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Autore: ben crood

Dai Wilco ai Wilco
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Abstract:

Riferimento: Wilco


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L’ho fatto in tutte le posizioni. Non solo a letto. Anche in bagno. Seduto sul tavolo in cucina. Sul terrazzo, col rischio di essere spiato dai miei vicini. In piedi, ma questo è già più scontato. Devo recensire ‘Sky blue sky’, l’ultimo disco dei Wilco, così l’ho caricato sull’ipod e me lo sono sparato tutto intero, in ogni posizione e in ogni luogo. Idee, poche. Le mie, intendo. E’ così stupido scrivere una recensione. Peggio ancora quando lo fai gratis. Pensavo, quando mi interessavo di politica, che fare politica ‘per fatto personale’ fosse poco edificante. Figuriamoci scrivere. Mica si può scrivere perché hai litigato con qualcuno che ti piace, o perché abiti in un quartiere rumoroso. Ma questa recensione sì, devo scriverla ‘per fatto personale’. Dovrei scriverne due, in verità. Una per il giornale più cool del Salento, e so che potrebbe esser letta da una persona in particolare. Potrei lasciarci un messaggio in codice, tipo tutte le prime lettere di ogni capoverso che compongono una frase... ‘Ci vediamo lì alle…’, ma sarebbe troppo complicato. E poi comunque dev’esserci la sostanza, io voglio che chiunque legga questa benedetta recensione capisca quanto è intenso il disco dei Wilco. Intenso. L’intensità è l’unica unità di misura che conosco, sembra. L’altra recensione invece è per il magazine della scuola Holden di Baricco. Non seguirei mai un corso di scrittura, ma mi diverto a scrivere per loro perché hai il limite delle milleottocento battute. I limiti imposti sono un’amabile regolamentazione: come quando sei obbligato a svegliarti ogni dì alle sette per andare a scuola. Poi finisci la scuola e non ci capisci più nulla. ------------------------------------ Credo ci siano diversi modi per scrivere una recensione. C’è quello filologico-comparativo, che va per la maggiore oggi. ‘Una voce che riassume tutti i loner della storia del folk, da Guthrie a Lennon’, ‘siamo dalle parti dello Young più elettrico’, ‘chitarre poppeggianti’, ‘digressioni prog-psichedeliche degne della scuola di Canterbury’, ‘melodie tra il Dylan elettrico e la Chicago post-rock’. Chi scrive in questo modo, in genere, appartiene invece alla scuola di Plinio il Vecchio: filologia che fa rima con patologia, gente capace di indagare e classificare ogni aspetto del reale. Ogni singola nota suonata nella storia della musica è stata ascoltata e classificata come nemmeno Chomsky nel suo Pattern dei Suoni. Recensori che potrebbero intrattenerti a cena anche parlando di cucina tailandese, di come far godere meglio tua moglie o anche di come lasciare tuo marito e andare a letto con loro, o anche di come completare il puzzle di 3800 pezzi che vi hanno regalato distillando intanto whiskey in cantina anche a costo di generare illegalità diffusa, se può far piacere all’interlocutore. Perché loro devono piacere, in ogni modo: se intuiscono di avere a che fare con un botanico, con la scusa di andare in bagno vanno a sbirciare su Wikipedia come si cresce un bonsai. Li chiamerei onniscienti, ma il mio buon cuore, che mi obbliga a frequentare il dizionario dei sinonimi e contrari, suggerisce semplicemente ‘terribilmente/mortalmente noiosi’. Gente di un’intelligenza fuori dal comune votata alla più infima delle arti: essere primi della classe, persino quella operaia. Tornando alla musica, quando leggo recensioni in cui un brano viene comparato a mille altri, finisco per non aver voglia di ascoltarlo nemmeno sotto tortura (che è già tortura leggere recensioni del genere). C’è poi il filone sensibilista, che