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Autore: Andrea
Le anticamere

Abstract: la distanza di un ascolto che rende più facile la vicinanza di una fatalità
Riferimento: Ev'ry time we say goobye
Le anticamere Non che l’orario fosse stabilito: ma arrivava e la stagione lo faceva scivolare fin verso la fine della giornata, che poi era semplicemente la fine della luce diurna. Sospeso, arrivava il tempo, sospeso e lontano. Soprattutto da quella terrazza che sbordava sul mare: non cadeva, semplicemente era morbida sull’acqua dell’inizio di un agosto. Il tempo che non sembrava mai arrivare. Eppure a ben farci caso qualcuno avrebbe detto “allora, cosa si fa”, e qualcun altro avrebbe proposto. Qualcuno avrebbe dichiarato che “stasera bisogna fare qualcosa, assolutamente” e qualcun altro non avrebbe contraddetto, ma avrebbe semplicemente seguito. Non era mai da aspettare il tempo, c’era da scivolarci sopra però se non si stava attenti: qualche volta, qualche scimmia, lasciava le sue bucce di banana per terra. Qualcuno guardava troppo per aria per rendersi conto. Qualcun altro invece stava fermo sulla terrazza, poggiato su balaustre bianche di salsedine. E si accendeva una sigaretta perché era quello il rumore più vicino che riusciva a sentire. Poi c’era una distanza che era fatta di fuga e c’erano parecchie scie che tracciavano percorsi da seguire. Che esigevano – ma questo stava al coraggio di avventurieri impavidi – che qualcuno si appiattisse lungo i sentieri e stesse attento a qualsiasi rumore presagisse la presenza di leonesse. Ecco perché la terrazza accoglieva. E lasciava andare poi, dopo: al momento non proprio stabilito, ma che scoccava. Fino a lasciare la porta aperta, socchiusa perché non tutti si decidevano nello stesso momento. E allora la porta rimaneva aperta. Le partenze. Non lasciò che fosse preso dalla fretta, non gli piaceva che la sigaretta si spegnesse nel ritmo delle gonne abbronzate che se ne uscivano in mezzo alle mani che portavano. Non lasciò che la musica che usciva dalla radio terminasse in maniera brusca. La terrazza era del salotto riempito di musica che si spandeva nella piccola cucina e poi veloce correva nel corridoio che portava alla porta verde che rimaneva socchiusa a riscontro delle risate dolci dei “ragazzi”, dei richiami delle “ragazze” nell’androne che rimbombava dei passi delle ciabatte o dei tacchi che correvano verso la terrazza che portava verso la strada che aveva una corrente instabile. Appena la mano chiuse la porta verde, sentì il brusio sulla terrazza che dava non più sul mare: c’era l’altra adesso, che andava scivolata e che ti lasciava sceso sulla strada principale. Sentì le chiacchiere, sentì i richiami, sentì i saluti. Ebbero a decidere la notte. La notte, quella, decise di lui. Si sistemò tranquilla, per una volta, non accadeva troppo spesso, stette a godersi il biglietto pagato dello spettacolo sottile che stava per accadere: la notte aveva tempi lunghi e a volte si domandava perché ci fosse tanta impazienza là sotto, in mezzo a quel formicaio variegato. Ecco perché sapeva che lui si sarebbe seduto al suo tavolino – abitudinario, sì, ma per un vizio di guardare – e avrebbe ordinato il suo rum con ghiaccio – “ti chiedo una cortesia, un solo cubetto di ghiaccio” -, il primo o forse semplicemente l’unico, questo dipendeva da quella pazza della serata – non c’era mai verso di fermarla: sempre instabile da quando era nata. Poi, non la si trovava mai quando si aveva bisogno di lei e mai una volta che si fosse calmata anche per un attimo, sempre di corsa, mai delle parole tranquille, correre, correre e se le chiedevi dove stava andando non facevi in tempo che già voltava l’angolo. Ora, non che fosse spiacevole star seduti al tavolino, ma troppe volte gli avevano detto “dai, muoviti a finire, dai andiamo via”, ma lui non si staccava da quella sua aria, aveva un modo, diciamo, era il suo, non molti si domandavano, ormai era il suo modo. Non tutti lo sopportavano, né avevano la pazienza. Rimase seduto – la notte si stiracchiò, adesso arrivava il bello. C’erano a volte dei motivi per cui rimaneva seduto: e stasera c’era un motivo. Primo, non aveva ancora finito di bere, e si sa che il rum va accompagnato con varie sigarette, che anche se si diluisce e perde le sue scintille nella gola, non è detto che il sapore