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Autore: Alfredo

Essere gli occhi
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Abstract: "(Dawning of a) new era" (The Specials) Essere rincorsi è peggio che rincorrere, ovviamente.

Riferimento: The Specials


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This is the dawning of a new era,



woke up and thought “This ain’t exactly heaven”



The Specials



Marta prendeva la metro B tutti i giorni da Tiburtina a Termini. Chissà, anche per questo l’aveva colpita un racconto di alfredo letto on line su writeup la sera prima. Trova gli occhi, si intitolava. Era curioso che qualcuno avesse parlato (involontariamente, ovvio) di un “pezzo” della sua vita, accennando a una circostanza pur banale e insignificante, pensando tuttavia di farne un racconto. Che so, lui poteva scrivere «da Rebibbia a Monti Tiburtini», o «da Marconi a Piramide». E invece no, aveva scritto proprio «da Tiburtina a Termini», il tratto che lei percorreva quotidianamente. Pensò che c’era qualcosa nella sua vita che, per quanto ripetitivo e insignificante, per quanto comune a migliaia di altri, poteva trasformarsi nel possibile elemento centrale di una storia e acquisire, per questa ragione, un senso molto particolare, una profondità specifica, ben oltre il “pattume” quotidiano.



Ma non era solo questo. A dire il vero, l’aveva impressionata anche l’idea che uno sguardo potesse “catturare” l’attenzione di un’altra persona in quel modo rapido e pervasivo, e senza alcuna possibilità di scelta. Anche lei cercava uno sguardo che la catturasse, almeno da quando Luca non ne voleva più sapere di uscire assieme. Forse anche per questo fu impressionata da Trova gli occhi. Un’unica nota stonata: odiava Franz Ferdinand! Come si poteva ascoltare quella musica insipida, tutta di facciata, puro look! Jacqueline, poi! Così scipita. E comunque. Anche Marta non mollava mai l’ipod, a meno che non fosse costretta da circostanze impreviste. In quel momento, difatti, era in metro e ascoltava un vecchio gruppo ska che amava profondamente e che le aveva fatto conoscere suo fratello più grande, gli Specials: Concrete Jungle e Doesn’t make alright, ma anche I can’t stand it e altre cose più “strane” e sofisticate come International Jet Set. E poi, soprattutto, il bianco e il nero assieme.



Appena salita si piazzò quasi all’ingresso, con la schiena alla porta e lo sguardo verso la fila centrale. C’era un po’ di folla, soprattutto ragazzi che andavano a scuola, turisti sorridenti, una donna che faceva finta di tenersi ma si poggiava sempre sul vicino di turno, mostrandosi ogni volta sorpresa di una frenata o di una accelerazione. Fu proprio osservando questa signora che notò un ragazzo a lei vicino. Un tipo interessante, al quale non riusciva a staccare gli occhi di dosso. Leggeva un libro, sottolineava, pareva indifferente al casino attorno. Che concentrazione, pensò Marta. Aveva l’ipod, si, e stava ascoltando qualcosa. Lui si voltò un attimo, si accorse delle occhiate di Marta, sembrò imbarazzato, si voltò persino per capire se l’interesse della ragazza fosse per qualcos’altro posto dietro di lui. Marta, da parte sua, avrebbe voluto staccare gli occhi dal tipo, ma non ce la faceva, ne era assolutamente, invincibilmente attratta. Era qualcosa di più forte delle sua volontà. Il tipo sembrava un destino a cui lei non potesse sottrarsi. Lui, intanto, ricambiava lo sguardo, ma lo faceva furtivamente. Probabilmente, pensò lei, era imbarazzato.




Fu allora, che Marta ebbe un’illuminazione e rammentò di colpo il racconto di alfredo. Dapprima, fu un pensiero tra tanti. Qualcosa che faceva capolino. Un gioco di specchi. Poi si impose con decisione. Quel ragazzo le ricordava Marco, il protagonista di Trova gli occhi. C’era l’ipod e c’era il libro che sottolineava con una matita (rossa! era rossa come nel racconto!). E poi c’era la signora che non si teneva ai sostegni, e si poggiava ai poveri vicini. Davanti a lei un uomo col Corriere della Sera che, a causa del dondolìo della metro, interrompeva il suo sguardo. Dio Santo! Ma anche nel racconto di writeup c’era un signore con il Corsera! Certo! Dinanzi a quest’ultima rivelazione, Marta iniziò a sudare freddo: troppe coincidenze, si diceva, sembrava tutto troppo simile alla storia. E lei somigliava troppo alla ragazza che si mangiava di sguardi Marco, il ragazzo con l’ipod che ascoltava Franz Ferdinand! Anzi, ora non aveva più dubbi: lei era la ragazza, lei era lo sguardo da trovare, quello che poi scende a Termini e che viene rincorso al termine della storia. Tutte cose belle e romantiche all’interno della prosa del racconto, ma assurdamente drammatiche ora, nella realtà! Cosa le stava succedendo? Possibile che le cose si ripetessero in quel modo, così tragicamente identiche? O era lei che non riusciva più a distinguere tra racconto e realtà, facendo una tale confusione da non capire più dove si trovasse davvero: nella metro reale, quella quotidiana, quella che prendeva ogni giorno da Tiburtina a Termini, oppure nella metro del racconto, dove uno sguardo stringe in una cosa sola un ragazzo e una ragazza, e spinge lui a rincorrerla, senza sapere chi fosse lei. Chissà. Non era affatto il momento di impegnarsi a sciogliere questo dubbio. Si rese appena conto che Termini era la prossima fermata. E che un fiume di gente sarebbe presto discesa dalla metro, trasformandosi in una massa fluida di migranti, senza più alcuna individualità.



Non pensò ad altro, diede un’ultima occhiata a Marco, perché non riuscì proprio a farne a meno, poi strinse a sé lo zainetto e l’ipod per timore che si impigliassero nella ressa, e conquistò rapidamente l’uscita. Aveva il cuore in gola, non respirava bene e un certo panico la stava assalendo. Non accade tutti i giorni di piombare all’interno di un racconto (pessimo, peraltro, ora che ci pensava meglio!), che termina con una fuga e, infine, con uno sconosciuto che si lancia alla tua cieca rincorsa. Respirò l’aria dei cunicoli della Stazione Termini a pieni polmoni e vide appena l’indicazione “uscita”, in alto, tra due 100x140 pubblicitari. Accelerò il passo, spingendo qua e là i malcapitati. Fu a quel punto che ebbe coscienza di fuggire! Fuggire da un sogno, non dalla realtà. Fuggire da una storia d’amore, non dalla banalità quotidiana. Un paradosso pazzesco. Era la prima al mondo a desiderare di riconquistare rapidamente le cose di tutti i giorni, tentando la fuga da un sogno che appariva a tutti gli effetti un incubo, un tormento, una maledizione.




Sapeva che lui l’avrebbe rincorsa, l’aveva già letto. Pensò tuttavia che il racconto terminava prima di farci sapere se lui la potesse raggiungere davvero. Questo pensiero la consolò. Alfredo non aveva scritto il finale della storia e aveva lasciato tutte le soluzioni aperte. Ebbe affannosa coscienza che lei poteva sfuggire al suo destino kafkiano, al sogno che ti stritola invece di consolarti. C’era ancora una possibilità! Una sola. Prima di essere divorata dalla scrittura. O meglio, dal sogno di una scrittura.



Being the eyes





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