non esiterei a definire sensibilista-tattile, tipico di ascoltatori di musica a suo modo cool e sempre di moda. Espressioni tipiche e caratterizzanti del movimento (eh sì, è un vero e proprio movimento): ‘un disco autunnale, a tinte pastello’, ‘umori in quattro quarti’, ‘un disco che si lascia ascoltare sotto le copertine di flanella di un cuore affranto’. Nel caso di questa gente, facilmente riconoscibile dalla frangetta che scende amara sulla fronte liscia e brufolosa, la soluzione è un po’ di sano trash metal. Infine, c’è la terza via, leggermente nazista come ogni terza via che si rispetti, ed è quella di Lester Bangs. E’ una sorta di sintesi tra le due sopra elencate, ma – non lo dico io – sembra essere quella più sincera. Quella più vera. Si tratta di unire le due cose: si parte magari dalla storia della musica per sputarci sopra o ammettere di godere fisicamente dell’ascolto di alcuni dischi, per poi condire il tutto con stati d’animo personali e vicende autobiografiche spesso imbarazzanti. E’ uno stile che va sotto questo ineluttabile principio: la mia storia è una porzione, uno spazio parziale e io devo essere capace di renderlo universale, che vi ci possiate perdere anche voi. Ora, io non ci credo se penso che ho studiato ben due tomi della Bibbia-Bangs, ma l’ho fatto e non posso nascondermi. Tuttavia, suppongo di essermi convertito alla visione dello scrittore americano in seguito alla frequentazione di: Nr. almeno 4 nerd che mi hanno riempito il cervello di ‘prossime uscite’ e ‘devi proprio ascoltare l’ultimo degli Skynks Basta Ka Skynks’. Nr. 1 filologo, che mi ha tenuto una sera intera a guardarlo sbronzarsi mentre spiegava che Eric Clapton è fi-lo-lo-gi-ca-men-te parlando il più grande non so cosa di qualcosa. Però parlava, lui che è un noto ingegnere aerospaziomutaqualcosa, anche della polenta che fanno dalle parti dove ha studiato, là ci sono anche i cinghiali, povero me che non ho mai affrontato un cinghiale in duello. -------------------------------------- Ma quando stai sulle mille o al massimo duemila battute, non puoi permetterti divagazioni. Devi aver presente il pubblico, ovvero migliaia di persone terribilmente simili a te che ti leggeranno mentre consultano l’amichetto su MSN o guardano PornoYouTube oppure sono su qualche forum del Signore degli Anelli; più quella persona, proprio quella, che tu vuoi che legga la tua recensione. Devo quindi far passare due messaggi: ma non me li ricordo. Sono mesi che mi vengono in mente solo le scenette di un musical coi cowboy che io devo, devo, devo assolutamente realizzare, prima o poi. -------------------------------------- L’altra sera ero in pizzeria. C’era Manuele, il pizzaiolo dalla grande tensione morale, e un cliente, dalla grande tensione paracula, tipica delle mie parti. -Ci vuè fatij, fatij. Stanno sti colleghi, no? Ca nu giurnu stannu pierti, e lu giurnu doppu chiudono. Mo, tu, cliente, m’ha ddì cce capisci? Che io non voglio lavorare, no? Iu, invece, sto sempre quae: tu lu sa, no, fino a quanno no spiccia la mozzarella, io sto pierto. -Lu sacciu, Manuè, mo si sta aprono tutti sti cosi, qua, sti furgoncini ca fanno li panini: ma l’iggiene? Comu li cucinano sti panini? Apposta vengo da te, Manuè: sacciu cce mi mancio. -SE VUOI LAVORARE, LAVORI! A quel punto ho buttato la sigaretta, mi sono voltato, e ho detto: ‘E va beh, ma allora ditelo che ce l’avete con me’, e dal forno a legna e dalla cucina sono spuntati alcuni cowboy che ballavano un pezzo country, ricordando che non di sola pizza si vive. ------------------------------------- Non certo di recensioni si può vivere. Ho calcolato che, per sopravvivere, dovrei scrivere almeno quindici recensioni al mese, più una decina d’articoli per quel giornalaccio