peggiori, anzi, forse il palato si ammorbidisce e perciò gusta meglio – a volte capisco quell’isterica della serata che se ne corre via, pensava la notte, a volte si avrebbe proprio bisogno di velocizzare il tutto, soprattutto il tempo. Quando si dice – come sostiene quello spilungone mal fermo - commedia, non è detto che bisogna sopportare tutti i suoi tempi. Va beh! Vediamo un po’. È vero che a lui piaceva di stare a quel tavolino, ma non era sicuramente solo per bersi in pace il suo bicchiere di rum: ogni volta che si tratteneva, e non era detto che fosse in compagnia per forza, lo faceva per un motivo, per un vizio suo; si disperdeva in mezzo a tutti i rumori, cioè da fermo si lasciava andare verso tutti i suoni che sentiva nel paese. Aveva una morfologia strana il posto: si affacciava tutto sul mare, dagli scogli, si affacciava attraversando la strada principale e poi si buttava letteralmente sugli scogli che spiombavano nelle acque profonde fin da subito. Quel tavolino, tondo, forse non proprio significante, era lungo la strada, quasi a mezzo e stava – ma non tutte le sere era in quella esatta posizione – su una leggera curva che divideva – sembrava dividere – il paese in due parti. Ora uno si domanda “ma come è possibile?”: te lo spiego subito, anzi vieni qui che ti affacci e lo vedi meglio. Sono strane le persone quando passeggiano: hanno ritmi diversi che sono dovuti spesso alla conformazione delle strade. Tu mi potrai obbiettare che molto probabilmente dipende invece dal gusto e dall’indole e forse forse anche dalla serata – “ah chissà che diavolo sta facendo ora…”- e invece io penso e ti ripeto che proprio la conformazione di una strada può dettare l’umore – chiamiamolo così – di un incontro o l’umore di una decisione di tornare indietro o semplicemente quello di rifare il pezzo che si è appena fatto: solo, al contrario. C’è un termine, cioè, un punto in cui si decide che “basta, torniamo indietro?”, oppure quello diventa un momento in cui semplicemente ci si ferma, “a fare?”, “niente, a stare”. Però, guarda meglio, ci sono tutte quelle stradine laggiù, quelle dietro, “sei mai stato in quelle stradine dietro?”, guarda passaci, perché lo sai cosa hanno? Non succede ormai molto più, e quasi quasi un po’ mi mette malinconia, ma è bello ancora quando trovi quelle sedie, che sono piccole, dove durante il giorno si siedono quelle vecchiette, che se passi ti guardano. Lo sai perché ti guardano? Perché prima vogliono capire se ti conoscono, ma poi semplicemente ti vogliono salutare, anzi forse forse si aspettano che sia tu a fare il primo saluto, a mostrargli cordialità. E non sono belle quando dopo averti risposto, abbassano la testa e tornano a fare quello che stavano facendo, forse un uncinetto o a parlare tra loro e a raccontarsi? Quelle sono stradine, ti dicevo, dove bisogna rallentare il passo, dove si possono distendere gli occhi e dove bisogna poggiare le orecchie contro i muri: bada di non pensare che tu debba sentire quello che c’è dentro le case. Devi ascoltare invece, attraverso i muri, quello che accade nelle strade opposte a quella dove ti trovi e la stessa cosa devi fare mentre passeggi. Ascoltare nel silenzio. Perché se ascolti mentre cammini lungo la strada, quella principale, ma poi, sei veramente sicuro che ascolti? Non è invece il caso in cui guardi? Cioè che siano gli occhi quelli letteralmente rapiti? Guarda, facciamo una cosa: torniamo indietro, torniamo a guardare quel tavolino, quello sulla curva, quello che potrebbe sembrare un punto di passaggio e invece diventa un crocevia: cioè scegli dove andare. Il fatto è, ora, decidere come andare. Ti spiego: ma senti, prima di tutto, vieni torniamo a sdraiarci, da quassù si vede meglio, e la commedia deve continuare. Che poi c’è scritto commedia, ma alla fine che sia veramente commedia non ne sono sicuro. A volte sai cosa mi piacerebbe fare? Prendere il regista, quel diavolo e parlarci schiettamente e dirgli “senti coso, ma tu veramente credi di poter chiamare commedia una cosa simile? Ma veramente non ti rendi conto di tutti i risvolti tragici? Di tutti quegli angoli dolorosi che si creano nelle anime? Il fatto è che ci vorrebbe qualcuno che dicesse: signori, non vi preoccupate, quelli sono attori, che hanno una parte, la vita è un’altra!”