Leggi scritto




Autore: ben crood

LE PETIT PRINCE! LE PETIT PRINCE! LE PETIT PRINCE!
Aggiungi questo scritto ai tuoi preferiti

Abstract: Sono per l’abolizione delle generazioni musicali, che non hanno più senso. Dedicato a chi, come lo scrittore Kauffman, pensa che a un certo punto si possa smettere di essere invisibili.

Riferimento: Wilco, Piccolo Principe, LCD Soundsystem


Condividi su Twitter

CAPITOLO I: LA DITTATURA DEGLI OGGETTI

Giovanni Mazzarotta si è accattato l’ipod per sostituire, con un oggetto, una mancanza affettiva. Sostituire una persona con un bene materiale. ‘Bene reputazionale!’, gli ha detto una sua amica tutta carina e boccolosa come Shirley Temple, ancora invischiata in questioni di marxismo e ONG.



Ma siccome il nostro Giovanni da lì proviene e sa come si sputa in un piatto in cui si è abbondantemente mangiato, gli ha reso grandemente la pariglia: ‘Certo che è un bene reputazionale! Segna la mia appartenenza alla contemporaneità, e mi fa eccitare pensare di essere fresco e giovane come solo i gggggiovani sanno essere! Accostando Beethoven a Madonna, gli U2 a Paolo Conte, io assegno la mia completa fiducia nella sfiducia e nella confusione che regnano oggi. Ma sulla proprietà privata, il tuo amichetto non sbagliava…’



‘Nooooo…’, ‘Ti prego…’, ‘Ma che cazzo…’, fa Giovanni mentre l’amplesso gli scombussola la coscienza e gli offusca la vista. O la vita.



Non si rende conto se davvero pronuncia quelle frasi intrise di ribrezzo per essersi concesso alla Sconosciuta di Turno. Ma tanto lei ha già fatto qualche minuto prima, con sommo stupore del nostro, e mentre lui conclude tiene gli occhi chiusi, e quindi: se Giovanni ha solo pensato quelle cose, lei comunque non può aver notato l’espressione disgustata del nostro.



Poi la Sconosciuta, che può vantarsi di aver sedotto il nostro proprio per non ambire ad essere proprietà privata, si addormenta. Giovanni improvvisa una preghiera, mentre medita, nell’ordine, di andare via, di tornare da Lei,



Coro di scimmie in frac: ‘Chi è Lei? Chi è Lei?’



medita ancora sulla fortuna di possedere un ipod, sul fatto che finalmente la musica ha cessato di essere materiale, e prima o poi volerà da mente a mente senza distinzioni di genere, scale pentatoniche o testi impegnati. Forse, un giorno la musica smetterà di appartenere a qualcuno, uomini o generazioni che siano.



Coro di scimmie in frac : ‘Ma dicci dicci, chi è Lei?’



Del resto, pensa Giovanni, se sto qui a meditare su queste stronzate, vuol dire che questa Sconosciuta non mi fa nemmeno schifo, mi è solo indifferente. Però aveva degli occhi interessanti, mentre… Mah. Tanto non sono i miei.



E torna a pensare alla proprietà privata. Alla dittatura degli oggetti.



Il tiranno ipod è molto leggero, in fondo. Mi regala qualsiasi tipo di emozione. Posso catafottermi sulla luna con Thom Yorke. Poi tornare sulla terra con Morricone, e sparare al mio arcinemico. Del resto, a chi debbo dar conto? Forse a mio padre e ai suoi cantautori, ai canti partigiani o ancora ai calabresi che studiano qui, che per sfuggire allo stereotipo del calabrese coi peperoni appesi al muro si mettono a suonare rock’n’roll, fornendo infine un nuovo stereotipo di studente calabrese, che sempre stereotipo rimane?



Del resto ancora, il mio arcinemico ha vinto grazie alla proprietà privata. Lui aveva una casa sua, un lavoro assicurato, un mondo verofunzionale. Tautologico. Ha fatto credere a Lei che fosse la mia, proprietà privata, di un sentimento, quella che io pretendevo, ed è stato facile trovarmi insopportabile.