di provincia con cui collaboro, aspettare che mi paghino dopo tre mesi e intanto cibarmi di Kundera. ------------------------------------ Era un’estate calda come questa. Il mio livello di popolarità era ai minimi storici, come ora, solo che adesso dicono che sono più autoironico. Avevo il cervello spappolato, e fui attratto dal cantante di un gruppo che aveva problemi alla testa e voleva morire. Pochi accordi di piano, chitarra, poi una sola nota ripetuta ossessivamente, una leggera variazione, e poi puff! un assolo infinito e totalmente non-accademico lanciato nel vuoto. E nel vuoto rimaneva! Mollai quel brano dei Wilco per tempi migliori, mica potevo identificarmi con quegli stati d’animo. Quel disco invece si chiamava, lo dico in italiano, ‘E’ nato un fantasma’, e ci ho messo tre anni per capire chi fosse quel fantasma. Tre anni e una canzone di Kristine Hersch e Michael Stipe che, lo dico ancora in italiano, si chiama ‘Il tuo fantasma’, che è il fantasma di un tizio che evidentemente ha mollato così di punto in bianco la povera Kristine e torna a perseguitarla spuntando dalla cornetta del telefono, infilandosi nell’armadio e impedendole persino di fare un gesto semplice come bere un caffè. L’intensità e pure la semplicità, sono le uniche unità di misura che conosco, a quanto pare. Detto così, sembra tutto molto inquietante o ridicolo, ma è solo tremendamente R. Ho riascoltato poi i Wilco in questi anni, sempre in ogni posizione e in ogni luogo, e mi sono piaciuti. Ora è uscito ‘Sky Blue Sky’; se stai parlando dei Wilco, stai parlando di country folk blues, quindi di una mancanza. Quando manca qualcosa, scrivi in quel modo. Se stai parlando dei Wilco, puoi perder tempo a ciarlare anche di composizione musicale, ma in realtà hai a che fare col suono, e quindi con delle sensazioni. Quelle non puoi lasciarle alle bocche ingorde degli altri, in attesa che le facciano a pezzi; sono solo tue, e mentre il cantante ex-depresso (si è ripreso, e si sente) ti sussurra di chiamarla o di dimenticarla, tu sei nel deserto a godere del sole o a bestemmiare, inutilmente, nel vento. Oppure stai in silenzio a osservare la notte stellata, mentre torni in auto da un posto di mare. Non c’è altro, e sì che possiamo parlare degli assoli che si lamentano o si prendono poco sul serio, dei silenzi e delle chitarre che si inseguono e delle poche note che bastano a conservare un ricordo, ma non è questo il punto. Il punto è che manca sempre qualcosa. ------------------------------------------------- In questi anni ne ho fatte molte, di cose. Ad esempio sono stato inseguito dagli ultrà della squadra di calcio del mio paese. Ad esempio ho pensato che e invece no, non era per niente così. Ad esempio ho creduto di essere, nell’ordine, un grande incantatore, poi di essere un ottimo persuasore, bravo a farsi dire le cose che vuol sentirsi dire (‘Dimmi che sono un poeta!’, ‘Sei un poeta!’, ‘Dimmi che sono un castoro!’, ‘Sei un castoro!’, ‘Dimmi che sono il più bel rottame che tu abbia mai visto!’, ‘No, questo no!’, ‘Dannata donna, tu mi vuoi uccidere!’), infine di essere semplicemente uno sprovveduto, uno che si beve qualsiasi cosa gli dicano. Ad esempio ho capito che le persone si appassionano a me, comunque, così forte che poi ti torna tutto indietro e ti prende a calci in culo. Ad esempio ho scoperto che mi piacerebbe scrivere un libro di frasi celebri, che mi renda abbastanza ricco da poter comprare un fuoristrada, con cui recarmi poi in giro per l’Italia a scavicchiare questa sottocultura country che mi dicono sembra fiorisca soprattutto nella Maremma, visto che Ad esempio mi piacerebbe fare un reportage su questa sottocultura country che mi dicono sembra fiorisca soprattutto nella Maremma, visto che Prima o