. Eppure io obbietterei che la vita, anzi che alla vita rimane appesa anche una semplice ombra della commedia e allora non si sa quali risvolti possa avere sulla realtà delle cose. Ma tu ci credi che se magari mi viene da piangere a guardare qualcosa, o, guarda, ti posso anche dire a ridere di fronte a qualche cosa che accade, magari quello mi condiziona la serata e magari anche il sogno della nottata – ah guarda, anche quella lì, io non so proprio chi fra le due, intendo la serata e la nottata, ne farei veramente a meno! Ma lasciamo stare questi discorsi che se no…guarda perdo il filo e invece…insomma torniamo lì a quel tavolino: ora lui non tutte le sere va lì a bersi una cosa. Guardalo, mi sta anche un po’ antipatico con quel modo suo snob di sedersi, distaccato, senza dare retta troppo a ciò che lo circonda, con quegli sguardi lenti. Quando l’ho visto la prima volta non ci ho fatto troppo caso se non fosse stato per quell’aria sufficiente che risulta odiosa, ma poi ci stai, perché non è cattivo, anzi forse forse si avvicina alla dolcezza qualche volta – non esagerando ovviamente -, ma ha dei lati generosi, cioè come dire, la sua casa è aperta, basta che non gli si rompa l’anima. Senti, fatto sta, che mi hanno detto che stanotte accade qualcosa: sono voci, non è ben chiara la cosa, ma insomma, sai quando ti affezioni a qualcuno, cioè, anche se non è del tutto positivo, in qualche modo lo vuoi nel raggio del tuo sguardo. Quando mi hanno detto che stanotte accadeva qualcosa - per questo ti ho invitato -, beh, guarda, speriamo solamente che non sia niente di negativo. Certo che poi mi hanno aggiunto, “no, vedrai c’è tutto quel sapore di commedia”, però mi domando ma quando qualcosa accade, cioè quando nella vita di qualcuno avviene qualcosa e non sto qui a domandarmi se quello che accade sia di natura positiva o negativa, insomma quando semplicemente accade qualcosa che distoglie la vita che sta facendo, ma è veramente commedia? Cioè mi sono detta, ma di commedia si parla perché c’è un lieto fine o semplicemente perché mette in moto un meccanismo che destabilizza la realtà noiosa, nel suo essere bella, costante, leggera, con un po’ di casini, ma tutto sommato vivibile, che poi porta il nostro soggetto in un’ altro binario, che poi siamo sicuri che porti nella stessa direzione che portava il primo? Guarda che alla fine posso pure pensare che sia una tragedia io! Guardalo, guarda adesso, non vedi cosa fa? Quello che in qualche modo mi ha fatto soffermare su di lui, ma non mi chiedere se mi piacesse o meno o perchè a un certo punto potrei anche dirti che da sempre mi è piaciuta la posizione che teneva a quel tavolino, tranquilla, posata. Ma a volte ti potrei dire anche il contrario, quindi, cara, non ti fidare mai di quello che esce da questa boccuccia. Invece guardalo adesso sembra teso, sta ascoltando. Non che si dovesse fermare ad ascoltare per forza, ma qualcosa lo attraeva, forse la bella voce femminile che sentiva lontana, forse il fatto che era divenuto un gioco per lui fin da piccolo inseguire i rumori che arrivavano. Ecco sì, arrivavano, non importava la distanza, quella era una cosa che gli interessava colmare: seguiva le scie dei rumori, seguiva le ombre che il sole proiettava dal davanti. Cosa che aveva sempre ricercato nella musica, soprattutto quando l’ ascoltava non dal vivo, ma da una registrazione di un cd. A volte, per vizio, come si è detto, si spingeva a cercare di immaginare gli spazi attorno alle persone con cui parlava al cellulare. E allora faceva in modo che la conversazione fosse quasi unidirezionale, cioè che parlassero quasi unicamente le persone dall’altra parte del telefono. Ma erano momenti che duravano il tempo di distogliere l’attenzione dalla conversazione e quindi quando sentiva la voce impennarsi e rimanere in attesa per una domanda che gli era stata fatta, allora tornava a parlare con il suo interlocutore. Sentiva, adesso, nettamente quella voce, accompagnata da strumenti legnosi. La canzone, inconfondibile, Ev’ry time we say goodbye, lontana. E allora fece un gioco, il suo gioco, socchiuse gli occhi e andò verso quella voce, seduto al tavolino, con gli ultimi sorsi di rum da finire. Percorse il marciapiede, passeggiandolo, arrivò fino al locale in fondo al paese e dalla porta d’ingresso stette a vedere, lei coi capelli da zingara ma raccolti in una sorta di perfezione