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Autore: riccardo

Ero contentissimo guardando Amsterdam
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Abstract: Ed ero contentissimo - Tiziano Ferro (Avevo pubblicato in origine questo scritto su un sito di viaggi, ma è stato derubricato per sopraggiunti problemi con l'Ente Turismo Belga. A scanso di equivoci, vorrei dire che i personaggi di questo racconto sono opera di fantasia e i luoghi citati sono deformati secondo l'immaginazione totalmente arbitraria dell'io narrante e nulla hanno a che fare con la realtà oggettiva, se mai questa esistesse, dei luoghi stessi)

Riferimento: Tiziano Ferro


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Ed ero contentissimo mentre guardando Amsterdam non mi importava della pioggia che cadeva. Ero fatto.

Amsterdam sarebbe una bella città, se uno se la ricordasse. Se non fosse che arrivi là e la prima cosa che fai è imbucarti in un coffee shop a farti le canne. Perché qua da noi una cosa simile non succederà mai e così lì sei uno squallido turista che abusa di questo fatto. Di questa libertà. Che sarà una misera libertà, ma pur sempre di libertà si tratta.

Comunque, le cose da non fare mai ad Amsterdam sono:
- andarci con amici fasci, ma fasci seri, quelli di no alla droga, no all'aborto, viva Cristo Re.
- andarci con amici erotomani, ma erotomani seri, tipo che appena arrivi (non appena, dopo le canne) ti portano al quartiere a luci rosse e ti trascinano da una riva all'altra di quel canale che ci passa in mezzo perché gli piace più quella vestita da segretaria, no quella vestita da dottoressa, no, quella vestita da suora e alla fine preferisce la segretaria, ma mentre hai ricambiato sponda del canale lei è stata già presa da un altro cliente e così torna indietro dalla dottoressa.
- andarci con troppe paranoie in testa che non ti fanno godere la concessione di usare ed abusare di sostanze stupefacenti.

Io ci sono andato con tutte e tre queste tare.

Dentro il primo coffee shop, mentre mi facevo la mia prima canna olandese, qualità d'erba white widow, avevo davanti un mio amico fascio che mentre stavamo ancora assaporando i primi tiri ha avuto il coraggio di dire, con tutta la simpatica ottusità che solo i fasci riescono ad avere: -siete contenti ora che avete trasgredito?- È naturale che ti prenda un po' a male, invece di goderti il signore con la bicicletta e la ventiquattr'ore che poggia la bicicletta fuori il locale senza catena, entra nel locale, estrae un giornale dalla ventiquattr'ore e prende una tisana ed uno spinello già pronto e si rilassa sulle nostre pochezze molte italiote. È naturale che tu ti domandi, mentre la fattanza già prende strade sbagliate, Perché, Perché tutto questo, Perché quella domanda, Perché gli amici fasci, Perché al limite ti fai tanti Perché, invece di goderti una signora, neanche una bella ragazza, una signora, che così neanche si innestano meccanismi sessuali che potrebbero alterare la placidezza della scena, che si fa una tisana dentro un locale dove giovani che qui in Italia sarebbero catalogati come nerds dai ragazzi molto proletari e rozzi dei nostri quartieri periferici (ma cosa ben peggiore sarebbero catalogati come nerds anche dai ragazzi borghesi e annoiati dei nostri quartieri centrali che giocano a fare i cattivi perché pare l'unica cosa che doni un certo fascino verso regine di periferia e di centro) si fanno un joint senza che a nessuno di loro, al signore, alla signora, ai ragazzi, ai passanti di fuori venga in mente di scassare le palle. A un certo punto sono andato nello strettissimo cesso di quel locale, che non ricordo come si chiama, ma è facile da trovare, il primo che si incontra dall'Orto Botanico verso il centro, in un vicolo sulla sinistra, e mi sono buttato in faccia un po' d'acqua fredda.

Ci sono andato i primi giorni di dicembre, ad Amsterdam. Lo ricordo. Dentro i locali faceva caldo. Fuori faceva freddo. Uscivi fatto e il freddo ti riprendeva. Durante il giorno rischiavi di essere investito da ciclisti e tram. Arrivavamo davanti al Febo e mangiavamo le schifezze di Febo, una catena fast-food ideata appositamente per tossici. Io e quello tra i miei compagni di viaggio che non era l'erotomane né un fascio mi diceva, mentre eravamo strafatti nell'albergo con la seconda qualità d'erba – silver haze, "ora ci vorrebbe proprio un Febo, Feboo, Febooo", finché la o diventava quasi una uuuu e ridevamo, ridevamo ridevamo. Eravamo divertenti per noi stessi soli.

Febo era giallo e rosso, aveva delle piccole cellette molto arcaiche, niente sofisticherie futuristiche. C'erano queste piccole celle, a fianco una fessura per gli spicci e con un eurino potevi portarti a casa piccoli supplì senza riso, quindi tecnicamente non erano supplì, ma con poltiglie ai funghi o alla carne. Con due euro addirittura un cheeseburger o un hamburger che io e il mio amico chiamavamo hhamburgaaaaar e ciiiiisburgaaaaaar e poi alla fine dicevamo, senza connessione logica, febooooooooo, e sghignazzavamo contenti e felici. Mangiavamo avidi ustionando la lingua e placando la nostra fame tossica. Ci saremmo mangiati tutto tanto.