poi avrò fatto abbastanza soldi da andarmene in giro con un fuoristrada per l’Italia, altro che BAT provincia. Soldi che avrò fatto con un libro di frasi celebri, diciamo aforismi, altro che quella letteratura così piccolo-borghese ed elzevirista con cui sono costretto ad angosciare il prossimo. Frasi del tipo: ‘La vita è un insensato susseguirsi di atti vandalici’. Ad esempio ho scoperto che devo essere gentile al telefono con le amiche di mia madre. Ma è dura, dopo aver letto quel brano di Kundera, nel ‘Valzer degli addii’. ---------------------------------------------- -Pronto, cercavo la professoressa. -No, sono il figlio, non è in casa. -Oh, mi dice quando posso trovarla? -E lei mi dice cos’ha addosso? Voglio poterla immaginare, immaginare cos’ha addosso. -Ma… Un vestito rosso. -Mmm… Le sta bene il vestito rosso, vero? E sotto, cos’ha? --------------------------------------------- Così, i Wilco tornano dopo il capolavoro ‘A ghost is born’: non era facile ripetersi, e infatti questo è un disco semplicemente diverso. Gli umori sono sempre quelli autunnali e raramente desertici, tipici della band di Chicago, con una padronanza ormai fuori dal comune per la materia folk-country che i Nostri esibiscono da ormai dieci anni. ‘Sky Blue Sky’ è un disco che si infila a poco a poco sottopelle, pur complesso perché venato persino di influenze prog (le chitarre che si inseguono in ‘Side with seeds’, la decostruzione di ‘Shake it off’), e ti obbliga ad ascolti quotidiani. Ma, essendo soprattutto un disco dei Wilco, è un’opera fatta di suoni, e quindi di sensazioni. Si parte dalla serenità dell’amore di ‘Either way’, in cui sembra che davvero il frontman Tweedy si sia gettato alle spalle certi fantasmi, le chitarre accennate e l’organo che accarezza le nostre orecchie; ma subito si cade magnificamente in ‘You are my face’, in cui ritorna un assolo tipicamente alla Wilco (il folk più elettrico) a ricordarci l’impossibilità di comprendere ciò che accade, vicino e lontano da noi, l’impossibilità di separare odio e amore. Come detto, ancora water piano, organi decomposti e assoli di puro suono, chitarre che s’inseguono accartocciandosi e ripartendo, hard rock spezzato e ricomposto (‘Hate it here’ e ‘Walken’, l’assenza come materia per autoironizzare). In chiusura, una dichiarazione d’intenti, ‘What light’, un inno alla passione per il proprio modo d’esprimersi (quindi per la propria musica), e ‘On and on and on’, con cui si torna alla rassegnazione di fronte a un mondo difficile da comprendere. Da non perdere i Wilco in Italia, il 17 luglio a Torino. --------------------------------------------------------- Ad esempio ho scoperto che se becchi il concerto giusto, puoi impazzire sul serio, perché c’è una serie di vibrazioni in grado di sconvolgerti sessualmente. Parlo di vibrazioni perché mi ricordo il basso di ‘The gloaming’ dei Radiohead in concerto a Firenze, che rintuonava tra le transenne e la terra. Ad esempio l’idea di recensire ‘Sky Blue Sky’ dei Wilco è un buon modo per ricordarmi che suonano in Italia e vorrei andarci, ma non da solo. Ad esempio ho frequentato molte feste. Una volta, cercai di spiegare agli universitari presenti di come un altro tipo di economia fosse possibile, ma solo dopo una moralizzazione dei costumi. Così cominciai a urlare: ‘CHI DI VOI STRONZI FIGLI DI PAPA’ NON PAGA LA SECONDA RATA PUR POSSEDENDO TRE CASE DI PROPRIETA’?’ Dopodiché partii con il mio esperimento: scambiai il giubbotto di pelle di un mio amico con la scarpa di una ragazza, poi la scarpa con una ragazza in carne ed ossa, poi diedi la ragazza in cambio di un bacio della mia ragazza, poi diedi il bacio della mia ragazza in cambio di un preservativo. Infine fui fermato da un mio amico di quelli che non pensano ad altro. -Ti sei fatto il preservativo eh? Bella la tua economia pre-capitalista! -Eh, sì, funziona. -Senti, ma me lo daresti? C’è quella biondina che mi fa gli occhi dolci, ma sai non ho spiccioli… -Ma certo, io non ne uso. Tieni pure, il preservativo mi inibisce. -Dici davvero? -Certo, non ci riesco proprio. Pensa che mi sono fatto concupire per anni da un’anziana donna chiaramente in menopausa solo perché ero terrorizzato dall’idea di usarlo. -Ma con la tua ragazza invece…? -Be’, mai usato. Certo, appena conosciuti fu terribile: io non sapevo se lei avesse qualche malattia, e in effetti una l’aveva e mi contagiò. -Oh, spero nulla di grave! -Invece era un male incurabile: monogamia. ------------------------------------------------- Ad esempio poi mi hanno detto che, nonostante quanto sopraelencato, io non avrei vissuto. Ah! Questa è buona. Un buon motivo per invidiarmi sono i paesaggi che ho visto. Quando andavo da Pisa a Bologna, o da Pisa a Firenze. Ci sono dei colli così verdi nonostante le nebbie che chi è di quelle parti non saprebbe descriverli, tanto ci è abituato. Vicino Perugia, ultimamente, ho visto una montagna. Mi sono svegliato, ero in auto e non guidavo io, sono uscito per entrare nell’autogrill, e l’ho vista. Immensa, leggermente innevata, voleva schiacciarmi con benevolenza. Se sei del brindisino, che suona già male di suo, non ti capita spesso di pensare alle montagne. Allora l’ho guardata, e le ho chiesto: ‘Sei davvero tu? Ma allora esistevate sul serio!’ Ma anche quando tornavo in pullman da Pisa. Persino Taranto, all’alba, che già di albe devo averne viste… dunque… più o meno 241184, e l’alba meriterebbe un discorso a parte, insomma, persino Taranto, all’alba, col porto bagnato dal mare e dalle ultime piogge di marzo, rappresentava uno strano spettacolo spaziale. Ma forse è tutta colpa mia. Una volta invece era il senso di colpa, l’unica unità di misura che conoscevo. ------------------------------------------- Fu proprio quell’estate. Avevo il cervello spappolato dagli antidolorifici per un dente del giudizio strappato, più che tirato male, e così mi salivano tutti i sensi di colpa, persino per cose che magari non c’entravano molto. Credo di essermi odiato anche per la risoluzione violenta della crisi troiana. Allora scoprii questo disco, in cui però si parlava d’amore. I testi comunque non mi interessavano. C’era quest’uomo coi fantasmi in testa, e suonava la chitarra come un pazzo psicopatico. Mollai quel disco per qualche mese, poi mi sentii abbastanza forte da riprenderlo, e una tipa piuttosto simpatica di cui avrei scambiato il bacio un annetto dopo mi fece notare che c’erano persino delle canzoni ancora più belle, di questi Wilco. Rimasi folgorato da alcune frasi che ovviamente traducevo come meglio preferivo. E’ giusto stare da soli. Se mai sono stato me stesso, non era quella notte. Aprivo la mia coda da pavone e facevo secche le persone. I fantasmi no, che non c’erano. Poi fuggivo. C’erano i fantasmi, eccome. -------------------------------------------------------- Jeff Tweedy, il cantante dei Wilco, sta davvero bene, ora. Il gruppo stesso funziona alla grande, si intendono e compongono musica anche molto complessa. La sensazione, però, rimane. Per quanto Jeff dica Sia che tu mi ami Sia che tu abbia bisogno di tempo Starò qui Giusto per te Ogni cosa ha il suo piano ------------------------------------------------- Poi dice anche di averti maledetta, si chiede, mentre parte il SUO assolo (dopo 1’29’’, non quello dell’altro chitarrista, che sarà bravo ma Jeff è un’altra cosa), tipicamente rincoglionito e fiero d’esserlo, che ‘tutti ci sentiamo soli, non posso dirti chi sono, tu sei il mio volto (you are my face), non ho idea di come sia potuto