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Autore: Alfredo
Trova gli occhi

Abstract: Una canzone il tuo posto prenderà
Riferimento: Franz Ferdinand
Cosa fosse la felicità, Marco lo scoprì d’improvviso. Fu una breve scoperta, così com’è breve, d’altronde, la felicità. Accadde in metro, tra Tiburtina e Termini ed ebbe un volto, una fisionomia precisa, indelebile, davvero indimenticabile. Uno pensa alla felicità, la immagina vaga, eterea, e invece essa accade qui e ora, nello spazio e nel tempo, e si avvinghia a questa cosa, quella persona, quell’evento per trascinarli nelle stanze della memoria. La felicità è davvero una cosa molto concreta. Una cosa materiale anche quando ha il volto eterno dell’amore.
Nel caso di Marco, la felicità si localizzò in un vagone stracolmo della metro, all’interno di un tunnel buio e puzzolente, mentre uno stridore di freni e un rumore assordante penetravano da finestrini aperti per vincere il caldo di giugno. Lui era appeso al sostegno, sulla spalla aveva lo zaino pieno di libri, accanto una signora grassa che faceva finta di sorreggersi mentre in realtà si poggiava a turno sui vicini; in mano aveva un libro e tentava perfino di sottolineare con una matita rossa. L’ipod faceva penetrare nei suoi timpani Franz Ferdinand. Il volume era alto, perché doveva superare i rumori esterni e la chiacchiera quotidiana. E poi la musica non lo disturbava nella lettura, anzi, potenziava la sua concentrazione.
Jacqueline was seventeen, working on a desk
«Next stop Tiburtina», diceva la voce, mentre un quasi generale ricambio di passeggeri avveniva attorno a lui. Un flusso andava e uno veniva a somma zero. Persone all’apparenza tutte uguali, difficile distinguere questo o quello nella massa. Doveva trattarsi proprio di una persona particolare, bellissima o bruttissima, elegante o eccentrica, oppure di qualcuno molto singolare. Peraltro l’occhio di Marco correva dietro alle parole del testo, non badava molto a chi gli era attorno, si limitava solo a percepirne il movimento, le vibrazioni, la presenza. Si trattava di una visione molto indiretta: mentre la musica suonava, mentre il testo scorreva, la mente coglieva qua e là rumori, respiri, intuiva volti, occhiate. La sua attenzione era opaca, attenuata, appena violata da una voce più forte, da un colore più intenso o da un odore leggermente più pregnante.
Poi, nel momento in cui partiva la seconda traccia, qualcosa scosse più di altro la sua concentrazione.
So if you're lonely, you know I'm here waiting for you
D’improvviso, si sentì sfiorato da uno sguardo. Non lo poté ignorare, non ci pensò affatto a ignorarlo. Si voltò di scatto e vide la solita massa indifferenziata. Stava quasi per rimettersi a leggere, quando stavolta lo sguardo fu ancor più penetrante. Lo attrasse. Gli fece vibrare l'anima. Lei era lì, a mezzo metro di distanza, tra loro soltanto un uomo che leggeva il Corriere della Sera. Era lì e lo guardava. E Marco si chiese istantaneamente se ce l’avesse davvero con lui. Si voltò dietro e non vide nulla di particolarmente interessante, quindi tornò a guardarla e fu assolutamente certo che lei non avesse altro interesse che per lui.
Eyes, boring a way through me / Paralyse, controlling completely / Now there is a fire in me / A fire that burns
Quegli occhi erano un fuoco che bruciava l’anima. Sentiva distintamente il punto in cui la fiamma divampava. Era lì, appena sotto lo sterno. Situazione imbarazzante, pensò in un attimo di lucidità. Allora abbassò lo sguardo. Attese un po’. Poi tornò ad alzarlo e lei era ancora lì, magnetica. Difficile raccontare come fosse. Sì, Marco aveva notato il colore dei capelli, la forma del viso, qualche aspetto dell’abbigliamento, forse aveva uno zaino. Ma più di tutto aveva presente quello sguardo. Avrebbe voluto avvicinarsi, dire qualcosa. Ma era felice, e la felicità è talmente prorompente che, almeno all’inizio, ti toglie il fiato e la volontà.
You see her, you can't touch her. You hear her, you can't hold her.
You want her and you can't have her. I know I won't be leaving here with you
Intanto scorrevano e si dileguavano le stazioni, ma non lo sguardo e la forza di quegli occhi. «Next stop Termini» disse la voce. Fu allora che la massa tornò a muoversi, per un nuovo ricambio di passeggeri. Si mossero i migranti. Tornarono i flussi. Ancora una sommatoria di persone. E anche lei tornò flusso e prese la via dell’uscita. Quando aprirono le porte i suoi occhi scomparvero velocemente nei marmi di Termini.
Marco avrebbe potuto restare lì, dopo aver assaporato il proprio istante di felicità. Avrebbe potuto farne tesoro, isolarlo dall’infelicità successiva, conservarne il senso nella memoria. E riporlo come un trofeo in un angolo di sé. E invece no. Prima che le porte chiudessero si scaraventò fuori, col libro aperto, la matita caduta nella calca, qualche spintone, un certo affanno. Si gettò fuori dalle metro. Corse nella folla. Non sapeva ancora cosa dire. Sapeva solo che c’era un istante da riacciuffare.
Find the eyes
[Marco ascoltava all’ipod i seguenti brani di Franz Ferdinand: Jacqueline, This fire, Auf Achse, The dark of the Matinee, Take me out, Tell her tonight – Quello che preferiscoè Jacqueline]
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