ricercata, gli occhi che brillavano di verde e le sue lentiggini che si posavano sotto al bruno rossastro delle ciocche. Sì, legnosi, accompagnata da un contrabbasso fiero, slanciato con zoccoli di fango e criniere striate e da una batteria piccola e che esigeva che si parlasse di lei come tamburo, pelle. Così doveva essere, così era la voce di lei, dolce nelle parole che chiamavano in un addio impreciso, l’amato. Vedi, guarda, vedi quando ti dico che la tira fuori la sua diavolo di carineria. È che siamo troppo abituate a vedere, ma dovresti fermarti anche tu, aspettare che le braccia si aprano e ti facciano vedere di che razza è fatto un uomo. Tutta questa maledetta fretta di giudicare e invece guardalo lì, non è così tenero. Lo capisci perché certe volte mi commuovo? Ma lo sai che succede ora? Vedi certe volte a me non va proprio di ficcarmi a letto, certe volte vorrei durare per un’eternità che abbia i titoli di coda e invece tutte le volte mi tocca andare a letto, manco me lo avesse prescritto il medico. Insomma, guardami, mi trovi sbattuta? Io non ce la faccio più con questa vita sempre regolare, mai una volta che qualcuno provasse a mettersi nei miei panni. Ma tu credi che sia veramente semplice tutta questa vita? Sai che faccio a volte? Guarda, poi lo giustifico, perché mi ci credono, quando insomma…perché a volte non ce la faccio proprio e mi sta antipatico, ma, guarda che non lo sopporto proprio, lì tutto bello, lui abbronzato, vigoroso, a me non è che siano mai piaciuti così, ma lui in particolare non lo riesco a sopportare, sì, insomma a volte basta una piccola spinta, una pedata e zac! Gli piazzo una luna proprio davanti al suo bel sole così, tanto per scherzo, il tempo di farlo innervosire, che lui molla tutte le sue pose, ma che si crede, si agita tutto, si insubbuglia, poi va beh, mi fa anche un po’ di pena e allora me la richiamo e la rimetto nel taschino. Ma tu dovresti sentirlo poi la sera quante paranoie mi fa “non ti permettere più!”, “non ti provare a venire quando ci sono io!”, ma chi se ne frega. Però quanto mi fa morire tutto scombinato così, tutto pieno di sé e rosso per l’incazzatura. Sì, lo so, lo so, non lo dovrei fare, ma alla fine non muore mica nessuno. Sai che noia se no ad aspettare che si faccia i suoi comodi, bello sdraiato, tu mi capisci, ogni tanto anche a lui un po’ di strizza gli fa bene. Per questo ti dico, ogni tanto fa bene a chiunque distogliersi da quello che accade attorno. Anche lui, nel suo bel tavolino, ma guardalo, lo vedi come muove il piede, sembra che segua la musica che ascolta, che ha trovato, che sta cercando. Ma in realtà ti accorgi che sta seguendo la voce di lei e non la musica? Quello che gli piaceva fare era trovare la voce dietro alla melodia cantata. Una cosa che adorava nei cantanti era quando la voce corrispondeva – per certe strade private - al canto: odiava tutti quelli che non avevano corrispondenza. Quello che si stava domandando adesso era che voce potesse avere quella donna che finiva di cantare Ev’ry time we say goodbye, che accompagnava i suoi strumenti attorno con piccoli sospiri. Odiava il jazz, quello macchinoso, ricercato, odiava i vocalizzi troppo esasperati, era difficile trovare un voce dietro il canto, cioè aveva sempre pensato che dentro a un canto dovesse esserci non un cantante ma un uomo o una donna e andava bene anche uno strumento. Per questo che dietro a qualsiasi rumore andava ricercando la fonte, forse una vita stessa. Ma la voce che ascoltava stasera era perfetta perché cantava e celava tutto lo strazio che l’amata poteva avere verso l’amato. Che l’amata divenisse allora donna, qualsiasi donna, qualsiasi uomo, che si inginocchiasse rannicchiandosi nell’angolo proprio di fronte al suo amato e che sospirasse, che ricordasse dell’amore. Ecco perché le lentiggini brillavano di lacrime. Non che la vedesse, intendiamoci. Faceva parte del suo gioco, quello infantile – no, ma è così dolce, ma lo vedi, ma tu non lo vorresti un uomo così? – quello di stare fermo ad ascoltare e immaginare dove e come e soprattutto chi. Per questo non si alzò dal tavolino, ma continuò ad ascoltare, a raggiungere quella cantante, seduto. Immaginandola, cercando di renderla più nitida, come il suo canto che schiariva e puliva le strade per renderle più vicine, per avvicinare quello strascico ruvido che aveva