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Autore: Alfredo

Padri e figli
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Abstract: Guccini e Britney Spears altro strano connubio.

Riferimento: Francesco Guccini


Prologo



Mi ha chiamato al telefono un mio amico e, tra l'altro, mi ha detto: «Mio figlio ascolta solo la musica che gli dico io. Guccini, Deep Purple, De André, Ligabue, Hendrix, CSNY, Neil Young, e così via. Se non ci sto attento rischia di farsi prendere da quella robaccia commerciale e va a finire che si rovina. Guai ai lui se ci prova. Dovessi sentire come canticchia in inglese Smoke on the water» dice orgoglioso. «Tra un po’ gli insegno anche il riff di chitarra: dan dan daan, dan dan dan daan, dan dan daan, dan daaan… [immaginatevi, appunto, un vocalizzo che riproduce il riff suonato da Ritchie Blackmore, ndr]».



«Ma, non ascolta niente altro?» gli ho chiesto timidamente.



«Scherzi? Mica sarà scemo! Non si deve permettere! Lo aiuto io a capirci qualcosa nell’attuale casino musicale!» ha aggiunto schermito. «Piuttosto, le tue [intende: figlie] che ascoltano?».



«Le mie?» gli ho detto dopo una breve pausa per prendere tempo. «Be’, un po’ di tutto, anche quello che mandano le radio come Deejay o RDS…», ho detto, terminando la frase con un filo di voce. «Però, anche cose che sentono da me… cose vecchie, ma solide, immortali, eh!» ho aggiunto con il tono di chi vorrebbe far credere all’altro che le ragazze prendano davvero consigli da me.



«Fai bene a dare una linea, mica vorranno sentire l’attuale “monnezza”. Noi abbiamo anni di esperienza d’ascolto alle spalle, mica cavoli. È giusto che trasmettiamo loro queste nostre esperienze e conoscenze musicali!». Clic. Fine della conversazione.




Il fatto



Quando ho riagganciato il telefono mi sono sentito un po’ imbarazzato. Da una parte, mi sono meravigliato che suo figlio ascoltasse davvero i suggerimenti del padre. Sì, all’epoca aveva soltanto 13 anni, poteva anche essere. A me non accadeva con la stessa solerzia. Quando propongo alla più grande di ascoltare qualcosa assieme, capisco che lo fa solo per dovere e per buona educazione, non per vero convincimento. Capita anche che mi guardi con una certa tenerezza, come a dire: ancora ’sta roba, un po’ vecchia, no? Ben presto ho smesso nei miei tentativi di suggerire quella che considero musica di qualità, per fare in modo che a decidere siano i suoi gusti estetici, le esigenze personali o il destino capriccioso (com’è giusto che sia).



Da una parte, dunque, la meraviglia che qualcuno (un figlio, per di più) ascoltasse suo padre senza proferire verbo. Dall’altra, mi spaventavano un po’ le certezze del mio amico. Nella vita mi è capitato di cambiare gusti, pareri, opinioni. Lui, invece, è lì, granitico, solido, come chi non sappia davvero ascoltare (lui sì!) quel che accade di nuovo e alternativo nel mondo (della musica, nello specifico).



Allora ho ripensato a mio padre. Lo faccio spesso, ma quella volta fu un’occasione speciale. Ecco, mio padre non mi aveva davvero mai imposto nulla, tanto meno la musica da sentire. Era più facile che fosse lui ad avvicinarsi a me e ad ascoltare. Mi sentivo libero. Lui parlava con i suoi comportamenti, non mi faceva la morale, esprimeva verso di me libertà, senza per questo disinteressarsi ai miei pensieri, anzi si interessava moltissimo alle cose che facevo. Semplicemente: si interessava, faceva domande, chiedeva, si attendeva risposte che lo informassero di qualche novità. Quando è morto ho pensato: ora non potrà più conoscere le cose che verranno, la sua curiosità (se mai resta una curiosità in chi muore) resterà insoddisfatta. Spesso ho la tentazione di portare un giornale al cimitero. Chissà che così mio padre non abbia l’opportunità di saperne di più. Se dovesse tornare, la prima cosa che farei sarebbe quella di raccontargli tutto ciò che nel frattempo è accaduto. Si metterebbe ad ascoltare con lo stesso interesse di sempre. Lo so.



