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Autore: riccardo
Ovviamente Capleton

Ascolta la musica:
Abstract: Il sound della tua città - Brusco (Un piccolo anticipo)
Riferimento: Capleton
Amo il reggae con una passione che minaccia
di farmi perdere qualche amico.
Lester Bangs – Innocenti a Babilonia
A Kingston […] la gente è lenta, abulica, i fatti si perdono
nelle nebbie della ganja e il tempo esiste a malapena.
“Torno tra tre quarti d’ora” può tradursi in un lasso
di tempo da tre a sei ore. “Ci vediamo oggi pomeriggio”
può significare domani sera o mai.
Lester Bangs – ibidem
Roma! What do you say?
Presunto giamaicano con il microfono che si intrometteva tra Capleton e Capleton
Per fortuna che non me s’è accollato nessuno. Luca è tornato a Tivoli, Dario stava a lavoro, Tosi aveva la festa di novant’anni della nonna, Giovanni ‘sto periodo mi sta sul cazzo perché non lava i piatti, Federica non me s’è inculato, Ale e Andrea stavano dagli zingari, Marco aveva una festa, con Osvaldo non ci parlo più, Adalberto manco a pensarci e Filo già stava al letto.
Così, prima di decidermi se andare a vedere un concerto reggae da solo e fare un altro considerevole scatto verso l’esclusione sociale ce n’ho messo di tempo. Ho temporeggiato, mi sono crogiolato, tirato una sega dopo aver letto un pezzo di Lester Bangs sul punk in cui diceva che il punk è cominciare a farsi una sega, farselo venire duro e poi smettere perché tanto a che cazzo serve, ma io, visto che ci stavo, alla fine l’ho finita, sperando che poi mi prendesse una botta di sonno e tutto passasse presto. Poi mi sono fatto un caffè, letto un articolo sui Beatles in India, controllato la posta elettronica, fatto una toletta minuziosa, controllato il cellulare, mandato un messaggio, ricontrollata la posta elettronica, ricontrollato il cellulare, visto il video di Jah Jah City su YouTube, ricontrollata la posta elettronica, svuotato il cesto dell’immondizia, sistemato la pianta e poi, dopo aver controllato la posta elettronica, alle undici passate, ho preso la porta e sono andato. Per fortuna, perché se mi si fosse accollato qualcuno gli avrei dato appuntamento presto, troppo presto. Capleton si è presentato all’una e mezza. Prima ne sono successe di cose.
Sono uscito, ho comprato una birra dal pizzettaro tunisino e inoltrato per Testaccio. Mentre camminavo tra aspiranti mistress e ragazzi ventenni con Francesco Coco come punto di riferimento incastonato tra la proiezione ideale di loro stessi e la frustrazione scrotocostrittrice di un’altra serata senza fica, diretti a Radio Londra, l’Acab e altri locali di lì, ed io mi sono pensato così, con la birra in mano, la barba lunga, ma molto lunga, i piatti sporchi lasciati a casa, la pianta grassa agonizzante sul davanzale del cesso e le mie scarpe nuove troppo rosse per essere digeribili al primo sguardo, m’è iniziata ad aleggiare nel cervello una parola che se non era fallimento, aveva un suono molto simile. Naturalmente, Marlowe è un fallito, e lo sa. E’ un fallito perché non ha denaro. Un uomo che, senza avere un handicap fisico, non guadagna abbastanza da potersi mantenere decentemente, è sempre un fallito, e di solito un fallito sul piano morale. Ho iniziato a pensare se miseria è il risultato di povertà più solitudine, o povertà più sporcizia o una cicca di sigaretta spenta ai piedi del fornello della cucina la mattina quando ti alzi. O magari è un concetto liquido ed estremamente adattabile a diversi contenitori. Stavo quasi per buttare la bottiglia di birra per terra quando sono arrivato davanti a Ponte Testaccio e per fortuna c’era una protesta di froci. No, vabbé, non che lo fossero tutti. Era un po’ di gente dei centri sociali che protestava perché suonava Capleton. Perché nei suoi testi dice brucia il gay, fai vedere il sangue al gay. Non ci va leggero, insomma. Non è come in Italia, che un ragazzetto s’è ammazzato perché i compagni gli dicevano fosse gay. Lì la caccia deve essere attiva. Capleton canta anche io brucerò tutto finché saprò che c’è un gay. Tutti i gay e i sodomiti dovrebbero essere ammazzati. Cioè, proprio un altro tenore rispetto a noi, che al massimo c’abbiamo Storace che a due giornalisti che gli gridarono: - A Stora’, dì qualcosa di destra” lui rispose: -A frociii!!