alla fine delle frasi. Questo il particolare che aveva attratto le sue orecchie. Questo aveva rapito la sua attenzione. Che alla fine divenisse un appuntamento fisso, questo era tutto da capire il perché. Perché volle andare via dal tavolino, proprio alla fine del pezzo, questa fu una decisione del tutto personale, si potrebbe pensare ricercata, un’uscita esteticamente dettata. Ma c’erano tutte quelle stradine che gli procuravano piacere e che avevano risvolti che ci metteva un po’ lui. Perché quella notte passeggiò e lasciò andare diversi pensieri, li lasciò andare lontani, in quel piccolo paesino, mentre tutte le luci si spegnevano, quelle, si intende, delle finestre lontane, che si scorgevano tra le stradine, quando si incrociavano e vedevi degli spazietti liberi, che ti portavano ad allungare la passeggiata a ritrovare e a scansare senza maleducazione gli amici con cui avevi iniziato la serata, perché la via per il porto, un po’ lontana, era un bel richiamo. Ma si è detto perché c’erano pensieri da prendere, non decisioni, quelle si sarebbero affrontate. Ma certi pensieri esigevano di essere presi. Così che le rocce bianche delle scogliere erano un buon sentiero per tenere svegli i nervi, perché se non facevi attenzione saresti caduto e allora ti saresti tagliato. E poi le rocce così bianche, con tutta quella luna che ti faceva sbuffare, che rendeva tutto inquieto, che non faceva finire la nottata. Ma chi la voleva far finire? Ancora nessun ritorno, ancora il mare che doveva arrivare, quel mare ampio, forte, la notte soffiava, gonfiava, anche se rimaneva piatto, anche se le luci delle imbarcazioni portavano con sé tutta la calma dei pescatori. Appunto, decidere, quando arrivava il punto in cui tornare indietro. Stanotte non voleva, non voglio stanotte. Possibile mai che non ci sia una notte in cui si fermi quello che dico io, quel momento esatto e o dilati senza che ce ne accorgiamo, che si rallenti tutto, anche forse il nostro pensare, che forse sfuggano alle nostre mani pruriti, che sulla strada non ci siano più tante distanze da colmare. Sdraiati in maniera surreale. Sdraiato, quando a contemplare non ci si rivolta. Ecco mettiamo il caso ora che si trovi un momento in cui si decida. Guardalo, guarda nota i suoi pantaloni: sì, ti do ragione, troppo ricercati, troppo su quelle scarpe, il risvolto dei pantaloni, preciso, un po’ lungo, piace a lui così, ma inizia a fare tenerezza anche quello, guarda, a volte non lo so, ma qualche d’uno lo vorrei qui davanti a me, non come un soprammobile, però come se accendessi delle luci in salotto e poi decidessi cosa guardare. Dai, basta che sono veramente ridicola, solo che è tutto affetto il mio, non ti credere. Bah, qualche volta ne faccio sparire qualcuno, tu fai conto di non aver sentito nulla mi raccomando. Sì, perché adesso il mare era come in attesa, era come se fosse fermo ad aspettare l’onda di ritorno, quella lenta, lunga, ma stranamente come se non dovesse provocare troppi danni se non quelli dell’anima di chi si era messo ad ascoltarlo e quindi ad ascoltarsi. E poi c’è tutta quella strada per tornare. E a questo punto mi sa tanto che la prendo più lunga. Non ho sonno, maledizione. Guarda lì, tutti che se ne sono andati a finire la notte in qualche discoteca o locale e non si rendono conto di quanto è piacevole passeggiare qui lentamente. In queste stradine che hanno assorbito tutte le parole, in quegli angoli che se cerchi bene ci trovi ancora qualche eco. A volte sarebbe bello poter parlare di tutti gli umori che sono lasciati contro i muri da chi si appoggia. Però non di quei muri dove oramai si è perso l’idea di come sono fatti, ma di quelli che sono ricercati: quelli dei primi baci per intendersi, quelli che nascondono, quelli che sanno di risatine soffuse, quelli che devi scappare via velocemente quando qualcuno sembra arrivare. Ecco bella questa via, Vicolo della luna, forse per quell’archetto che ti invita ad entrarci dentro, gli scalini chiari, il vento. Poi il fatto era che lei era alla finestra, in quel vialetto, in quel viottolino, Vicolo della luna, che aveva amato fin da subito, perché la nascondeva, perché aveva quella finestrina piccola, ma alla quale si poteva affacciare seduta su un bordo che teneva il suo corpo. E non mi chiedete nient’altro perché quello era stato l’unico motivo per