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Autore: ben crood

Com'è profondo il mare lo sanno solo i calamari giganti
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Abstract: Monologo sulle possibilità di fuga dal ***

Riferimento: Lucio Dalla, Roberto Saviano, Criptozoologia


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PROLOGO – LEGGENDA ALBANESE
C'era una volta un contadino, che aveva tanti figli, tutti sani come le mele sul ramo e come la rugiada sull'erba. Al confine con il suo campo c'era il bosco. Siccome i bambini erano cresciuti e gli serviva più terra per assicurare il pane a tutti, volle allargare il suo campo. Ma, per allargare il suo campo, doveva bruciare il bosco. Prima di bruciarlo, andò a chiedere consiglio ad un uomo sapiente: ‘O uomo della terra!’ cominciò ‘devo aprire il bosco per dare il pane ai miei figli, ma prima di aprirlo, devo bruciarlo. Nel bosco ci sono tanti animali e, tanti uccelli e ho paura che si brucino. Insegnami come fare, uomo della terra, che sei conosciuto per la tua intelligenza e saggezza in tutto il paese’. Il vecchio della terra, allora, pensò a lungo e alla fine consigliò così l'uomo che aveva tanti figli: ‘Prendi il tamburo e fa rumore per tre giorni e tre notti senza fermarti mai. Mentre batti i colpi, devi gridare a voce alta: - Per il pane dei miei figli devo bruciare il bosco, per poter ingrandire il campo più facilmente. O animali, o uccelli, o voi tutti che respirate nel bosco, scappate appena vedrete il fuoco e il fumo’. Per tre giorni e tre notti la valle rimbombò per il rumore del tamburo. Dopo tre giorni, secondo la leggenda, il contadino incendiò il bosco per aprire la strada al campo. Un giorno, lavorando vicino ad una roccia, vide lo scheletro di un'aquila e dei suoi piccoli. L'uomo chiede allo scheletro: ‘Per l'amor di Dio, aquila, quando io feci tutto quel rumore con il tamburo, eri immersa in un sonno profondo o eri diventata sorda per non scappare?’ Si racconta che lo scheletro dell'aquila gli rispose: ‘Non ero né immersa in un sonno profondo, né ero sorda, né ero muta, ma non volevo lasciare la mia terra. Qui sono nata e qui ho voluto morire’. (fine)-----------------------------------------------------

Dice Roberto Saviano, in quella che definirei la Bibbia di Chi Vuol Sapere Come Stanno Davvero le Cose, che la solitudine vera è trovarsi di fronte a scelte che non cambiano nulla. Un’altra cosa importante, al di là del bel trattato di economia e antropologia camorristica che rappresenta ‘Gomorra’, è che dal Sud non c’è scampo. Chi rimane qui, dice lo scrittore, è un fallito. Se fossimo animali ci porremmo meno problemi. Gli animali non scelgono, vivono in un luogo perché solo in quel posto gli è dato vivere. Gli animali non scelgono, anzi, di questi tempi si estinguono, al massimo. Pare che i capodogli si stiano estinguendo. Non scelgono di farlo. Il motivo lo conosce Al Gore, ma ciò che qui mi preme sottolineare è come l’estinzione dei capodogli porterà invece alla supremazia marina dei calamari giganti. Perché senza capodogli nessuno mangerà i calamari giganti, e questi enormi invertebrati saranno liberi di solcare i mari, sempre più caldi, a profondità sempre meno proibitive. I calamari giganti, quelli davvero giganti che arrivano alla lunghezza di 20-25 m, abitano le profondità più recondite del mare. Non stanno certo a galla a farsi scrutare dallo Steven Spielberg di turno perché li porti sul grande schermo. I calamari giganti non scelgono, aspettano. Aspettano che l’ultimo capodoglio abbia tirato le cuoia per farsi beffe di noi poveri meridionali. I calamari giganti sono gli unici esseri al mondo che sanno, davvero, com’è profondo il mare. Ho sempre pensato che anche Lucio Dalla fosse un animale. Una scimmia. Non solo per la peluria uniformemente diffusa sul suo corpo di tondo bolognese, ma anche per quegli strani versi e gorgheggi che faceva nella sigla dei film del lunedì sera della Rai. Scimmia o meno, Lucio Dalla ha scritto quella canzone, ‘Com’è profondo il mare’. Anche