Io cos’ho? Sono leggero. Non ho nulla, se non la mia mente… Chi la diceva ‘sta cosa? I Pearl Jam, ‘I am mine’… cosa c’è nella playlist, dopo? Ah, sì, Nelly Furtado.




CAPITOLO II: GIOVANNI MAZZAROTTA CONTRO SE STESSO, MA NON TROPPO

Coro di Scimmie in frac che frusta Giovanni e intanto canta, dalla colonna sonora di ‘Fratello dove sei?’: ‘Go to sleep little babe, go to sleep little babe, go to sleep little babe, go to sleep little babe, go to sleep little babe, go to sleep little babe, go to sleep little babe, go to sleep little babe, go to sleep little babe…’



Giovanni è sul letto. Fissa il vuoto, come se avesse assunto acidi e sonniferi per ammazzare qualcosa.



Pensa che avrebbe avuto bisogno di droga, in effetti, in questo periodo. O almeno di alcol. Essere stordito o allucinato, fin quando non sarebbe finita davvero.



Ma, in fondo, se si distrugge quella funzione biunivoca che assegna a ogni canzone una generazione e viceversa, viene a mancare anche il disagio generazionale, e quindi, forse anche l’uso di droga.



Sembra un programma ministeriale contro l’uso di sostanze stupefacenti.



Qualche giorno prima, un amico indie-rocker di Giovanni gli ha chiesto qualcosa su un gruppo che usa due batterie, tre drum machine e forse indossa pellicce di castoro quando suona dal vivo.



Il nostro, pur non essendo convinto di quest’ultima cosa, è rimasto in silenzio. Ha guardato nel vuoto, ha pensato a Lei,



Coro di scimmie in frac: ‘Ma chi è Lei? Tu devi dircelo!’



poi ha cominciato a urlare in faccia al suo amico: ‘Quando finirà tutto questo? Quando finirà? Perché non è umano, perché se lo è io non ne colgo il senso! Voglio la mia droga, la rivoglio!’



Coro di scimmie in frac, mentre suona le batterie nel pezzo dei Nine Inch Nails, ‘Perfect drug’: ‘Chi è questa droga? Chi è? E come puoi ascoltare Robert Johnson e Cristina Aguilera dopo i Nine Inch Nails?’



Troppe domande, tutte insieme. Lei mi avrebbe detto che è tutto molto più semplice. No, non me lo avrebbe detto. Avrebbe ballato ogni pezzo che le avrei proposto, senza chiedersi di chi fosse, senza chiedersi su quale canale di MTV fosse passato. Implicitamente, mettendomi nelle vene quella sostanza che solo Lei possiede, mi avrebbe sedato, acquietato, sussurrandomi, stravolgendo le parole come suo solito, ‘Perfect Day’ di Lou Reed.



Ecco, questo è Lei. Ma non fatemi altre domande, perché delle risposte, io, da oggi, me ne infischio. Lei è la sirena che sul bordo del fiume mi chiede di andare da lei a pregare. Lei mi ha obbligato a credere, a tutto o a niente, Lei mi ha obbligato a raccontare, qui come altrove, a Lei come a tutti. Ho pensato più volte che fosse l’ultimo anello di congiunzione tra me e la normalità. Questo non posso saperlo. Mi ricordo solo una cosa. Che non facemmo subito l’amore, che non ci siamo ‘visti’, come si dice oggi, siamo stati in un letto a confessarci, mentre già mi obbligava a raccontare, e poi mi ha messo la mano sul cuore per misurare le mie emozioni.




CAPITOLO III: ‘SUONA TUTTO E NIENTE, UNA MUSICA, SENZA MUSICA’ (CERTE COSE NON ACCADONO DAVVERO)

Giovanni Mazzarotta è ancora steso sul letto. In mutande. Si guarda le gambe, si fa un po’ orrore per essere dimagrito così tanto, in fretta, senza motivo. Chiude gli occhi, vaga tra Paolo Conte e i Velvet Underground, poi qualche pezzo commerciale di Eric Clapton.