Ci siamo andati i primi giorni di dicembre ad Amsterdam, dopo che eravamo stati a Bruxelles. Veramente una città di merda. Molto ricca dentro. Molto grigia fuori. Molto modernità aggrappata agli anni '80. Se fosse un cantante sarebbe Michael Jackson che non sa ballare. Tornando ad Amsterdam. Abbiamo provato le space cake, i tortini fatti con l'erba. Vi do un consiglio. Se non volete prendere una cantonata non comprate quelle dei coffee shop più fichi, quelli acchittati oltremodo e troppo confortevoli, luccicanti o legnosi che siano. Esempio di luccicanza è il Bulldog, esempio di legnosità è il Siddharta o il Buddha, o qualcosa che comunque aveva a che fare con l'orientalità e la misticheria, lì dove provammo la nostra terza specialità, un'irrinunciabile, ineludibile, e per molti versi anche ineluttabile, skunk orange (L'Independent on Sunday non era ancora uscito con quella boiata di articolo intitolato An apology). Dovete andare ai coffee shop da tossici, li riconoscete, non è una tautologia, lo giuro. Sono quelli più malridotti e con un certo alone di sporcizia, quello in questione era uno con le più retrive e sorpassate icone della cultura reggae. Lì vendono questi tortini che hanno tutto un altro aspetto, non sembrano plum cake del mulino bianco al cioccolato o i muffins al cacao che compri da Starbucks a Londra. Somigliano piuttosto ai residui pasquali della nostra Pizza Giulia, o la pizza cresciuta, o come la chiamate dalle parti vostre, e, proprio come loro quando sono portati sui prati a pasquetta, sono avvolti nella carta stagnola, tutto molto artigianale davvero. E sono bagnate, umide, non secche che ti strozzi. E quelle assicuro, fanno effetto. Non scherzo. Basta avere accanto un compagno che ti suggestiona. Meglio se ti suggestiona positivamente, se ti fa ridere. Io per fortuna ce l'avevo. Stavamo in un pub ad aspettare l'altro che consumava soldi e sperma nel quartiere a luci rosse e mentre bevevamo birra lui mi faceva: -guarda il pavimento, sembra che va in discesa-. E certo, solo perché me l'ha detto lui, ma quel pavimento andava in discesa sul serio. E cosa peggiore, anzi migliore, sulla strada del ritorno all'orto botanico, dietro al quale c'era il nostro albergo, e in quell'episodio nessuno ha suggestionato un altro, una porta verde con una cassetta delle lettere sembrava, fino a circa dieci metri di distanza, un portiere, di quelli con i cappelli e vestiti di tutto punto fuori gli alberghi costosi, e poi un portiere, lo stesso, solo effetto da nanismo, e poi solo alla fine, ma quando eri a cinque metri, e la pioggia leggera ti rinfrescava la faccia congestionata da sostanze psicotrope, riuscivi a vedere la sua essenza di porta con cassetta delle lettere. Il giorno dopo ci siamo ripassati ed è successa la stessa cosa, è che era proprio così, non c'era niente da fare.

