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Autore: ben crood

La musica de lo demonio (versione integrale)
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Abstract: Mai musica fu più cattiva e feroce di quella del demonio.

Riferimento: blues


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“Well I used to say married woman/ sweetest women ever born/ you better change that thing/ you better leave married women alone”, cantava il Negretto, chitarra in mano e stecchino in bocca. Scuro di pelle, pelo notturno, voce grassa e canzoni americane avevano fatto sì che in paese il soprannome fosse venuto fuori quasi da solo. E il nostro non l’aveva scansato, più per abitudine che per volontà sua. Si mise così a cantare un giorno come gli altri per strada, prendendo la via che dalla Madonna andava al Calvario e poi in campagna, fermandosi in direzione di un incrocio che portava dritto al fiume. Suonava ormai da ore quando vide affacciarsi da dietro un canneto un signore sulla quarantina, occhiali spessi e baffi riccioluti. “Salve, giovine, sai dirmi forse per il paese?”, fece quello. ‘Nossignore, io sono codé ivi solo per cantare. Indicazioni non ne do, che lo compito mio kisto ete’, rispose tosto il Negretto. “Ma davvero a sonar questa musica soltanto stai?” “Alcuni illushtri pessonaggi de lo paese mio, lo quale per gentilezza ora dirovvi trovasse per colà a destr’, mi dissero che abitudine vetushta e magica per lo sonatori come a me è di mettessi ad ashpettar a lo incrocio la venuta di un altrettantevole pessonaggio illushtro”. “E dicommi”, continuò il signore, “che genere di pessonaggio ashpettate? E’ forze un medico che vi curi in salute per l’attesa sin qui attesa? E’ forze un uomo de la politica che v’incenzi di onori cibbìli? E poi ‘sta musica me la fate sentire onnò?” Il Negretto non aspettò oltre e si produsse in un blues piuttosto noto: “There is a House in New Orleans/ They call the rising sun…”, ma subito fu interrotto da quell’altro. “Signoreggesuccristo! Kista è a musica de lo dimonio! Kisto è o blus! Chi vi disse de venì aqquai a incontrà ggente? Hoccapito chi dovete incontravvoi!” “Ecchiè?” “Oddimonio!” “Ma io noccapisco le parole checcanto! Io canto e basta! Chessò mica quelo che dico!” “Ma chi vi mannò aqquai?” “Due paesani mi dissero!” Il signore rimase muto e salutò in fretta e furia, tornando dietro il canneto. Dopo qualche metro, eccolo levarsi baffi e occhiali finti, e dar di gomito al compare suo che sotto un albero lo attendeva. “Sentisti?” “Kill iè propr’ shtrunz! Kill n’è iè o fess du pais, kill iè o kiù fes du pais! ”. I due, conosciuti come Broca e Wernicke, risero a crepapelle, e presto tornarono a spiare il Negretto. Il povero suonatore sembrava stanco e spaventato. Mentalmente ripercorreva la chiacchierata coi due personaggi che lo avevano spinto ad incontrare il demonio al crocicchio. “Negré, tu si cussì abbrave che dovresti fare il salto di cualità! Tu suone accussì bene che meritereshti dippiù!”, avevano cantilenato in coro Broca e Wernicke. “Ma nella banda du pais nun stonn’ mica guitare!” “Nune Negré, tu ti meriti dippiù! Più da’a televisione! Dippiùassaj!” “E che debbo fari?” “Tu devi fare come a tutti quelli comatté! Te ne devi andà a sonare a lo incrocio de lo fiume, abbasso alla Madonna! Là passano killi che se ne intendono della musica tua!”, avevano infine consigliato i due, pronti ad eseguire il piano dello spavento supremo, come lo avevano chiamato. Così ora il nostro se ne stava ancora a suonare, ma tutto timoroso e infreddolito per la sera che scendeva. E per l’incontro che non arrivava. Da dietro il canneto vide spuntare un altro personaggio, questa volta con tutta l’aria d’essere un prete. “Bonasira!”, fece. Il Negretto non rispose, intento a cantare, senza alcuna voglia di fermarsi. “High upon the housetops, high as I can see/ Looking for them rounders, looking out for me./ All the friends I ever had are gone”. “Chitemmurt!”, fece il prete, agitando l’indice nell’aria, “chetticanti? L’orecchi mie percepono il piccato trapanar l’aere tutta! Io atte ti scomunico figlio dell’omo nero, che tiscomunico!” “A signò, io sto aqquai che aspetto lo dimonio, dicono! Mi ci hanno mannato, perché kisto è lo deshtino mio! Niente ci posso fare! Nella vita mia a sonare sempre mi hanno messo, e allora che lo dimonio mi prende o non mi prende, io paura non cenò!” “Figliolo, ego tassovvo si tuvvuoi!” Il Negretto non disse niente, e riattaccò: “Well, I folded up my arms and I slowly walked away/ I said, ‘Farewell honey, I'll see you on Judgement Day’ ”. Il prete se ne tornò da dov’era venuto: e qualche metro dietro il canneto, tolto l’abito della messinscena, si mise a confabulare col complice, il Broca: “Kisto s’è preso coraggio! Pianobbì, pianobbì!”