Appare il Critico. È grosso, ha la camicia sporca di polenta e sugo.



‘Ma come puoi, come puoi, altro che i Pink Floyd, filologicamente parlando tu stai facendo a pezzi Clapton, cioè, ma sai, nel ’69, alle 20:41 ora legale, alla Royal Albert Hall, Eric premette il la sulla quinta corda…’



Giovanni prende la pistola. Pensa che la musica può fare tanto, e tanto ha fatto per tutte le generazioni. Ma non può salvarti o redimerti, a meno che tu non sia un cantante negro, ma poi cambia tutta la concezione della vita ed è un casino, meglio rimanere così. Musica senza musica, suona tutto e gnente.



Più facile premere il grilletto.



Sparare.



Al Critico, mica a se stessi.



Tu non hai nemmeno la coda.



Polenta, sugo e sangue. The thrill is gone.



Piove. Quando trilla il citofono, a Giovanni sul letto prende un colpo che lo attraversa da parte a parte, sembra un conato di vomito, che è misteriosamente l’anagramma di motivo, poi sembra una luce accecante. Infine,



Coro di scimmie in frac tribolanti: ‘E vai ad aprire!’



È Lei. È fradicia.



Ho escogitato una nuova strategia, mentre vago col mio ipod. Mi segno una destinazione, una meta. Ma, per arrivarci, improvviso, mi faccio guidare dall’istinto. Solo che questa è la stagione delle piogge, e ieri mi sono bagnato. Quando piove e sono fradicio, sono fradicio di te.



Giovanni la guarda. Ride dentro di sé, per quella piccola speranza cui non ha mai chiuso la porta, quella porta che adesso è aperta e Lei è lì. Fradicia. Ma ride anche perché è ancora in mutande. Lei lo guarda negli occhi. Lo abbraccia,



Coro di scimmie in frac tribolanti: ‘Mi dispiace, ha detto Mi dispiace!’



Ma certe cose non accadono davvero. Perché non c’era la colonna sonora adatta, nonostante i 4 Gigabyte di musica a disposizione.



Allora, come dice il più grande depresso sulla faccia della terra, che si chiama Eels e sta nel mio ipod tra gli Earlimart e gli El Guapo (ora hanno cambiato nome), ‘the question isn’t if, the question is merely when’. Per questo ho comprato l’ipod. Non ti avrebbe mai potuto sostituire, ma questo non lo dirò ai marxisti-leninisti. Ma è anche vero che certe cose non accadono davvero. Oh, ma quando ieri ti ho accarezzata e la tua pelle, sebbene non fosse abbronzata, era ancora la fine del mondo, be’, quello era vero, anche se era un addio, uno dei miei ridicoli addii teatrali e senza speranza. E in quella carezza non c’era un pugno, anche se farebbe comodo a entrambi pensarlo, ma c’ero io. Questo è accaduto davvero. ‘The question is merely when’.




CAPITOLO IV: RAGAZZO MORTO SENZA CODA



Quella volta che i Wilco, i Low, Samuele Bersani e persino Madonna rimasero a dormire da Giovanni Mazzarotta, avevano la coda. Il nostro l’aveva sempre avuta. Fecero un barbecue con le scimmie del coro. Poi Giovanni spiegò la situazione a Jeff Tweedy, il cantante dei Wilco, che festeggiò prendendo un’aspirina.



Fu una bella festa, ma il sapore nostalgico del pandoro fece cadere tutto il pelo della coda di Giovanni. Al nostro prese come un raptus, decise di tagliarla.



Coro di scimmie in frac: ‘Ma come, l’hai sempre avuta! Non vorrai mica morire!’



Non morirò.



Voglio solo smettere di confondere le cose, la mortadella col prosciutto, gli oggetti con le persone, l’amore col potere, l’espressino col cappuccino.