Insomma, come potrei tentare di imporre i miei gusti o le mie esperienze alle ragazze, dopo essere stato un figlio libero nelle idee e nelle opinioni? Sarei, prima di tutto, un ingrato, poi uno sciocco. In realtà, ho solo tentato di scambiare musiche ed esperienze. “Scambiare” è la parola giusta. Condividere. Non ho preteso che qualcuno ubbidisse ai miei comandi. Tento di insegnare (se la parola è corretta) ascolto e disponibilità, cos’altro potrei di più?



Gli effetti, nel tempo, pian piano si vedono. La più grande oggi ama i Beatles, ma è informata anche della musica che mandano le radio commerciali, e non disdegna puntatine nel settore cantautori. Non mi lamento, insomma. Io, invece, ho imparato a conoscere anche molta musica pop che prima disdegnavo, per ragioni forse snobistiche o elitarie. Accanto al jazz, alla new wave, alla vecchia prog, oggi sento anche musica di cassetta. Tento un ascolto globale, insomma, tento di muovermi dentro registri anche contraddittori, attuali, caotici, “liquidi” direbbe Zigmunt Bauman. Certe volte funziona. Certe volte è divertente. Mi piace Gwen Stefani, per esempio. Ho sempre ascoltato volentieri Madonna. Cosa c’entrino queste due con Miles Davis, Keith Jarrett o Luigi Nono non lo so, è davvero un  mistero, ma di misteri è fatta la vita. E poi qualcosa in comune lo avranno pure. È sempre musica. O no? Insomma, io speriamo che me la cavo.




Epilogo



Mi richiama il mio amico. È triste e sconsolato, perché è accaduto un fatto, ai suoi occhi, gravissimo. Mi racconta che ha suonato un pony alla porta, che lui è andato ad aprire, che c’era un pacchetto da ritirare e che si doveva anche pagare una certa cifra. Lui prende il pacco, lo guarda bene, sembrano Compact Disc. Nonostante sia indirizzato al figlio, decide di aprire e subisce, così, una sorpresa tremenda: sono CD di Britney Spears! Tutti i CD di Britney Spears! Comprati in cambio di una cifra considerevole, che lui stesso aveva pagato in contrassegno al pony! Non sa dirmi se è stata più la delusione o cos’altro. Si reca subito nella stanza del figlio, tappezzata di poster di Guccini e De André (potrebbero essere i nonni del ragazzo, a pensarci!). Lo guarda negli occhi, mentre il figlio ha immediatamente capito il dramma.



«Hai comprato tu questi CD di Britney Spears?» chiede quasi in trance.



Il ragazzo abbozza una scusa: «Sì, però sono per una mia amica, che mi ha chiesto un favore, ma paga lei, non ti preoccupare…».



«Dimmi la verità!» lo incalza.



Il figlio, a questo punto, ha una sorta di moto d’orgoglio: «Sì – dice -  sono miei, perché, non posso ascoltarli? Mi piace Britney Spears, e allora? Che palle ‘sto Guccini! E la locomotiva, e l’avvelenata, e le osterie…» dice quasi liberandosi da un peso.



«Britney Spears? Ma che ti dice il cervello? Ma cosa ti ho insegnato? Eh? Questa robaccia?» dice il mio amico.



«Senti papà, mica posso ascoltare sempre musica pallosa… E dai!». Dopo di che prende i dischi di Britney, dice: «Grazie» e inizia a guardarli come se il padre non ci fosse già più.



«Hai capito?» mi dice il mio amico al telefono. «Vai a insegnare le cose ai figli! Ecco cosa succede».



«Già, infatti…» rispondo a mezza voce, un po’ pensoso, e ribatto: «Be’, forse c’è modo e modo di insegnare le cose ai figli, tu che dici?».



«Certo, mo’ ci manca pure che gli dai ragione…».



«No, no, certo. Dicevo solo che bisogna avere un atteggiamento un po’ più libero e tollerante, senza per questo mollare sul piano… ehm… educativo. Già, educativo!».



Il mio imbarazzo, a voi posso dirlo, non nasceva soltanto del quel suo atteggiamento davvero non condivisibile, ma da un’altra cosa, per certi aspetti più imbarazzante ai suoi occhi. Il fatto era semplice: chi glielo diceva al mio amico che, in quel periodo, ascoltavo moltissimo Britney Spears, di più, che mi piaceva davvero sentirla, spinto all’ascolto da mia figlia più grande. Era troppo imbarazzante. Gli avrei inferto un colpo mortale. Come spiegarglielo? Come trovare le parole? Pensai: meglio tacere.





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