. Allora il Broca si infilò una tuta rossa e si mise la maschera del demonio. Wernicke, ormai spretatosi del tutto, rimase a guardare, sfregandosi la mani. Lentamente, con la luna ormai piena nella notte alta, il Negretto scorse una strana figura muoversi ancora una volta dietro le canne. Interruppe il suo canto, e cominciò a deglutire piano. “Chièllà?”, chiese con un filo di voce. “Sono o’ dimonio, shtrunz!”, fece quello che in effetti aveva tutta l’aria di essere il demonio. “Mi chiamashti, ‘nvocashti, anelashti, e io ‘rrivai!” “Ma io nossono sicuro… A me mi hanno mannato!” “E chi ti ha mannato? Pessone di male a fare furono? O pessone che ne camuffano?” “Broca e Wernicke si chiamono! Dicommi che sono bravo a sonar la guitara e io venni qua! Ma nossapevo di disturbare a lei in pessona!’ “Ma quale dishturbo! Kisti affari sono! Io a te ti faccio sonare come alli meglio negri americheni!” Il Negretto rimase muto. Per la verità lui non sapeva nulla di americani e di negri veri, che mai ne aveva visti. Una volta in una chiesa di un paese a Sud aveva visto una Madonna nera, ma quella non cantava. Cantavano le vecchiette in coro e lui si era addormentato per qualche istante, subito svegliato dai buffetti sulla cotenna da parte della nonna sua. “Io tredici canzoni conoshco. Che ci faccio colli negri americheni?”, chiese poi il nostro. “Niente, ‘mbescille! Solo: voi diventà bravo onnò? Ancora, dippiù, sempreppiù?” “Eccerto! Che faccio sennò aqquai io?” “Kisti so’ affari! M’hai portato a’ cosa?” “Cosa?” “A’ cosa, come si chiama, quella che mi prendo io… O non te l’hanno detto?” “E che si porta allei?” “L’anima, chitemmurt!” “Ma preti e dimoni uguali bestemmiono?” “Fatti li caz tuj! Ce l’hai onnò? ” “Mamma mi diceva che avevo l’anima nera! E l’amici mi dicevano l’istesso! Allora la tengo pure io! Ed è vostra! Tiè, pijatevella!”, e così dicendo il Negretto chiuse gli occhi, mollò la chitarra e aprì le braccia verso il Broca-demonio. Questo andò allora in difficoltà, giacché il nostro non mostrava alcun timore. Provò perciò a prender tempo, infilzando il suonatore col tridente di gomma che aveva comperato insieme al costume da demonio. Lo pungolò inutilmente per qualche minuto, dicendo: “Ecchè così si da’ l’anima a lo dimonio? Statt’ o’ post’ tuo, ‘mbescì!”, mentre il Negretto lo inseguiva tentando d’abbracciarlo. “Me ne fotto di preti e cristiani, io a te voglio! Fammi diventà bravo!” Il Wernicke un po’ se la rideva e un po’ era incredulo, ma di certo il piano B era ormai fallito. Decise allora di infilare di nuovo baffi e occhiali finti per improvvisare. Superate le canne e giunto sul luogo della scena, però, udì come il suono di una fisarmonica. E subito apparve al fianco dei tre quello che aveva tutta l’aria di essere un rom: e difatti suonava una nenia balcanica, con intervalli di tango e mazurca. “E tu chissei?”, chiesero in coro Broca e Wernicke, mentre il Negretto stava zitto ad osservare. “Dami qualche gentesimo amigo, no mangiato oggi”, fece lo straniero, e riprese a suonare. “Kist mancava iosc’!”, esclamarono i due truffaldini. Il Negretto non perse tempo e, imbracciata la chitarra, improvvisò un paio di assoli blues sul tango del rom. Broca e Wernicke si sentirono umiliati dall’epilogo del loro tiro malriuscito, così cominciarono a provocare: “Alla fine acchiast’ o dimonio! Ihihih! Kill è o dimonio!” I due suonatori però non si fermavano e continuavano a improvvisare. “’Mbescì ma che non c’arriconosci? T’amo fatto lischerzo!”, rivendicarono fieri i due compari, per dare una parvenza di vittoria alla loro misera mascherata. Ma dal Negretto, ancora niente. “T’a