Ci sono delle cose che devi fare ad Amsterdam, a parte drogarti. Tipo, dovresti andare a vedere il museo di Van Gogh, perché sei veramente un buzzurro se non lo fai. Ma se non ti va, è meglio non farlo perché sennò non capisci nulla, ti senti impaziente e stanco sulle gambe mentre guardi i quadri e ti sforzi di trattenerti davanti a cercare di capire perché Van Gogh è Van Gogh. A parte che era pazzo e s'è tagliato un orecchio e disegnava girasoli. Io oggi ci tornerei e ci andrei molto più felice in quel museo, non sarei impaziente. Non lo farei giusto perché lo devo fare. Ma allora, si poteva soprassedere. Oggi lo farei perché nel mentre m'è successa una cosa bella, o meglio l'ho sentita. Qualche mese fa, guarda i corsi e i ricorsi, me ne sono andato ad una presentazione di un libro di fasci. In Italia. Perché continui la mia frequentazione con i fasci è più o meno legato a gioventù provinciali, al fatto che c'ho fatto una tesi su di loro, al fatto che ho amici, che in un modo o nell'altro, sono rimasti. Così c'era questo fascio, uno di quelli famosi, che s'è fatto gli anni '60 a destra, che è stato indagato per Piazza Fontana, che ho intervistato per la mia tesi, che presenta un libro, dove s'è messo a raccontare i suoi viaggi per l'Europa. Lo sapete, no? Tutte le fisime dei fasci sull'Europa nazione, un popolo, un'idea, sì all'Europa dei popoli, no all'Europa dei banchieri, etc, etc. È arrivato un momento che ha raccontato di quando è arrivato in autostop fino in Olanda, e sulla strada per Amsterdam s'è aperto da una parte uno scenario immenso molto giallo, fatto di campi di girasoli a perdita d'occhio. E lui a quanto pare, s'è fatto scendere dalla macchina per andarci in mezzo, s'è fatto lasciare là, perché voleva provare l'emozione. Che ne so, stai in Olanda, Van Gogh, girasoli, libertà, che ne so, comunque l'ha fatto. Non è questa la storia bella. Aspettate. E' che lui, parlando di questo fatto, ha parlato di Van Gogh e ha detto questa frase, che era pure un po' emozionato, perché all'inizio s'è impicciato e invece di pittore ha detto scrittore. Poi s'è corretto, però. E spero che si sia sbagliato perché si stava emozionando a ricordare e non perché se l'era preparata per fare il bello e quindi ha balbettato nella recitazione. Gli do fiducia. Ha detto, Van Gogh, il pittore che ho amato come solo si può amare le persone che ti insegnano ad amare. Questa m'ha lasciato secco. Non l'avevo mai pensata così, la mia vita intendo. Ho fatto un rapido calcolo e infatti, alla fin della fiera, fatti tutti i conti e sfrondate foie, innamoramenti adolescenziali, cazzi dritti, illusioni, menzogne a me stesso e agli altri e suggestioni dovute a situazioni ed età, le uniche persone che ho veramente amato, che sono rimaste, che resistono, che ci sono anche nella lontananza, sono quelle che mi hanno insegnato ad amare. Non è un problema di fascisterie, è che lì ad Amsterdam ci doveva stare il fascio giusto, quello che mi raccontava questa piuttosto che dirmi mentre mi facevo una canna se ero contento che avevo trasgredito. Ma tutto questo conta poco. Le droghe contano poco. Persino Amsterdam conta poco. Conta che ami chi ti insegna ad amare. I libri, le musiche, ma soprattuto alla fine, perché sono gli occhi e i corpi e le bocche e le mani e gli odori che fanno il più, le persone. Insomma, lo giuro, oggi se torno ad Amsterdam dentro quel museo ci vado con tutto me stesso. Non lascio i desideri e la vita ad aspettarmi di sotto. C'entro con tutte le scarpe e le voglie.

Amsterdam, ci penso spesso a lei. Ci penserei di più se la ricordassi sul serio. I canali, l'acqua, l'eurotrash che mi raccontava Irvine Welsh che non ho trovato. Che non mi ha sporcato per nulla. Le piazze grandi brulicanti di gente. I tramonti freddi e molto colorati, come le case, e tram e biciclette che minacciavano di arrotarti ogni momento perché eri, come dire, svagato.

Gli ebrei di Amsterdam, le cui ultime scoperte gli zingari di Marquez portavano a Macondo. Suggestioni che sono arrivate prima di me in quei posti. Penso a quella pensione dove ci ficcammo, dove restavamo seduti con la silver haze, la migliore delle tre, che ti faceva sentire leggero e non appesantito, che ti prendeva in testa e ti lasciava il corpo, su quei divani sporchi, con quella televisione piccola che pisciava video musicali acefali e immagini di quell'edizione triste della Coppa Uefa con i gironi da cinque che s'erano inventati i geni dell'Uefa per ravvivare una manifestazione che dalla nascita della Champions League non ha più niente da dire. Penso spesso a quel salotto, con una postazione internet gratuita, il gruppo di spagnole che incontrammo e con le quali il fascio, l'unico lucido da pensare a rimorchiare, s'è messo a parlare e con le quali poi siamo andati in una discoteca lontanissima, che abbiamo camminato tanto, troppo per raggiungere, che poi una volta lì eravamo lucidi e non era più tanto facile fuggire da noi stessi. Penso, in particolare, a quella macchinetta nescafé con cui facevamo cappuccini pieni di zucchero per riprenderci.

Ci penso spesso e ricordo molto, ma di Amsterdam mi resta difficile parlare. Non sono proprio sicuro di essere in grado di raccontarvela. Era bella. Quando giravo là sognavo di tornarci a primavera, con amici diversi, a parte quello che me la faceva prendere bene, e che snaturandosi un po' è stato talmente altruista da venire appresso al mio modo egoista di vivere le città e le cose e le droghe, e che insieme a me è rimasto seduto su quei divani sudici a stummiarsi con la white widow e a ridere forte con la silver. Sognavo di tornarci in primavera, stare fatto senza tutte le paranoie che mi portavo dietro allora e stendermi su un prato al sole, con i cigni e le papere ed essere felice, assaporarla meglio, provare addirittura i funghetti. Avevo in mente tutto, con chi andare e quando. Poi le cose, i soldi, gli esami e altro hanno mandato tutto diversamente. E ancora non ci torno. E a distanza d'anni lo farei ancora, tornerei, proprio in primavera, per buttarmi su un prato, ma magari questa volta mi vado a vedere anche il museo di Van Gogh, seriamente, per vedere se mi insegna ad amare e magari parte della giornata me la conservo lucida per raccontarvela meglio, Amsterdam. E ci resto di più di soli due giorni.

Certo, ora, ci vorrebbe proprio un febooooou.



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