questa è, a suo modo, la Bibbia di Chi Vuol Sapere Come Stanno Davvero le Cose, ovviamente diversa da quella di Saviano. È un po’ come confrontare l’economista Keynes o l’antropologa Mead con William Blake. La verità c’è, ma viene espressa con mezzi diversi. Dunque funziona così, per Lucio Dalla: l’umanità italica un tempo si organizzava in gruppi di sei o sette persone, in base a criteri di scelte professionali, sentimentali, calcistiche, molto spesso economiche; questi gruppi andavano, ballavano, ammazzavano e tradivano. In qualche modo comunicando tra loro. Oggi questi gruppi non comunicano tra loro, benché siano rimasti formati da sei o sette persone. Un tempo potevamo prendercela con Dio o chi per lui (la P2, i servizi segreti deviati, l’anti Stato) se le cose non andavano. Oggi invece siamo tutti un po’ più soli davanti alle scelte che comunque ci renderanno ancora più soli. Sembrerebbe una semplice distopia, questa, un mero esercizio di tragico progressismo alla rovescia. Più semplicemente, un atteggiamento alla nonno Cataldo, mio nonno, che come tutti i nonni sa bene che prima si stava meglio. No, c’è anche il lato divertente. Quando, tra cinquant’anni, i calamari giganti ci sostituiranno. Quando i loro tentacoli non avranno più paura di accarezzarci e dirci quanto siamo belli, prima di stritolarci. Difatti, ad oggi, noi non abbiamo nulla da temere. È risaputo che un calamaro gigante, di quei pochi che arrivano in superficie, se la fa sotto quando percepisce la presenza di un essere umano; fugge, contraendo e poi lasciando scattare i suoi ridicoli e viscidi tentacoli. Se li definisco in questo modo è perché so che posso ancora prendermi delle libertà nei confronti di questi enormi invertebrati. Fra cinquant’anni non sarà certo così. Insomma, l’altro giorno il barista del mio bar in centro, quello che mi offre da bere perché spera che io sia omosessuale e fascista come lui, ha messo su ‘Com’è profondo il mare’. L’ho riascoltata dopo tanto tempo. Non era facile, perché quell’umanità italica di cui canta Dalla era tutta al bar a ciarlare di panetti di hascisc non consegnati, di gente che quando beve non sa stare al posto suo, di vulcanoidi e di film pulp italiani. Ma ho ripercepito lo stesso messaggio. Ci sono rimasti cinquant’anni e non c’è Dio o schiavitù più o meno mentale che possa salvarci dai calamari giganti. Mentre ero assorto e tormentavo con due dita il mio baffo, una mia amica mi ha chiesto cosa avessi. Io le ho detto che pensavo ai calamari giganti. Lei si è incazzata. Una bestia. Un animale che non deve scegliere, ma che ti obbliga a farlo. Ha rovesciato il tavolino del bar, e mi ha urlato: ‘Allora, io voglio sapere, voglio sapere, hai mai visto la pioggia scendere in una giornata di sole?’. Poi mi ha preso per mano e siamo andati a chiuderci per un mese in un motel sul *******, ad ascoltare i Creedence Clearwater Revival. Le ho spiegato la storia dei calamari giganti, e lei ha pianto. E intanto fischiettava, ringraziando chi aveva inventato la commozione. Infine siamo tornati alle nostre vite di tutti i giorni. Ho ripreso a fare il caffè per i miei parenti, amici, conoscenti. Ai tempi dell’università c’era questa leggenda: io facevo il caffè più buono nella nostra comitiva. Sì, ci ho creduto, lo ammetto. Me la sono bevuta. Finivamo di mangiare, e gli amici dicevano: ‘Il caffè lo fai tu!’, e io: "Non mi va, io lavo i piatti!’, ‘Ma no, lo fai troppo buono tu!’. A letto con la mia ex moglie, ‘Dai, vai a fare il caffè’’, ‘Ma voglio stare ancora un po’ qua’, ‘Ma lo fai troppo buono, dai vai!’. A casa di un amico, ‘Allora me lo offri sto caffè?’, ‘Ma no, fallo tu, sei più bravo’. Col tempo ho scoperto che mi mandavano a fare il caffè dicendomi che ero bravo per non ascoltare ancora la teoria dei calamari giganti, e per altri motivi: i miei amici, perché non avevano voglia di farlo, effettivamente; la mia ex moglie perché intanto telefonava al suo amante; e a casa del mio amico, perché lui intanto picchiava sua madre e si drogava. Sono in mezzo al mare.