cui aveva scelto quella casa, piena di angoli, piena di rientranze, forse anche scomodo. Ma si sa che ognuno trova il suo spazio, indifferentemente dalla grandezza dell’abitazione. Poi le piaceva per un motivo: perché da quella finestra, se si affacciava e girava la testa verso destra, scendeva con lo sguardo lungo la stradina che era anche lei in discesa e vedeva uno scorcio di mare sopra i tetti delle altre case. Perché si trovava in alto la sua casina, in alto se così si può dire, diciamo più in alto rispetto a molte altre. E poi aveva qualcosa di nascosto che non le dispiaceva. Aveva un non so che di tana. Aveva il tempo giusto per accoglierla durante la notte, quando a tardi rientrava e si sedeva con qualcosa da bere e una sigaretta, l’ultima che si voleva fumare sempre rima di andare a letto, coperta dalle case circostanti alte e dal vicolo stretto che faceva passare solamente un briciolo di vento. Scostava le tende che coprivano la finestra e si poggiava. Si poggiò nel suo vestito verde, coi capelli sciolti, con una piccola radio che suonava in fondo alla camera, senza troppe chiarezze e sentì qualche passo che la fece allungare per vedere lui che arrivava. Sì perché pensò subito che arrivasse, non che passasse di là. Tu vammi a spiegare il motivo per cui una non debba pensare che quel maledetto regista non sia un romantico. Puoi tranquillamente dirmi che sì, tutta la fatalità degli incontri e bla bla bla, ma porca miseria, io mi domando ma avvengono veramente così le cose? Guarda a volte anche a me piacerebbe mandare in tasca tutti e decidere che oggi, beh oggi guarda un po’ mi faccio una bella passeggiata. Vuoi vedere mai che anch’io…sarà che sono abituata, sarà che forse non ho più l’età. Mi ricordo che si inchinavano di fronte a me, ma mai uno che abbia detto vengo e ti rapisco, mai uno che mi abbia fatto l’occhiolino, tutti timorosi che fossi così buia. Alla fine sai cosa ho fatto dopo un po’? Mi sono messa un po’ di brillantini attorno così almeno quando passavo mi stavano a guardare. Solo che alla fine si sono imbambolati tutti, tutti a guardare, ad ammirare. Guarda te, la prima stella, la prima stella…! Ma quanto duri alla fine? Quando arrivano tutte le altre, tu che fai? Scompari! Ma mica tu. Il fatto è che poi non ti considerano. Invece pensa a quei primi momenti in cui ci siamo solamente io e te: lascia stare quella smaniosa della luna, che prima o poi mi sbarazzo anche di lei. Io e te, belle, sole. Si ti guardano, fanno certe facce buffe poi alla fine abbassano il capo e non ti filano più. Dov’è tutta la galanteria, il corteggiamento che dicono tanto. Mezz’uomini sono! Sai quanta roba c’ho che li farebbe divertire? Certo che il primo passo non lo faccio mica, mica sono così sfacciata. Dammi un po’ di attenzione, fatti vedere un po’, poi vedi che ti combino. Però dopo pretendo eh, se no che diavolo mica una volta e via. Mica mi svendo io! C’è bisogno di più gesti, di più attenzioni. Guarda posso anche capire che non sono l’unica: però tu trattami come unica. Poi ti lascio andare, non ti lego mica, ma fammi sapere che sono unica. Non chiedo mica molto, ti pare? Guarda mi fa venir fame ‘sta cosa. Ora possiamo tranquillamente dire che lui fosse abituato alle finestre, quelle in particolare che lasciavano uscire tutta una vita, come lenzuola al vento. Si potrà certamente dire che fosse un caso. Il tutto fu che lasciò i suoi occhi in quelli di lei, che si sporgeva un po’ per vedere chi stava arrivando – questo continuò a pensarlo sempre – e gli rimase buffa la faccia di lei, morbida e calda come quella notte, con quel sorriso. Ecco perché, dopo non si sa quanto tempo, la salutò. Chiariamo una cosa – qui direbbe il regista, tipo assolutamente allampanato: il fatto è che lui la salutò, cioè sia chiaro a tutti che salutò lei e non fu un gesto di cortesia ma un volerla salutare. E oltremodo poco scontato – e qui continua l’allampanato nostro –, non abbassò lo sguardo ma stette nel suo, in quello di lei, fino a fermarsi sotto la sua finestra e a piegare il collo nella sua direzione – sottolineo nuovamente questo passaggio: quando l’attore si trova davanti all’attrice, deve pensare con tutto se stesso, che quella è la donna per lui, non più per l’attore, ma per l’uomo. Non voglio assolutamente imporre qualcosa che rischierebbe di divenire clichè, ma ci