spiaggia, più che da intellettuali baffuti che criticano e fanno soldi. Io vorrei solo fare soldi. Sarei disposto a vendere la mia materia grigia, quel poco che so fare, fare soldi e comprarmi un’auto di lusso, e mandarvi tutti a quel paese.
La cosa più triste che mi appartiene, è pensare di poter cambiare le cose. Ancora più triste e frustrante mentre scrivi.
Col tempo cominciai a discostarmi anche dal mondo della musica vissuto dal di dentro, che equivale allo schifo generico che c’è ovunque. Invidia, conflitti d’interessi, ignoranza e superficialità come in tutti i settori, per carità, nulla di nuovo, ma con in aggiunta quella stupida convinzione di voler essere delle rock star. Poi arrivi a trent’anni e fai la rock star di paese. Bah.
Così mi allontanai anche dagli amici che volevano essere rockstar e suonavano. L’ordine delle due cose è questo, in effetti.
C’era uno di questi che, per sapere come stavo e cosa stessi pensando, mi chiedeva, ‘cosa ascolti in questo periodo?’, e io rispondevo, a volte solo per provocare, citando gruppi lontanissimi da ciò che andava all’epoca nell’underground, e che il mio amico ascoltava perché… perché andava fatto. Se vendi automobili sai sempre qual è l’ultimo modello della BMW.
In tutti questi anni, c’è una cosa che è cambiata. Molto giovanilisticamente, provavo comunque un minimo di soddisfazione nell’essere identificato con uno di quei personaggi che ho interpretato. Ora non saprei cosa recitare. Sono sempre più vicino all’idea che mi venne qualche anno fa: rasarmi, vestirmi completamente di bianco. Giusto perché andare in giro nudo non si può. E ascoltare quello che capita.
Col tempo cominciai a incarnare l’ultimo personaggio. Il ‘loner’, quello che è in gamba, perché ce lo ricordiamo, ma dobbiamo lasciarlo per i cazzi suoi. Perché è una gran brava persona, però è forte e gli piace stare da solo, perciò lasciamolo in pace. Beh, in fondo mi piaceva questo personaggio. Mi piace incutere timore, mi piace che la gente ci pensi due volte prima di rivolgermi la parola. Oggi mi tornerebbe molto comodo. Ah, il ‘loner’, poi, come in una canzone di Beck, è diventato un ‘loser’.
Oggi non sono niente, semplicemente. Per molti sono un vecchio di quasi venticinque anni, diciamo per i più giovani, perché non partecipo a feste, rave e non mi pronuncio più sulla droga. Ma ascolto anche la loro musica. Per altri sono semplicemente impazzito, diciamo per gli amici più stretti, perché non so darmi pace riguardo a un certo dolorino, perché ascolto Madonna e i Wilco, sempre siano lodati, perché non esco più. Oppure perché non do più buoni consigli. Si sa che la gente dà buoni consigli… O perché loro sono felici e io no. Molto più semplice.
Oggi sto qui e ascolto di tutto, mischio le carte, Beethoven e i Radiohead, Ravel e Amy Winehouse, e penso che dovrei decidermi a diventare una persona terribile e feroce, vivere per me stesso e non pensarci più. A tutto, in genere. Farmene una ragione. Capire che è così, che fintanto che possono affibbiarti un'etichetta, identificarti per spogliarti, senza capire che è solo quello che vuoi fargli pensare, solo in quel caso conti qualcosa. Dopo, non conti un cazzo.
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