Cerca
Leggi scritto
Autore: Alfredo
Blowin'

Abstract: La vita è sempre cercare risposte. La vita è afferrare quel vento dove le risposte soffiano da sempre.
Riferimento: Bob Dylan
Robert quel giorno aveva deciso di restare in casa. Al diavolo la conferenza stampa, la casa discografica, al diavolo quel tizio che voleva proporgli un nuovo tour. Aveva chiesto a tutti di non cercarlo e per precauzione aveva staccato il telefono cellulare. C’era qualcosa che lo tratteneva nell’appartamento vuoto illuminato dalle grandi vetrate che davano sul giardino alberato. L’autunno era una delle cause di quella sua malinconia: il cielo spento, il grigio delle cose, il freddo che vibrava sulla sua pelle. Le altre ragioni provenivano senza freni dal suo animo. Spense la Tv e fu silenzio assoluto. I cristalli spessi non facevano entrare nemmeno i rumori esterni, percepiva appena lo scalpiccio delle sue scarpe sul parquet e poi il morbido e sospirato flettersi dei cuscini del divano rosso sotto il suo peso. Non aveva nemmeno voglia di sentire musica, lui che di musica viveva e senza la quale non sarebbe stato quel Robert che era, ma chissà cosa, forse nulla. Lenti pensieri si muovevano nella sua mente, idee, ricordi, sensazioni che sobbalzavano e si affollavano disordinati nell’animo nudo. Avrebbe potuto tagliare a fette la malinconia, tanto ne percepiva la presenza quasi fisica. Si chiedeva cosa fosse, perché. Ma non voleva rispondere. Non era il tempo delle risposte e forse nemmeno delle domande. C’era lui, c’erano quelle sensazioni, e tanto bastava.
La sera prima, in quel club, lo avevano riconosciuto e gli avevano chiesto di cantare. Avrebbe voluto alzarsi e andare via, se non fosse stato per gli occhi supplichevoli di chi si trovava al tavolo con lui. Non ho la chitarra, disse. Non era un problema, ovviamente. La chitarra spuntò fuori dal nulla. C’era un palchetto, non c’era microfono. Bene, pensò, mi parrà più naturale.
How many roads must a man walk down
Before you call him a man?
Perché quella? Così, perché fu la prima che gli venne in mente. Bastò una sola nota e tutti applaudirono. Fece un gesto, solo un gesto, come dire: un attimo soltanto, ascoltate e basta…
How many times must a man look up
Before he can see the sky?
Lo trascinarono quasi a forza sul palchetto, ma fu bello. Cantò persino ispirato e tutti se ne accorsero, perché l’empatia avvolse quel piccolo pubblico. Durante la canzone si fermarono tutti, si fermò il mondo. C’era solo la sua voce, quella chitarra di chissà chi e il respiro collettivo di quelle anime.
How many years can e mountain exist
Before it’s washed to the sea?
Quanti anni, quanto tempo, quanta strada. Questo senso della distanza percorsa e degli istanti vissuti e dileguati, lo sovrastava. Non uno solo sarebbe tornato indietro. Direzione unica. One way. Solo tempo andato, solo sabbia che scivola via. Era la vita, era così. L’autunno dell’animo coincideva con l’autunno delle stagioni. I rami spazzati dal vento, sembravano il suo cuore altrettanto spezzato. Eppure quel brano fu un inno. Tanti dissero “basta” semplicemente intonandolo. Ricordava ancora quando lo cantò con Joan alla marcia dei diritti civili, quaranta anni or sono (diavolo!). Quanto tempo, quanta strada. Quanto ancora perché un uomo possa dirsi uomo? Per quanto ancora le montagne sapranno resistere alla furia del mare? Quanto manca alla libertà? Qualcuno lo sa, qualcuno sa rispondere a quest’affollarsi di domande? Quanta rabbia, quanta pazienza prima che qualcosa possa accadere, prima che una risposta affiori su queste labbra. La risposta che tutti attendono. La libertà. I diritti. La vita degna di essere vissuta. Morivano ragazzi in Vietnam in quegli anni. Fu un’inutile carneficina di corpi giovani e di esistenze ancora leggere. Noi dicevano di no. Che non era giusto. Che la guerra doveva finire. Ma le risposte erano nel vento, nel vento che soffiava. Bisognava finalmente catturarlo quel vento, stringerlo nelle mani, rovesciare su di lui la rabbia di un’intera generazione, sentirle davvero quelle risposte, diamine!
Si avvicinò alle belle vetrate e vide il vento che spazzava i rami del salice. Li dondolava, li scuoteva: suggeriva forse ai quei rami sottili le risposte che per tanti anni erano mancate, o solo li carezzava e ci giocava, senz’altro scopo? Robert restò a guardare, poi l’animo si sciolse un po’. Dopo tanti anni sapeva che Blowin’ non gli fu dettata soltanto dalla passione civile, dalla furia della guerra, da quella generazione sconvolta. Blowin’ era Blowin’. Era il vento che soffiava e che porta con sé le risposte. Era il vento che va afferrato mentre ti accarezza o ti sconvolge. Fossimo stati come i rami di quel salice, avessimo assecondato il vento, avessimo vissuto la sua forza, oggi forse quelle risposte le avremmo già. E il tempo non sarebbe passato invano. E noi saremmo scivolati con lui, nel tempo e nel mondo.
Aprì la vetrata più grande. Subito una forza mosse i suoi capelli, centrò il viso, scosse il suo animo. Eccolo, il vento. Eccomi finalmente ramo di salice, si disse. Fu allora, solo in quel momento, che tanti anni si raccolsero in un unico istante. Era passata una vita, da quel basta iniziale, da quel no, da quelle marce infinite, e solo allora, solo lì, quando erano soltanto lui e il vento, cominciava a percepire le prime risposte. Non sapeva quali fossero queste risposte, perché il vento non sa parlare la nostra lingua, il vento non ti dice nulla in realtà. La sua musica è muta. Però il suo animo lo sentiva sciogliersi, e gli occhi bagnarsi di lacrime, e tanto bastava a quel cuore inquieto. Tanto bastava a risentire il suono e le parole di un’intera generazione, ora invecchiata, ma dall’animo sempre palpitante. Non era affatto il momento di tacere. Il vento attorno andava afferrato, come una volta.
lascia un commento :: 0 commenti
Versione per Stampa
Torna