fai co li zingari mo, eh?” A quel punto il rom si fermò. Diede un’occhiataccia a Broca e Wernicke e poi sboccò della roba verde, ruttando ed evaporando dall’ano. Sotto gli sguardi nauseati dei due compari e del Negretto, cominciò poi ad aprirsi in due e a sbudellare, perdere carne e sangue da ogni dove. La pelle si sgonfiò tutta e s’afflosciò a terra, lasciando ora spazio a quello che aveva tutta l’aria di essere, stavolta sul serio, il vero demonio, becco caprino e sguardo cornuto. “Avete votto il cazzo”, fece il nuovo arrivato. “Non solo vompete e covvompete l’anima del pvossimo, in questo caso questo povevo giovine dalla dubbia cavnagione ma dall’alvtesì indubbio talento chitavvistico; in più pev una volta che ho un po’ di tempo libevo e posso davmi alla mia passione, vompete le scatole puve a me. Non si fa”, e così affermando fulminò il sedere ai due buontemponi. “Allova, non appvezzate fovse la musica popolave? Balcanica o amevicana che sia, fovse il vostvo amico qui non ha divitto di suonave in pace?” “Ingegnere, dottore, commendatore”, argomentarono in coro Broca e Wernicke, “non era noshtra ‘ntenzione di recar lo danno avvoi, o di ‘shprimere giudizi musicali, noi solo lo gioco avevamo nella capa!”, e appena ebbero finito, il demonio li fulminò ancora nei pressi delle terga, stavolta accompagnando il gesto con una sonora scarica di rutti atonali. Al che il Negretto sembrò davvero divertito, e improvvisò un motivetto altrettanto scanzonato con un rapido arpeggio: “You are my sunshine, my only sunshine/ You make me happy when skyes are grey/ You’ll never know dear I much I love you/ Please don’t take my sunshine away”, mentre il demonio batteva mani e piedi a tempo. “Bvavo, non c’è che dive, questi bifolchi non ti mevitano”, sentenziò la creatura ex-celestiale, dopo di che si mise a giocare con Broca e Wernicke: dapprima li trasformò in scimmie siamesi ancora unite, divertendosi a guardarle mentre incespicavano nel tentativo di fuggire in direzioni opposte; poi li tramutò in un torero e un toro, pronti ad inseguirsi per qualche metro, e infine in pappagalli, pronti a volar via. Intanto il Negretto rideva come un bimbo, e in estasi batteva le mani a ogni gioco di prestigio del demonio. Rimase a bocca aperta quando il cornuto trasformò sé stesso in un banjo e un ulivo in un suonatore di banjo. Così, intonarono insieme al nostro: “You can bury me in Sunny Valley/ For many years, there I may lay/ And you may learn to love another/ while I am sleeping in my grave/ While he is sleeping in his grave! /Maybe your friends think I'm just a stranger, /my face you never will see no more./ But, there is one promise that is given,/ I'll meet you on God's golden shore./ He'll meet you on God's golden shore”. Il Negretto si ritrovò circondato a poco a poco dalla gente di tutto il paese, che però gli sembrava ora più scura di carnagione, e spuntava da tutte le parti (c’erano di nuovo anche Wernicke e Broca, non più pappagalli ma negri pure loro), chi con un violino, chi con una chitarra, chi con un banjo o un’armonica; così suonarono tutti insieme per tutta la notte, compresi l’ulivo/suonatore di banjo e il demonio/banjo medesimo. E fu notte di bevute, amori, scazzottate e pianificazione di rivoluzioni e golpe poi falliti; ma a un certo punto il demonio spezzò l’incantesimo e tornò alla sua forma cornuta, tramutando l’ ulivo/suonatore di banjo in una sdraio da spiaggia e fece sparire tutta la gente. Al Negretto piacque anche questa trovata, e fece intendere di voler suonare ancora. Ma il demonio gli chiese: “Sei contento, ova? Hai visto che alla fine è andata come ti avevano detto, e hai avuto ciò che mevitavi? Mai sfidavmi, a me…” Il nostro fermò le corde della chitarra, pensò per un attimo, poi disse, deciso: “Guardi, tutto molto divertente ottrovato, però adesso peffavore si shcosti o vadi via, io aqquai per sonare e ashpettare lo dimonio shto, mica aggiocare!” E cominciò: “Everythin', everythin', everythin's gonna be alright this mornin’...” Il demonio, allargate le braccia, sbuffò per un attimo e scivolò via assumendo le fattezze d’una serpe. L’alba, intanto, sfidava la notte.



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