sono gesti che appartengono all’eternità di certe intimità tra due persone, che vanno visti dall’esterno, per meglio sentirne la profondità. Credo fermamente – a volte quell’allampanato è anche simpatico, cioè tutto spilungone e invece così autoritario in quello che ti racconta – che l’attore debba essere uomo, non ci deve essere immedesimazione ma qualcosa che va trovato nella vita: la vita è ciò che va rischiata, non il personaggio! Eccolo un altro, appunto, spilungone spilungone e con tutte le sue teorie! Ma io non so, sarò fatta male, però mi fa tanto sorridere con tutte quelle sue frasi e poi così serio, sicuro di quello che dice. Io mi rubo anche lui prima o poi! …no lo sai che scherzo, io parlo parlo e poi. Diciamo la verità, non si sa se convince con tutte le sue teorie però come sono carini quei due laggiù. Insomma a volte mi piace anche guardare, mi basta. Però se qualcuno si fermasse anche per me, oppure mi fermasse semplicemente…poi però non rispondo di quello che faccio, eh eh eh. Va bene va bene sono un po’ ripetitiva, ma è la mia natura, tu non credere d’essere meglio, magari ti si nota di meno, ma anche tu. Certo che, guardati lì tutta giuggiolona che ti piacciono quei due. Sai che penso una cosa? Certi incontri li capisci subito. Forse sono chiari anche alle persone a cui accade. Solo che a volte qualcuno dei due intuisce ma ci arriva dopo, mentre l’altro invece prende al volo senza domandarsi. Quelli sono i meglio, quando c’è tutta quella limpidezza che schiaccia. Diavolo! Mi fanno commuovere queste cose, dai dai che poi piango! Ora, il fatto che la faccia di lui avesse una posizione simile, piegata, non le fece pensare che fosse dettata da un qualche sentimento. Pensò che la tenesse piegata per vederla lassù in alto, nella sua finestra, non troppo alta, diciamo a pianoterra ma leggermente più sopra. E quindi fece una cosa: piegò anche lei il suo viso alla maniera di lui, quasi a giocarci. E chi li avesse visti, avrebbe potuto pensare che stavano parlando e si erano fermati un momento a guardarsi. Invece non si erano detti alcuna parola. Avevano semplicemente iniziato. Lui fermo, sotto. Lei ferma, sopra. E fu lui che pensò a chiederle “che ci fai questa notte” – e il regista fa notare che la frase è molto diretta, cioè che è diretta a lei, in particolare e soprattutto alla situazione tra loro due. E lei cacciò fuori un bel sorriso, disarmante perché era lento, cioè era di quei sorrisi che si lasciano tutto il tempo prima di rispondere – che poi come sostiene quello spilungone non è detto che si debba rispondere, cioè fate conto che non dobbiate rispondere ma che il sorriso sia la vostra unica risposta. Bisogna spiazzare il pubblico, ma prima di tutto bisogna spiazzare l’attore di fronte. Ma ricordate: l’uomo, non l’attore! E poi bisogna dare il tempo alle possibilità. Perché si sta creando qualcosa. Ma in questo momento tutto è fragile: bisogna essere leopardi! – eccolo l’esagerato – la notte, in questo caso, diciamo il tempo: allora partiamo dal fatto che ognuno ha il suo tempo. Poi il caso ti fa incontrare qualcun’ altro. Adesso, il tutto può essere banale, già visto, sentito, ecc. oppure c’è tutto il tempo – eccolo quando s’impappina con questi giochi di parole è veramente da morsi – per sapere, per permettersi di accostarsi a braccetto col tempo del tuo incontro. Perché fino a un certo momento l’altra persona è solamente un incontro. Bisogna pensare che invece può essere una scelta e quindi qualcosa che si protrae. Adesso, prendiamo il caso in questione, spetta tutto a lei. Mi potete dire tranquillamente che lei ha risposto col suo sorriso. Però l’attesa di lui è troppo lunga, cioè lui non si sta muovendo dalla sua domanda, cioè non ha la risposta su cui appoggiarsi e per il suo carattere non andrà oltre. Lo vorrebbe, questo sì, ma non riuscirebbe a trovare parole adeguate. Ecco perché lei sceglie di fare una cosa. Lo vedi, sempre noi donne! Mai una volta che qualche d’uno, sì, diciamo qualcuno che si vanta di essere così macho, io qui, io lì, tanto per capirsi, mai che venga e senza troppi preamboli ti strappi letteralmente da dove sei e ti porti via! Lei sceglie di fare una cosa e lo fa di risposta: inizia a toccarsi i capelli, piegando la testa verso il basso e iniziando come a lisciarseli mentre sorride ma in maniera diversa. Il suo