-, mostrando un innegabile situazionismo. Ancora, in un altro testo Capleton dice: legateli e impiccateli vivi, di tutti gay che girano qua intorno la madre terra dice che nessuno può sopravvivere (Anche se tutta questa storia è passata inosservata ai più, per gli amanti delle dancehall è stata una settimana di passione. Alcuni si sono chiusi dentro casa con dieci grammi di erba e hanno iniziato a fumare una canna dietro l’altra davanti al ritratto di Marcus Garvey per decidere cosa fare. La frase più gettonata era:- Vabbè, ma è Capleton. One Love Records, il negozio di reggae di San Lorenzo, uno dei pochissimi a tema in tutta Italia aveva pensato di fare un incontro tra Capleton e i contestatori in bottega, ma nella notte precedente hanno siliconato le serrature del negozio e lasciato una scritta rosa davanti il locale che diceva:- Capleton, San Lorenzo ti rifiuta! Tra i contestatori, dove ci sono anche alcuni che hanno contribuito a diffondere il reggae a Roma negli anni e si sono accorti che i testi dei loro miti non erano solo maria e amore da poco, mentre già nel 1992 la comunità gay di Londra si mobilitò contro Buju Banton, c’è stato chi ha pianto amare lacrime per come il proprio ideale di giustizia ha soffocato la voglia matta di ascoltare Capleton). Così, questi si sono messi davanti all’entrata del Villaggio Globale con cartelli, tamburi, volantini e cani a convincere la gente ad isolare l’omofobo. Ho tirato dritto. Volevo vedere Capleton. La gente che conosco che l’aveva visto mi aveva raccontato mirabilie dei suoi concerti. Canzoni riprese da capo dieci volte per la frenesia collettiva che provocavano, Jah Jah City durata dieci minuti, folle letteralmente brucianti. Dicevo tra me, che sarà mai. Lì in Giamaica fino a poco tempo fa l’omosessualità era un reato, ci metteranno un po’ di tempo per arrivare a superare certe cose, no? Almeno questo era quanto mi aveva detto Tosi e l’avevo presa per buona.
Dopo il blocco antiomofobia c’era il solito paesaggio che ti accoglie prima di entrare al Villaggio: barboni, tossici, disperati, ubriaconi occasionali o endemici, le roulotte degli zingari che erano alcuni di quelli che stavano dentro lo Spazio Boario e dopo l’ennesima opera di bonifica veltroniana un mese e mezzo fa non hanno fatto altro che prendere e spostarsi un po’ più in là. Poi, come al solito, dalle parti dell’ingresso sono stato sommerso dall’odore di merda di cavallo che rovina sempre un po’ qualsiasi pensiero con cui arrivi là davanti, ma l’altra sera, per la prima volta nella mia vita, sono passato ad uno stadio di riflessione più elevato riassumibile in:- Ma i cavalli dove cazzo stanno, che non ne ho mai visto uno.
Sono entrato fiducioso, che il Villaggio a me fa sempre un bell'effetto. Mi fa primavera, anche quando non è maggio. Certo c’era qualcosa di storto, come ad esempio scuse non richieste sui muri d’ingresso in cui gli organizzatori della tournee europea di Capleton, di Sizzla, Beenie Man ed Elephant Man spiegavano che quelli dicevano questo e quello, ma noi non la pensiamo certo così e poi avevano preteso dagli artisti stessi che nelle loro esibizioni non cantassero i testi con le frasi incriminate. Insomma, in Giamaica scagliatevi contro chi cazzo vi pare, ma qui da noi lasciateci coltivare i nostri razzismi come meglio crediamo. (Tanto per inserire il mio racconto in una dimensione temporale precisa, lo stesso giorno a Piazza San Giovanni c’è stato il Family Day, a Piazza Navona la manifestazione dell'orgoglio laico condotta dal palco da un Cecchi Paone su di giri che ha fatto desistere qualche contestatore a partecipare al presidio fuori il Villaggio la sera e il giorno dopo il nostro vice presidente del Senato ha dichiarato che Adamo ed Eva avevano battuto Adamo e Giuseppe).