INTERMEZZO – TERRADIDOVEFINISCELATERRA Due bimbi si incontrano su un campo di grano in fiamme. Bimbo A: ‘Balliamo la danza delle spade’ Bimbo B: ‘Fino allo squarcio rosso d’alba’ Bimbo A: ‘L’alba sul mare’ Bimbo B: ‘Il continente se ne infischia e non il vento’ Bimbo A: ‘È scirocco…’ Bimbo B: ‘Hai scelto il tuo superpotere?’ Bimbo A: ’No, non ancora’ Bimbo B: ‘Il mio è la curiosità’ Bimbo A: ‘E che te ne fai?’ Bimbo B: ‘Me ne vado. Devo vedere’ Bimbo A: ‘E che, qua non puoi vedere?’ Bimbo B: ‘Ma qua a un certo punto la terra finisce. Sotto il Capo c’è solo il mare’ Bimbo A: ‘Ma quanto sarà profondo?’ (fine)-----------------------------------------------

Una sera camminavo per una città piovosa. Scorsi due amanti in un vicolo, litigavano. Il ragazzo piangeva. ‘Tu mi hai fatto sempre sentire una specie di Dio sceso in terra, e intanto te la spassavi con quel danese!’ ‘Ma ti amavo… Io sono confusa…’ ‘Ma perché non mi hai mollato, perché non mi hai detto subito che non valevo un cazzo?’ ‘Perché non era così…’ Rimasero in silenzio per pochissimi istanti, di quegli istanti che sembrano eterni e per cui vale davvero la pena vivere perché senti che dopo segue l’abbraccio che mette fine ad anni di guerra e incomprensioni. Poi il ragazzo tirò fuori una rivoltella. Due colpi, in pieno viso. La ragazza smise subito di soffrire, immagino, e io pensai: ‘Minchia!’; poi andai via. Mentre mi allontanavo notai un tipo con degli occhiali da sole e un impermeabile nero a nascondere un codino. Il giorno dopo scoprii che Fabrizio Corona era stato sul luogo dell’omicidio. Aveva scattato delle foto. Che sciacallo! Così feci il collegamento mancante: Corona era quel tipo che mi era passato davanti mentre mi allontanavo. Mi sentii come l’Uomo Ragno agli esordi, quando snobba un ladruncolo perché lui è l’Uomo Ragno e non può certo perder tempo con quella robaccia, e poi quel ladruncolo uccide suo zio. Io avrei dovuto fermare Corona. La questione dei superpoteri è importante. Bisogna capire che i superpoteri o ce li abbiamo tutti, oppure non ce li ha nessuno. Altrimenti tutto l’impianto della storia dell’umanità italica di Lucio Dalla va a farsi benedire. E forse il punto è proprio questo: secondo me i superpoteri ce li hanno al Nord, mentre al Sud niente. Qua non succede niente, non c’è niente di eccitante o supereroistico. Anche se forse pure noi ci stiamo evolvendo. Abbiamo cominciato a usare una parola unica, italiana, per indicare quegli alberi tozzi e grossi e aggrovigliati che abbiamo in Puglia, ad esempio. Li chiamiamo ulivi. Sempre in Puglia ci siamo dotati di una musica regionale, la pizzica, adottandone anche un’altra nel caso con la prima dovesse andar male. Difatti abbiamo importato il reggae, direttamente dalla Giamaica, bypassando i cartelli albanesi e romani. Credo che se l’evoluzione di questo Sud continuerà, avremo presto i pellegrini del Venerdì Santo di Taranto con parrucche rasta che sfidano ballerine di pizzica che si fumano ceneri di tarantole. Oppure un nuovo genere musicale: la pizzighe. Sto prendendo contatti col signor Devoto Oli, a cui chiederò anche che razza di nome è Devoto, affinché compaia