sorriso si fa suono, cioè inizia a emettere piccoli sbuffi, col naso, forse imbarazzata, forse perché certe parole non hanno il loro posto in certe situazioni. E chissà come, a lui basta questo. A lui basta questo silenzio – che, interviene il regista silenzio non è ovviamente – per fare una cosa che lo porta ancora oltre: si avvicina alla finestra di lei, praticamente sotto e – come gli piaceva ogni tanto ricordare – praticamente sotto i suoi cappelli che si muovevano sia per le dita, sia per la leggera brezza che passava in quel corridoio – così pensò, che quello fosse un corridoio che portasse poi nelle stanze della sua casa, cioè della casa di lei. Un corridoio che sfociava nel mare, che veniva dagli altipiani alle loro spalle. Non solo si avvicinò a lei, ma le rispose e le sorrise, forse le disse anche il suo nome, ma di questo non si ricordava pienamente – vedete, non è importante il nome, interviene il regista allampanato, il nome non c’entra tra un uomo e una donna: c’entrano più i momenti iniziali, quelli che qualcuno volgarmente chiama “approccio”, qualcun altro “tentativo”. Io sostengo che ci sono momenti fra due persone. Per questo gli attori devono assolutamente dapprima dilatare il tempo e poi, solamente quando l’hanno capito alla perfezione, permettersi di velocizzare il tutto! Bravo! Sì, questo son d’accordo anch’io. Anche perché quando c’è che sta per accadere quella maledetta situazione in cui t’accorgi che sta per avvenire il primo bacio o diciamo il primo avvicinamento allora sei attratta completamente come da una forza verso le sue labbra, ma allo stesso tempo vorresti che fosse tutto lento, lentissimo, che poi chi se ne frega di tutta la lentezza, però è il fatto che stai per arrivare alle sue labbra e che poi con l’andare del tempo non avrai più tutto quel tempo, o meglio ce l’avrai ma insomma i baci diventano più veloci, le labbra più sottili, insomma tutto quel cavolo di attesa, tutta quell’eccitazione ma dove va a finire? Sai che ho sempre pensato, mi imbarazza anche un po’ dirlo, che va beh, in tutto questo tempo mi sono inacidita e invece ti dico, insomma, pensavo che il bacio, si insomma penso ancora, tutto sommato, il bacio lo dai fin da quando incontri la persona, cioè inizi già a baciarlo quando lo incontri, quando ancora non sai, quando inizi a volere i suoi baci. Io sarò sciocca ma penso veramente che ci debba essere un tempo più lungo nelle cose, che il piacere bisogna farlo risalire non al momento stesso, ma da quando qualcuno ti inizia a girare nella testa. Dammi della sciocca pure. Però il fatto è che, trovalo uno che ti giri veramente nella testa invece di avere tutta quella fretta di metterti le mani addosso, mentre invece dovrebbero metterti i suoi baci addosso. Certe volte sono proprio dei seri imbecilli! Pensano, si vantano e invece basta così poco! Stupidini che non son altro, sì, perché poi alla fine sono anche carini e non sono così male. Ma allora che si decidano però a usare quelle mani: qui è già un bel pezzo che nessuno allunga! Vero mia cara? Però meglio loro due che hanno tutta quella tenerezza, lenta, da gioco, con un po’ di rischio, senza ancora troppe fatalità, ma che se continuano così rischiano quei due, sai mia cara? Perché quando lei aprì bocca e gli disse “senti, sto pensando una cosa…”, lui seppe della sua voce e fece un passo indietro nella sua testa, fino a farla divenire canto, dandogli quella distanza che aveva cercato. E seppe che la notte aveva delle casualità. Non fu importante quindi che si parlassero fin quasi l’alba. Le parole hanno poca dell’importanza che può avere una scelta. Qualche regista allampanato potrebbe tranquillamente dirci che la fatalità è la corrispondenza dell’incontro di casualità. Per altro ci sono signore che si sono coricate con il cuore più tenero, coperte da una morbidezza fatta di parole che non per tutti hanno senso. Cioè che dettano il tempo di alcuni incontri. Qualcuno ha detto una cosa giusta: il bacio inizia da quando ci si poggia, da quando si sceglie. Dalla finestra lei si poggiò sulle sue parole, le ultime della sera, “arrivederci”. Lui si poggiò sulle parole di lei, il giorno dopo, la sera, quando arrivò nel locale e si fermò appoggiandosi sulle sue, che cantavano…ev’ry time we say goodbye…. Andrea Mello
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