Certo c’era qualcosa di storto, come il dj che, mentre malediva il fatto che una puntina era fuori uso, scaldava l’attesa dicendo cose come:- Questa è pe’ voi che volete sta' bene e non ve fate paranoie. E:- Contro le polemiche, le assurdità, ve vedete un’artista come Capleton, mamma mia! E:- Solidarietà pe’ quello che è successo al One Love Record, e non per ultimo, ha azzardato, esagerato, ridondato dicendo, mentre cercava di occupare il momento di off a cui la presenza di una sola puntina lo costringeva tra un pezzo e l’altro:- Questa è dedicata a voi che siete qui, tutti quelli puri di cuore, tutti quelli che ragionano con la propria testa-, denotando una fiducia, non dico per i frequentatori del Villaggio, ma verso l’umanità in generale, punto eccessiva.
Comunque c’era un problema. Era mezzanotte. Era presto. Mi sono preso una birra e ho cominciato a vagare per il Villaggio. Ho visto i monili dei senegalesi, le chincaglierie dei rom, le borse dei rastafari e poi mi sono preso un’altra birra. Allora mi sono ficcato in una stanza sempre vuota da secoli: quella dei libri. Ci sono pezzi d’antiquariato mica da niente là dentro. Se ci capiti in un periodo in cui hai le mucose sbrindellate da allergie, lì dentro rischi il salto nel mondo degli asmatici cronici. Anche se per caso trovassi un libro interessante, la patina di polvere che lo sovrasta esclude l’idea, non dico di comprarlo, ma proprio di prenderlo in mano. E’ lì che ho incontrato Mario.
Mario è un caro ragazzo. Simpatico e tutto. Una volta c’ho fatto lo scrutatore insieme al seggio di un ospizio per vecchi malati che si trova, come monito martellante agli anni verdi e fuggenti, su un’altura che domina la città d’origine mia e di Mario. Ospizio che si caratterizza per lasciare liberi i vecchi durante la loro ora d’aria per il crinale sul quale è posto e quelli o si perdono per le fratte là intorno o vanno a sbavazzare sui vetri delle macchine dei giovani che vanno a fottere in un posto che credono al riparo da occhi indiscreti. Ecco, io con Mario c’ho fatto lo scrutatore là durante quel referendum di un paio d’anni fa, che ci fu un’affluenza ridicola e i nostri politici dicevano di andare al mare e la gente c’è andata sul serio. Mi feci grosse risate con lui, ricordo. Mario mi ha detto che ora lavora con i ragazzini, li accompagna in giro quando vanno in gita. Mario è stato uno dei grandi fautori dell’ascesa del d6’, scritto proprio così ma si legge dissesto, locale che ha mediamente ravvivato la scena serale della nostra periferia. C’è uscita fuori qualche bella serata da quel locale, il mio amico amante di rave e techno, un altro che da quando gli ho detto che mi sono appassionato al reggae mi guarda in tralice e mi insulta anche davanti alla nonna dicendo che svilisco il mio cervello, ha messo lì per la prima volta la musica che fa e ora è già due volte che suona al Rashmond, sull’Ostiense. Se diventa famoso… vabbé. Inoltre davanti al d6' c’era, forse c’è ancora, è due anni che non ci vado, una discoteca frequentata esclusivamente da rumeni e anche se ora non mi va’ di stare a spiegare, vi assicuro che la compresenza nel piazzale antistante di dissestini e rumeni in mercedes faceva allegria, anche se un po’ amara. Il d6' ha un solo grande difetto. Manda messaggi in ore che vanno dalle 3 alle 5 della notte tra il venerdì e il sabato, dicendoti quale sarà il programma della serata successiva. Ora, la cosa peggiore è che loro, subdoli come pochi, non è che inviano questi sms puntualmente ogni settimana, che tu ti ci abitueresti. Dici: vabbè sono quei rompicoglioni. No. Tra una volta e l’altra passano mesi. Ma non mesi a caso, il tempo giusto perché tu dimentichi della loro esistenza e puntualmente ci caschi, senti il suono di questo sms entrante e visto che non è più la stagione degli sms, pensi, quando te ne arriva uno alle 4 o alle 5 di notte: Vaffanculo, finalmente l’ha capita. Ce n’ha messo e vista l’ora chissà quanto alcol gli è servito, però c’è arrivata. Questo se sei ottimista. Sennò pensi comunque vediamo un po’ chi è, magari questa volta me la prendo e chi s’è visto s’è visto e invece, apri la busta stilizzata che annuncia l’sms e ti trovi scritto: stasera al d6' serata grunge con i Manciva e altre cose improbabili. E tu lì, alle cinque di venerdì mattina, che oltretutto se sei sveglio vuol dire che stai sfasciato, non puoi far altro che prenderti l’ego e fiondarlo dal finestrino. Qualsiasi finestrino.
