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Autore: ismael

Qualche modo e motivo per scappare
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Abstract: (in ordine sparso). DEPECHE MODE, enjoy the silence - JOY DIVISION, love will tear us apart - OKKERVILL RIVER, black sheep boy - FABRIZIO DE ANDRE', Rimini.

Riferimento: Depeche Mode. Joy Division. Okkervill River.


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Sono scappato giù dalle scale, al buio e senza guardare, solo per sognarti ancora là dietro la porta. Ho sempre camminato svelto, ma l’ho trattenuta sotto le suole, la tua collezione di belle parole.

A volte capita di tuffarsi credendo che non avrai mai più bisogno di respirare, invece arrivato dalla parte opposta della vasca riemergi e respiri forte.

Tu dici che “Enjoy the Silence” dei Depeche Mode è la tua canzone di sempre. È anche la mia. Insieme a “Love will tear us apart”, onestamente, però sono d’accordo. Siamo seduti sul pavimento brindando a gambe incrociate e tu dici quel che senti nelle note dopo il ritornello, che portano sempre più in là. È l’effetto che mi fa anche il finale di “Stripped”: uno spazio che si apre, continua ad aprirsi, e il tuo cuore continua a liberarsi in quello spazio e quello spazio continua ad espandersi così che il tuo cuore non può mai riempirlo, deve continuare a rincorrerlo ed è indotto ad allargarsi a dismisura. Questi giri dei Depeche Mode mi portano a un sentimento che non so definire con una parola specifica: forse una mescolanza di malinconia ed esaltazione. Sempre più in là, senza fermarsi, tu dici di queste note, brindando seduti per terra. Si può scappare restando fermi, come si può avere quest’impressione dolce di familiarità di fronte a qualcosa che mette paura. Ognuno ha la musa che si merita. In questo io sono fortunato. La musa dev’essere pericolosa. È come sussultare sentendo fra le mani l’oggetto più oscuro del mondo, e quell’oggetto è il mazzo di chiavi della casa in cui tu stesso abiti.

Mi sono innamorato degli Okkervill River, di un disco che si chiama “Black sheep boy”. È così semplice e fuggente, come il sorriso di una ragazza che serve ai tavoli a una fiera di paese, porta una camicia di una taglia più grande della sua. Dopo quel sorriso lei si gira, e per un po’ la meraviglia riesce a nasconderti il fatto che sarà la prima e ultima volta che la vedi. Sono due settimane, forse tre, che scappo in quel posto e vado a vedere se ha aperto la fiera e immagino che il mondo, come un girasole - e a pensarci è così che funziona - si torni a voltare da questa parte e tutto ricominci a andare bene. Dopo tre quarti d’ora la musica si spegne.

In teoria questa è una cosa che non c’entra, però mi è capitato di parlarne l’altra sera, provocato, e allora mi è ritornata su. Solo un pomeriggio in vita mia m’è capitato di fuggire per terrore, come un animale, credendo di morire e credendo già morto mio fratello - l’ho perso mentre tentavamo di scavalcare un cancello, per evitare d’essere investiti dai blindati. Chi era rimasto al di là di quel cancello veniva picchiato e urlava in mezzo alle sirene. A decine ci siamo rifugiati in un giardino che qualcuno aveva aperto dall’interno, uno sconosciuto soccorrevole. C’erano cactus e palme, era rialzato su una collinetta. Gli elicotteri ci passavano in testa e tornavano sul mare. Dalla strada hanno chiamato coi megafoni. Sarebbero venuti loro a prenderci, intimavano, se non scendevamo da soli, e allora ci avrebbero arrestati per violazione di domicilio. In strada siamo scesi a mani alzate. Hanno atteso che fossimo tutti, poi ci hanno aggredito di nuovo e fuggendo ci è rimasta la certezza d’aver visto cose che mai si dovrebbero vedere, e sapevamo nettamente, mentre scappavamo, che a loro non importava proprio niente di ammazzarci, né di ammazzare chiunque. Li ho visti picchiare una signora in sedia a rotelle, con i capelli grigi. Non è una bugia. L’ho visto. Non posso che arrabbiarmi per la sufficienza di chi non era lì e pretende di risolverla alzando le spalle, come una qualsiasi chiacchierata. A noi quel giorno è stato reso chiaro che le regole non sono vere, non valgono davvero, e chiunque lì in divisa le avesse trasgredite sarebbe stato coperto e garantito. Nel cortile d’una chiesa in riva al mare, ci siamo stesi fra la gente sanguinante, col cervello che girava a vuoto, in attesa di riprendere, per dove? Dove stavamo andando, magari, potevamo trovarne altri che ci venivano incontro. Ogni via che imboccavamo ci chiedevamo se, girato l’angolo, li avremmo avuti di fronte. Poteva non finire mai. Sono passati sei anni ed era a Genova, di luglio, e ancora non so bene parlarne. Spesso nei mesi successivi ho sognato che scappavo e mi sono svegliato lacrimando.

Adesso invece è agosto, compio gli anni, e ho preso gusto a girare con la bici anche in queste collinacce che non sono mai state le mie. Un po’ mi ci sto abituando. Il monte di Valestra per esempio sembrerebbe una cosa da niente e invece guarda, visto da sotto, dalle cave, somiglia a una piccola valle glaciale tutta cosparsa di balle di fieno. C’è una discesa clamorosa fino a una casa intonacata in mezzo ai pini, fatiscente, ci stanno dei bimbi stranieri, ed è un posto in cui sarebbe bellissimo abitare. Mi fermo a guardare, ma dopo cinque minuti sono a casa.

L’altra notte sono scappato da un posto che porta sfortuna, mi sa, in riva al fiume. Qualcuno pogava, spensierato, anch’io lo ero, e sapevo di non venir meno a nessun giuramento o proposito se per questa volta bevevo, perché a volte ne abbiamo il diritto. Tu ti ci eri messa scientemente. Io mi ci sono messo quando tu non c’eri più. Dopo non sono andato a letto, perché non potevo averne voglia, stavo ascoltando “Rimini” e fumando e lasciavo andare anche i pezzi che mando sempre avanti, e mi piacevano tutti. Sono arrivato a Carpineti e ho chiesto una birra in un bar, e la barista si è messa a spinarla. L’ho fermata e le ho chiesto un bicchiere di plastica perché volevo berla in giro, ma la barista non ne aveva. Così me l’ha vuotata in due bicchieri piccoli e identici, di carta spessa e molliccia, erano colorati come coppe da gelato e in qualche modo erano osceni. Sono sceso al parco e mi sono addormentato. Sentivo qualche voce passare nel parcheggio, ragazzini e scooter, in fondo era presto anche se per me era tardi. Quando mi sono svegliato ore dopo non c’erano voci da nessuna parte ma qualche uccellino, la portiera era aperta al mio fianco e i bicchieri di carta erano ancora lì colmi di birra sul sedile del passeggero. Tornando a casa li ho vuotati fuori del finestrino.

Ogni volta che scendo le scale, posso pensare, io sto scappando per non ritornare. Le scendo al buio, senza guardare, ma l’ho consumata e mandata a memoria, l’ho stretta per avvertirne il calore, la tua collezione di belle parole.



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