Voglio solo arrivare a una conclusione. Che ciò che conta è l’universale. La musica che stiamo qui a romperci le palle su cos’è e cosa non è… una cosa, un sentimento, è qualcosa fin quando non ti chiedi cos’è. La musica di cui tanto parlate… ha già fallito. Perché fin quando è troppo legata a un’epoca, a una generazione, non può cogliere l’universale nel particolare, come sa fare ‘Il Piccolo Principe’, io non me la immagino una ragazza del secolo scorso che litiga con un ggggiovane d’oggi perché la sua letteratura è migliore di quella odierna. Siamo seri.



Lei era seria.



Coro di scimmie in frac e pettegolo: ‘Ma dicci, dicci, dicci il suo nome…’



Oh… questo no… o forse sì… perché continuare con questo ‘Lei’ con la lettera maiuscola è un po’ ridicolo…



(sottofondo: una qualsiasi canzone nera o che parla di New York, anche un semplice arpeggio andrebbe bene, meshtru ipod)



Tu forse non puoi capire. Se vuoi che io mi disinnamori di te, devi davvero cambiare nome. Andrebbe bene Raffaella o Antonietta, ma anche un banale Maria, o peggio ancora Addolorata. Con un nome come il tuo, io non posso proprio lasciarti fuggire. Mi sa solo di te. Parte forte con la D maiuscola, ma subito si fa tenero con la e, poi diventa piccolo e delicato con la elle che scivola sulla i, piano piano per poi arrivare alla a, e dirmi che sei una femminuccia, come si diceva alle scuole elementari. Quando non sapevo chi fossi.




CAPITOLO V: IN MORTE DI UN PICCOLO PRINCIPE (E DI UN FESSO)



‘Papà, ho calcolato che la durata di tutte le canzoni che mi hai detto di aver ascoltato è superiore ai tuoi anni di vita…’



‘Ma sei scema? Vuoi dire che tuo padre, Giovanni Mazzarotta, ti ha raccontato una marea di frottole?’



‘Be’, io in matematica sono brava!’



‘Be’, a un certo punto della mia vita ho avuto molto tempo libero, e ho ascoltato molta musica, quindi fidati e basta! Piuttosto, hai finito di leggere il Piccolo Principe?’



‘Sì, mi è piaciuto!’



‘Come sarebbe a dire ‘mi è piaciuto’?! Porca miseria, mica stiamo parlando di mod o prog o rock’n’roll!’



‘Cos’è rock’n’roll, papà?’



‘Niente, piccola… niente… Andiamo a comprare una rosa alla mamma?’



Woody Allen è un fesso.



Però il segreto è vivere come in un suo film, forse. Le sue colonne sonore sono sempre universali, coi ritmi jazz che possono accompagnarti ovunque, da una mostra fotografica fino al fare l’amore con la tua ragazza la prima sera che dormi nel tuo nuovo appartamento.



Il segreto è innamorarsi di New York, come se la guardassi sempre per la prima volta. Ogni tanto prendere dei fiori, e fare che New York sia una città, anche un’altra città che New York non è, o una donna, o una passione…



Per dirne una. Negli anni novanta ero incazzato. Mettevo su un prodotto tipico del tempo, gli Smashing Pumpkins, con quella canzone urlata, ‘despite all my rage I’m still just a rat in a cage’.



Oggi, sono ancora un topo in gabbia.



E quel verso c’è ancora, ma alla fine di un disco dance tipico invece di questi anni, degli LCD Soundsystem, con una ballata tra Lou Reed e tutta la storia della storia della storia della storia della storia della storia della storia della musica…



‘New York your’re perfect, now please don’t change a thing,



New York I love you, but you’re bringin’ me down...



Like a rat in a cage, pulling minimum wage



New York I love you, but you’re bringin’ me down...’





lascia un commento :: 3 commenti

stampa
Versione per Stampa

Torna

writeup Messaggi






informativa