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Autore: MP

Requiem Punk
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Abstract: La musica non ha generazioni, la musica non ha appartenenze ben stabilite, la musica non ha nulla a che vedere coi dati anagrafici, né tuoi né di chi la canta né tanto meno di tutte le altre persone che la hanno ascoltata, la ascoltano o la ascolteranno in futuro. Se fai tua una canzone rimane sempre tua anche se è stata scritta prima che nascessi e se il corso del tempo la declina in modo diverso. Se fai tua una canzone nessuno può spezzare il tuo rapporto speciale con essa, nessuno te la può togliere… neanche da morto!

Riferimento: cccp


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Quando i CCCP hanno pubblicato i loro primi album eravamo a metà gli anni ottanta, e a me del patto di Varsavia, della NATO, del KGB e dell’Unione Sovietica, non me ne fregava niente, della Berlino divisa, crocevia di un Europa luccicante e spasmodica ma confusa non me ne fregava assolutamente niente, non mi fregava niente nemmeno della crisi di valori che investiva il decennio e me ne fregava ancora di meno della politica di Reagan e della Thatcher, figurarsi poi del generale Gheddafi!



Cioè… non è che proprio me ne fregavo di tutte queste cose… è solo che avevo altri interessi… a metà degli anni ottanta mi interessava jeeg robot d’acciaio e i mattoncini Lego e per me la musica era più che altro la voce, artificialmente allegra di Cristina D’Avena sulla sigla dei puffi.



Io… a metà degli anni ottanta avevo cinque anni.



Io i CCCP li ho sentiti per la prima volta dieci anni fa, e da quel momento in poi il mio intero rapporto con la musica è cambiato.



I CCCP li ho sentiti per la prima volta quando avevo sedici anni e in quel momento per me il punk non andava oltre la Londra in fiamme evocata da Joe Strummer (che Dio lo abbia in gloria), i proclami anarchici o le sprezzanti ironie sulla regina d’Inghilterra urlate da Johnny Rotten e in ogni caso difficilmente riuscivo ad immaginarlo come un fenomeno che riguardasse l'Italia… anzi se qualcuno mi avesse detto che nella provincia emiliana qualcuno faceva musica punk forse mi sarei messo a ridere… raffigurando nella mia testa l’immagine anomala di qualche figuro con la cresta colorata che mangiava tortellini e piadine.



Per me in quel momento il punk iniziava e finiva a Londra e mi piaceva abbastanza ma mi apparteneva poco.



Io la prima volta che ho sentito i CCCP me la ricordo come se fosse ieri.



Era un sabato invernale e andavo a Roma, la grande città tanto anelata da noi giovani adolescenti fuori moda di un paesino di provincia orgogliosamente denuclearizzato.



Ci andavo coi miei amici più grandi, che avevano la patente ed una vecchia auto presa in prestito dai genitori, nella quale qualcuno avrebbe inevitabilmente lasciato cartine rizla sparse quando andava bene… macchie e indicibile puzza di vomito quando andava meno bene.



Nello stereo una vecchia cassetta di Vasco Rossi cantava la vita spericolata dei giovani degli anni ottanta, quelli italiani non quelli londinesi, ci passavamo una bottiglia di vino rosso che qualche nonno compiacente aveva regalato al nipote compiaciuto all’insaputa dei genitori che avrebbero sibillinamente disapprovato.



Arriviamo in una insignificante periferia romana dove studenti, giovani operai ed extracomunitari della prima generazione condividono angusti spazi, scomoda eredità di anni di abusivismo edilizio capitolino.



Parcheggiamo l’auto e ammazziamo il tempo in un piccolo bar dove una grassa sessantenne ci serve qualche drink disgustoso, dell’acqua di fuoco in grado di assassinare tutti quelli che si trovassero in prossimità del banco, suo marito intanto, scuro in volto lancia improperi e maledice i defunti parenti di clienti poco graditi. Svuotiamo i bicchieri con ingordigia sperando di ridurre i nostri freni inibitori.



Entriamo in un locale traballante che il corso del tempo ha più volte riconvertito fino a trasformarlo in una fumosa discoteca.



Io giovane adolescente imberbe, capelli corti, volto pulito, una t-shirt anonima e nessun segno identificativo che affermi la mia appartenenza ad una qualche ideologia sociale-estetico-politica mi sento un po’ fuori luogo…



Eri cosi carino eri cosi carino



Pigro di testa e ben vestito



Giro per il locale che nel frattempo il caldo asfissiante ha trasformato in una serra tropicale di sudore e sputi.



Mi guardo intorno col distacco serafico dei catatonici, in questo non luogo pervaso di finta allegria, poi torno in me e lancio languide occhiate alla procace barista, che le accoglie con malcelata freddezza.



Il suono isterico che si sparge nell’aria è un inconsueto mix che va dal sedicente cobra di Donatella Rettore alla rabbia postmoderna dei Rage Against The Machine.



Mi muovo con fare svagato tra un esercito di punk, dark, freak… o presunti tali, degni esemplari di un un’umanità distratta e svogliata ma sempre attenta alle apparenze perché se è vero che l’abito non fa il monaco quanto meno serve a distinguerlo da un laico… o presunto tale.



Si muovono le braccia, si muovono le gambe, si muovono le teste... si muovono molto poco le idee...



Cerco le qualità che non rendono



In questa razza umana



Che adora gli orologi



E non conosce il tempo



Cerco le qualità che non valgono



In questa età di mezzo



Una cortina di fumo impenetrabile dal sapore dolciastro e speziato avvolge la sala semibuia, stanco e sudato, gli occhi infossati e lucidi mi siedo da una parte.



Un impercettibile attimo di silenzio si insinua tra una canzone e la successiva… una melodia mi avvolge… un ripetuto giro di chitarra attacca, un abusato e straziante suono di xilofono si inserisce con pressante discrezione e infine un grido minimalista e conciso, un urlo disperato e viscerale si ripete serratamente e in modo messianico, si staglia nella malinconica monotonia del momento con tono quasi religioso…



CURAMI, CURAMI, CURAMI



Mi provoca uno scompenso alla valvola mitralica… e poi, quello che solo dopo ho scoperto essere Giovanni Lindo Ferretti mi viene in soccorso continuando a ripetere come un derviscio dalla voce in trance



SONO LA TERAPIA, SONO LA TERAPIA, SONO LA TERAPIA



Mi avvolge, mi pervade, mi sconquassa, mi trafigge, mi brucia dentro. Sembra rivelarmi la perfezione ermetica della musica Punk… ma soprattutto sembra rivelarmi l’anima di chi canta… sembra che questi non so da dove e da quando si metta in comunicazione con me approfittando dell’incantesimo della musica per fermare lo spazio e il tempo.



Curami è troppo bella.



Curami da quel giorno non ho mai smesso di ascoltarla.



Curami non mi stancherò mai di ascoltarla.



Curami… Curami… Curami… vi prego suonatela al mio funerale!





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