accadere tutto questo’. Poi fa autoironia, dice ‘ho telefonato, ho controllato l’email, ho telefonato ancora, ha risposto tua madre, ha detto di fare attenzione (a me stesso)’. ‘Ho imparato ad usare la lavatrice, ma tenere le cose in ordine, non cambia nulla, tu non vivi più qui’. ------------------------------------------------- Ad esempio ho trovato la canzone che canterò a mia figlia per farla dormire. A me è toccato il Lou Reed glam, da piccolo, e così mi spiego tante cose della mia vita. A mia figlia andrà meglio: la canzone è ‘What Light’, dei Wilco. Mi ricorda quell’altra, con quegli accordi tipicamente country, come quella sera che poi ci svegliammo alle otto e andammo a vedere il batterista dei Wilco, Glenn Kotche, che venne a suonare proprio dietro casa mia a Lecce, dopo un seminario sulle percussioni. Era proprio un americano, bianco e sudaticcio, con la frangia sulla fronte liscia. Senza brufoli. Io ero in estasi, ma lo nascondevo, non mi andava di passare per un adolescente teen-ager del cazzo. Ma la gente intorno a me se n’era accorta, che io volevo andare da lui e chiedergli, ‘Come sta Jeff? A te lo ha detto come va a finire la storia? Il fantasma, chi è?’ Magari ci fossi andato, mi sarei risparmiato un sacco di non so cosa. Ma il fatto è che ero in estasi anche perché c’era una ragazza che stava davanti a me e da dietro si notava un po’ del suo seno. Un fantastico seno da studentessa di qualcosa di vagamente di sinistra sicuramente a Lecce, e l’estate di Lecce ti ammazza. Altro che Bodini. A Lecce non mi arrabbiavo mai, tranne per quanto segue, ma forse l’ho sognato, era il musical. ---------------------------------------------------- [montaggio: decoupage classico, campo/controcampo] -Ora non puoi dire che non ti conosco, stupida. -Be’, no. -Allora lo so, in fondo ora che non ci sono più puoi avere tutto ciò che hai sempre desiderato. E’ quello che hai ora, quello che c’era prima di me, sono stato solo un incidente, pupa. -Non dire così! Che ne sai! -Bambola, il mio aereo da turismo parte tra poco. Torna da lui, o vuoi che ti prenda a schiaffi? -Ti prego! -Devo andare. Torna da lui, avanti, io sono troppo duro per te, e non ho voglia di sprecar pallottole per voi due. Non farmi alzare la voce. Ho già i piedipiatti alle calcagna. Sarebbe stato bello trovarci, stasera, ma non per niente, giusto perché tira un bel venticello estivo come quella volta in quel parco. Addio, bambola. [parte musica piano-negra, dissolvenza] ----------------------------------------------------- La cosa divertente è che le cose si inseguono davvero. Spunta sempre qualcosa che non t’aspetti, e da quella tu devi, devi, devi desumere qualcosa, e pensare che il punto è un altro, d’accordo, ma è come gli addobbi natalizi di un ristorante che rimangono in piedi anche durante l’estate, o il country ‘zzancato sugli uliveti pugliesi o le anatre del Giovane Holden. C’entrano ma non c’entrano, e non saranno le bocche degli altri a spiegartelo. -------------------------------------------------- Perché io mi ricordo quando si leggeva Rimbaud in camera mia, e il soffitto crollava davvero. Mica era una delle mie storie. Perché io mi ricordo che devo partire, senza aver scritto alcuna recensione, o forse la scriverò all’ultimo, fuori tempo massimo, per poi detestare chi non avrà avuto il buon cuore di pubblicarmela. Gridando alla cospirazione intergalattica piuttosto che al mio ritardo universale. Devo andare a trovare questi tizi che ogni giovedì si vestono da cowboy e si mettono a ballare con le proprie compagne, in qualche locale nel mezzo d’Italia. Buttando giù qualcosa di forte. Con o senza fuoristrada, devo andare. Con o senza luce. Quale luce?



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