Insomma. Dopo un po’ di facezie io e Mario siamo arrivati al nocciolo della questione. Capleton e polemiche. Lui mi ha fatto:- E infatti stavo a vede’. Ma alla fine, vabbè, è Capleton. E io, per non fare quello impreparato:- Ma alla fine, fino a pochi anni fa l’omosessualità era un reato da loro, è naturale che c’avranno bisogno del loro tempo pe’…-
Poi me l’ha passata e abbiamo parlato di qualcosa che aveva a che fare con il nintendo.
***
Da quel momento è andato tutto liscio, non c'è neanche da dirlo. Me ne sono tornato alle mie solitudini, ho preso un'altra birra, ho girato e girato, visto il calore che a poco a poco cresceva, ascoltato l'ennesimo rappresentante del Villaggio che ha preso il microfono in mano e detto una cosa come:- Lo stesso dibattito che c'è fuori il villaggio c'è stato anche dentro, ma alla fine abbiamo deciso per fare questo concerto, perché siamo per la libertà d'espressione e il confronto, e qui dentro ci sarà sempre spazio per tutti.
Poi ci ha pensato un po' e ha continuato:- Ci sarà spazio per tutti meno che per i fascisti.
Proprio così ha detto. La gente addirittura applaudiva purché lasciasse spazio a Capleton. E alla fine, dopo tanto, è arrivato. E andato tutto liscio. Lui se n'è proprio sbattuto di tutto. Ha solo spaccato. E' arrivato con una sorta di kimono rosso e nero e un turbante rosso, che sembravano molto caldi, tipo di panno, troppo pesanti per le temperature che giravano, e il capannone dei concerti s'è acceso. S'è acceso nel senso che sono spuntati lanciafiamme, accendini e trombette. Se avete album suoi buttateli pure, perché fino a quando non lo vedi dal vivo non capisci.
E' andato tutto liscio. Anche quello che non voglio più raccontare, anche scene tristi che vedi mentre vai a pisciare, anche il fatto che ho pensato che per noi sarebbe strano eccitarsi tanto per testi di canzoni in italiano che dicessero che le città del nostro Dio si stanno trasformando, e che non mi potessi poi dondolare tanto in questa piacevole incoerenza visto che io, per un paio di mesi mi sono sentito, in ginocchio, Ferretti che salmodiava O Dio purifica il cuore per amor mio.
E' andato tutto liscio, non c'è neanche da dirlo. E' entrato vestito come un santone e ha saltato, speechato, incendiato. La gente si è lasciata bruciare. Ha spaccato, alzato il fomento, aizzato la canizza. Il Villaggio è diventato uno, come non avevo mai visto. E' stato ferino, religioso, Capleton. Il Villaggio ci stava. Poi l'ha fatta:
Jah Jah city Jah Jah town dem waan fi turn it inna cow bwoy town now
Well unno look here now
Jah Jah city Jah Jah town dem waan fi turn it inna dead man town now
Well unno look here now
Fiamme trombe applausi saltisincopati bracciaall'aria urlacci fuoco luci calore casino Capleton rosso fumo fiammelle rosso fire
Come again!
Jah Jah city Jah Jah town dem waan fi turn it inna cow bwoy town now
Bomboclaaaaaaaaaat!!!
Note: le citazioni iniziali di Lester Bangs e la storia del punk applicato a una sega si trovano nella raccolta Deliri, desideri, distorsioni. La citazione su Marlowe si trova in una serie di scritti di Raymond Chandler in appendice a Triste, solitario y final di Osvaldo Soriano, nell'edizione Novecento di Repubblica. L'episodio di Storace è riportato su Fascisti immaginari di Luciano Lanna e Filippo Rossi. La canzone di Ferretti è Lorica e sta su “Litania”. Le canzoni di Capleton dai testi omofobici citate sono Bun out di chi chi, Give har e Hang them up. La canzone finale è naturalmente Jah Jah City. Per capire cosa dicesse (Jah Jah City, le altre erano traduzioni su un volantino) mi è stata molto utile la tesi di laurea di Elisa Anodal, il cui testo è reperibile su internet, dall'illuminante titolo Reggae: un breve confronto tra l'inglese giamaicano e l'inglese britannico standard. Tutto il resto è vero, tranne quello che è falso.
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