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Autore: zucca

fo zarrillo e raffaele
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Abstract: non è mica semplice scegliere il punto del mondo più adatto per scendere con due gambe incapaci fra loro a tenere i piedi all'asfalto bruciato che ogni volta c'è da camminare ogni volta mi tocca imparare daccapo (Pinomarino)

Riferimento: Dario Fo, Zarrillo..e Raffaele!


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Oggi sono andata a vedere (o sentire, fate voi) Dario Fo, invitato per l’inaugurazione di un festival sui diritti umani (in verità per presentare il libro). Pensavo di stare per assistere ad una delle più belle occasioni che ti possono capitare, eppure tutto quello che mi ricordo meglio è l’immagine dell’aula magna ancora vuota, con le seggiole vuote e di colore orribile, le alte vetrate coperte da stracci lassù in cima e la luce di sole del tutto sprecato là fuori che se la rideva grassa. Mi hanno fatto entrare quasi per sbaglio, quasi per scherzo. Ho una macchina fotografica tra le mani e provo a capire come funziona. Ho fatto una bella foto in bianco e nero, così. Tanto per dire. Poi la ragazza che si è seduta dietro di me ha messo i piedi scalzi sopra lo schienale della sedia di fianco la mia. Non mi è dispiaciuto. Anzi, quasi mi ha fatto piacere. L’avrei fatto anche io. Comunque, riprendendo la cosa, oggi Dario Fo non è che mi abbia esaltato chissà quanto. Quello che mi frega, a me, e mi frega tanto, è che se sto da sola parto. Parto da sola e tutto si struttura in qualcosa che da ecosistema diventa egosistema. Ti dicono, dai, Dario Fo ci ha 80 anni e passa, cosa vuoi che ti faccia il saltimbanco ancora? C’hai ragiona, o mio interlocutore infatti si vede che il corpo umano non è fatto, di sua stessa fattura, per essere intergenerazionale. Te lo dico davvero, non fare cazzate, lo sai che poi ci resto male. Ho bisogno di mantenere un’immagine di riferimento, non voglio sapere altro. Si scherza fin quanto vuoi, ma non voglio veder ripetere ancora il castello di carte che frana. È una palla, è noioso, è banale. E non pretendo molto di più. Sto riascoltando i Radiohead, OK Computer, grazie alla buona grazia di mio fratello che pare stia venendo su con un sacco in spalla musicale di rispetto. Ah, sì, signora mia, l’ipod e le canzoni scaricate a pezzi e bocconi, ah! Non sanno più cos’è una custodia, ah! La ceralacca della SIAE, ah! Il testo a memoria e scritto a doppio fondo sul diario, ah! Ma sì che palle, non sembra nemmeno di stare a parlare con emozioni, ma con quarti di manzo. A pensare cosa sia meglio o peggio, a come prima era meglio di dopo perché dopo il prima non c’è più… Una volta chiesi a mia madre chi era Michele Zarrillo. Eravamo sotto sanremo, ai tempi che faceva effetto come dire di essere sotto natale, e a mamma venne un po’ da ridere, mi pareva. Adesso capisco. Zarrillo è rimasto sempre lì, fuori stagione aiuta nelle serre dei fiori e verso giugno nell’allestimento del palco. Aspetta la pensione a sanremo, sarebbe la chiave di volta per unire generazioni musicali. Indistruttibile, indissolubile, inossidabile. Però non ce lo vedo mio fratello a scaricare Zarrillo. Con tutto il rispetto, voglio dire, magari può anche farlo. Ma non lo ascolterei mica anche io adesso. Raffaele era il bidello della scuola. Maurizio era quello che ascoltava jimi hendrix e ne poteva parlare solo con pochi. Raffaele era uno di questi. Maurizio suonava la chitarra ed era all’ultimo anno come me. Ci conosciamo perché abbiamo un amico e il tragitto per tornare a casa in “corriera” in comune. A volte ci capitava la corriera senza finestre ed era veramente una trappola mortale, perché era estate e l’aria condizionata non andava. Maurizio parlava anche di un libro che il titolo mi faceva morire dal ridere, poi qualcuno anni dopo ci ha fatto su una trilogia colossale e con gli anelli non si poteva più scherzare se non in riferimento ai segni lasciati dai bicchieri bagnati sul tavolo di una serata. Raffaele chiamava “jimi” Maurizio e “janis” me. Una volta esaltato dalla conversazione mi ha preso su una gamba e ci ha fatto la mossa di suonarci un assolo. Ci invitava a casa sua a vedere la sua immensa collezione di dischi, gli brillavano gli occhi, poi tornava in portineria a rispondere al telefono o aprire il cancello. L’ho visto anni fa a Bologna uscire da un negozio di dischi con una busta in mano. Era in città per un ricovero della moglie. Mostrandomi la busta azzurra e bianca mi ha detto che ne ha approfittato per fare degli acquisti. Magari erano cd di Zarrillo.



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