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Autore: Alfredo
Tappettapperugia

Abstract: Incontro di Francesco Guccini. Ridotta a cantilena la canzone si trasforma in guscio vuoto, perde senso, si svuota di poesia e di sapere. Se un’etica esista è nella “presa” che il brano fa sulla nostra vita, interrogandola, tentando risposte possibili, arricchendola in ogni caso di significati ulteriori.
Riferimento: Francesco Guccini
Molti e molti anni fa, c’era una mia amica che canticchiava Incontro di Francesco Guccini. Ma lo faceva così, a “pappardella”, quasi fosse una filastrocca o un lungo scioglilingua. La interpretava in modo meccanico, come quando da bambini si fanno le “conte” prima del nascondino: ponte polente ponte pi, tappettapperugia, per capirci.
Mi dico: forse dipende dal fatto che conosce molto bene la canzone, le viene naturale visto che l’avrà ripetuta innumerevoli volte tra sé e sé. Ne conoscerà l’essenza recondita, la poetica più profonda, l’avrà sviscerata a fondo, se ne sarà impossessata al punto da tenerla lì, sulla punta delle dita. Insomma, mi dicevo, non si “deforma” così una canzone come quella, spero che se ne stia rendendo conto. Anzi, ne sono certo.
Allora le dico: piace anche a me.
Vero, mi risponde, è davvero bella.
Bene, penso, sa cosa canta.
A me piace per la “nostalgia” che esprime, dico ancora, e poi mi piace l’idea di un cuore pieno di simboli, e di un futuro così imprevedibile…
Si? Davvero? Mi guarda, allora, con occhi incuriositi. Smette di pensare ad altro, si volta verso di me e si concentra di più su quello che sto dicendo.
Intuisco un suo sincero interesse, quindi mi appassiono al tema. Si, aggiungo, c’è questo senso di vuoto, di incertezza, mi piace quando dice “frasi vuote nella testa”; non so, capita anche a me di sentire un terribile senso di precarietà dinanzi al futuro che si avvicina a grandi passi, incerto, inquietante. Mi sembra una canzone che parla direttamente al mio animo e alla mia vita.
E quando lo dice? mi chiede sorpresa.
Cosa? Dico.
“Frasi vuote”: quando lo dice?
Be’, verso la fine della canzone, no? ribatto.
Guarda che ti sbagli, in realtà dice: “fiaschi rotti nella cesta”…
Cosa? “Fiaschi rotti?”. No, no, sbagli tu, non dice affatto così, rispondo sereno. Sono ancora molto calmo. Mi trovo posizionato nella fase immediatamente precedente l’incredulità, la sorpresa, l’indignazione. Sono in una specie di rilassato limbo, anche se pare non esista più.
Ma che scherzi!!! sorride lei, dice proprio: “fiaschi rotti nella cesta”, ho letto il testo…
Hai letto il testo? E dove?
Da una mia amica che ha il 45 giri.
Il 45 giri? Ma quando mai, è uscito soltanto su 33 giri. E poi, ti assicuro, dice proprio: “frasi vuote nella testa”…
Ma ti pare!, si schermisce, dice proprio: “fiaschi”. Lo dice anche un mio amico, che dopo si fa grandi risate. E poi, lo saprai senz’altro, questo Puccini si porta sempre un fiasco sul palco, quando canta. (Ridacchia)
Puccini? Guccini, vorrai dire, rispondo terreo. In quel momento il vuoto iniziava a crescere nella mia testa.
Puccini, Puccini… Lo saprò di chi si tratta no? Ho ascoltato tutto di lui, scherzi?
Guarda che si tratta di Guccini, e che sono “frasi” e non “fiaschi”.
Ah, ah, certo, adesso Puccini si beve le “frasi” invece dei fiaschi. (Ridacchia ancora)
Resto senza parole. La guardo. Non credo alle mie orecchie. Le dico solo: ma che cavolo dici…
Che cavolo dici tu! E riparte con il tappettapperugia di Incontro. Una tiritera senza senso, che mi irrita. È come se la mia amica avesse svuotato il brano, lo avesse ridotto a nulla, a uno scioglilingua, a chiacchiera, lo avesse privato di ogni significato, di ogni rinvio, lasciandolo lì nudo, stravolto, svuotato, neutralizzato. Senza più vita, senza più alcun insegnamento o conforto. È come se avessimo dimenticato cosa volesse dire quel brano e quale significato avesse: lo struggimento di quelle stoviglie color nostalgia, quell’America diventata nel corso del tempo una città tanto triste, il freddo e le luci della stazione, le carte che volano via sospinte dal vento, i vecchi soprammobili. Tristezza e nostalgia assieme, intrecciati, confusi, come in una mistura. E in più un senso di vuoto. Era quello, secondo me, il valore di quel brano, la sua eticità, il suo modo di rispondere alle mie ansie. Era quella la vita vera del brano.
Allora l’ho guardata, le ho detto che sì, aveva ragione, forse erano proprio “fiaschi”, e chissà perché si erano rotti. Puccini, aggiunsi, è un grande musicista davvero e la sua canzone che preferisco è Una chitarra cento illusioni. Ne conoscevo anche una versione di Nicola di Bari. Voce soffusa, arpeggio. Sembrano i Genesis di Harlequin. Davvero splendida. No?
Già, rispose lei sorridendo.
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