nell’omonimo vocabolario proprio questa nuova voce, pizzighe, incrocio tra pizzica/taranta e reggae, solitamente ballata e suonata da pellegrini incappucciati con djambè e tamburelli come rito propiziatorio per la messa a fuoco di varie località di mare. Dicevo, l’evoluzione. Io non so se acquisiremo anche qui dei superpoteri. Certo, c’è anche chi riesce a mettere dieci parole di fila in italiano, un italiano piuttosto televisivo, bongiorniano direi, ma pur sempre una lingua sovraregionale. Credo però che avremmo bisogno di un eroe meteorologico, qualcuno che riuscisse ad esempio a mutare lo scirocco in tramontana. Qui a causa del vento di scirocco si blocca tutto: i consigli comunali vengono interrotti perché i politici rischierebbero di incollarsi davvero e per sempre alla poltrona in pelle di elettore, i cineforum estivi all’aperto vengono annullati perché i maxischermi si sciolgono e Stefano Accorsi sembra più magro di quanto in realtà non sia, la gente esce seminuda di casa e grandi orge avvengono nelle principali piazze del nostro meridione. Eppure proprio qui, da queste parti, resistono quei gruppi di sei o sette persone di ‘Com’è profondo il mare’. L’età media è di venticinque anni, non v’è traccia di indecisioni o idee provvisorie, il punto della questione sta nella materia che unisce il gruppo: nasce tutto dalla parentela. Io mi fidanzo e poi sposo Caterina, che è sorella di Giuseppa, cugina di Maria Fontana e amica di Carmine, e quindi esco con questi tizi. Un parente a caso mi troverà lavoro se non l’ho già trovato da me nell’Azienda Multiservizi che verrà sciolta più o meno quando nascerà Pasquale, il mio primo figlio. Insomma si crea una comitiva del sabato sera latinoamericano e del giovedì in pizzeria, che si allarga potenzialmente il lunedì del calcetto se trovo qualcuno che non ha ancora un gruppo perché fidanzato con una figlia unica i cui cugini sono andati a studiare Scienze delle Scienze e delle Scienze in qualche città del Nord. Acquisendo così superpoteri non più spendibili sul territorio. Tuttavia io credo che con l’evoluzione anche noi qui al Sud ci rincorreremo in gruppi che non comunicano più tra loro. Scopriremo anche noi i vantaggi della trasversalità non più segreta del tradimento e del narcotraffico. Oppure, e credo sia la possibilità più concreta dati i tempi lunghi dell’evoluzione, i calamari giganti si evolveranno prima di noi. Hanno un vantaggio di qualche anno, e i loro predatori – i capodogli – hanno già cominciato a estinguersi. I nostri predatori invece no, stanno qua e si mescolano tra la gente, come gli alieni Chupacabras. Sono mutaforma. Spesso non sono riconoscibili. Mangiano le nostre stesse cose, solo che le vomitano perché quando sono rigettate da loro assumono più valore al mercato della Merda Secca. E così, proprio sul più bello, quando ci sentiremo quasi normali, noi saremo soppiantati dai calamari giganti. Senza nemmeno essere arrivati al fondo del mare. Senza il tempo di capire quanto si possa trattenere il respiro, essendoci illusi che nell’aria, e di aria, invece, si campasse.







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