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Autore: Male_di_Miele

Film di Natale
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Abstract: Bè ok, forse non ha senso ma è Natale!Siamo tutti più buoni...

Riferimento: Non si esce vivi dagli anni'80


Parte 1 – Scena 1
Il telefono etico è al momento del tutto irraggiungibile.Una voce metallica e indifferente mi avvisa che sarebbe preferibile provare a richiamare più tardi piuttosto che aspettare un operatore che potrebbe non rispondere mai.
Il tono della voce si vivacizza solo quando mi avverte candidamente che per ogni secondo di chiamata mi verrà addebitato un costo che,a suo dire, “non sarà poi così esorbitante”.
Una spesa equa e sostenibile,insomma.
In un mercato che oggi è equo e solidale ma non si sa bene con chi.
La sigaretta che brucia nel posacenere ovviamente non è mia,che ho smesso di fumare qualcosa come 12 ore fa, e nel sentirne l’odore avvolgente noto che il regista indugia su un primo piano della mia faccia mentre sbuffo di annoiata insoddisfazione.Nel montaggio finale assisterò mio malgrado alla sovrapposizione di un allegro jingle di una nota compagnia telefonica (licenziato dal famoso artista di turno) alle mie violente imprecazioni rivolte alla cinica telefonista robotica,peraltro obiettivamente non contemplate nella sceneggiatura originale.
Le luci del set rabbrividiscono stupefatte quando si passa alla scena successiva.

Parte 1 – Scena 2
Sto guidando su una tangenziale ovest insopportabilmente vuota, filiformi lampioni feriscono di luce i miei occhi fino a farli lacrimare e sono costretto a fermarmi ad una piazzola di sosta col cielo notturno che pare seguirmi col suo sguardo stellato. La telecamera zooma violentemente sui miei occhi lucidi e poi,come preda di un rimbalzo, sul display dell’autoradio che affumica l’aria con le note di una canzone dolcissima.M’immagino divenire spettro camaleontico,un’eroe salvifico e sgusciare nelle vetture che nella notte intrecciano le altrui scie, a volte tagliandole a morte,evirandone le vite,e in gran segreto premerne i freni rallentandone la folle corsa.La canzone termina in un lamento che sfuma nell’umidità della notte portandosi dietro il suo malcelato dolore e, come vittima di una simbiosi, idealmente ne abbraccio l’autore,un Guccini d’annata.
Il regista,che dirige seduto su una vecchia orrenda sedia color pistacchio, dichiara terminata la sequenza che,come mi sarà detto poi, riterrà troppo malinconica e verrà tagliata.In sua sostituzione opterà per una dolce metafora…un lungo piano sequenza in cui auto di grossa cilindrata giocano a rincorrersi come bambini giocano a rimpiattino nel cortile dell’oratorio.”E’ tutto così affascinante e sottilmente neorealista” mi dice l’assistente di scena mentre le stelle,alle mie spalle,crollano una dopo l’altra.


Parte 2 – Scena 1

Nella brevissima scena successiva ecco che cado dalle nuvole fingendo di imitare il morto mentre il cielo si scansa dispettoso.
Riflettendo poi col regista sono venuto a sapere che il suo innocente intento era quello di metaforizzare in forma visiva e fortemente simbolica la mia totale assenza di punto di vista al riguardo,le mie velate critiche alla solidità del film.Me lo dice in tono bonario,una pacca sulle spalle come tra vecchi amici,mentre la costumista è intenta a prendermi le misure per l'abito adatto alla scena seguente.

Parte 3 – Scena 1
Al centro della piazza, i manifestanti si proiettano con vigore contro il cordone di polizia in assetto antisommossa, muro rosso vs muro blu, sotto le note di “Imagine” che il regista ha scelto personalmente riarrangiandola in una sbarazzina versione dance.La voce di Lennon,in loop,mutila le grida acute dei sindacalisti, primi piani fulminei su bocche il cui vagito nasce muto e già morto.Stretto in un loden anni ’60, fumo nervosamente una gitanes giallastra, aspettando che il suggeritore fuori campo mi comunichi la battuta,che non ricordo e che forse non ho mai neanche letto.Bizzarra la scelta del regista,mi dico distrattamente osservando il cielo color cobalto…la telecamera si sgancia dai tumulti di piazza per seguire, famelica, ragazze in abiti succinti che passeggiano per il corso poco distante.
Mentre Lennon muore un’altra volta.


Parte 3 – Scena 2.



Color dell’erba è la mia camicia e si confonde con migliaia di altre del tutto simili mentre un sole farraginoso si affaccia tra le nuvole tempestando volti e braccia nude di un arsura indemoniata.Tra le mille bandiere si intrufola la telecamera, il cui occhio fissa istantanee in un collage delicato e armonioso: bimbi sorridenti con bandane verdi sulla testa,cani razzolano l’erba in cerca degli avanzi del sontuoso pranzo di mezzogiorno, vecchine e vecchietti srotolano tra denti ormai marci slogan in un dialetto che profuma di ancestrali memorie.
La pagina 27 della sceneggiatura che ho distrattamente letto poco prima del ciak mi imporrebbe di intonare il Va pensiero all’unisono con la folla in giubilo,mentre l’ampolla azzurra riluccica e si colora del blu intenso del cielo nelle mani di un bambino.Il suo viso paffuto e tinteggiato dai colori della pianura e del fiume è oggetto di baci e carezze,abbracci e sorrisi.
Parte della troupe,decisamente annoiata, è addossata agli steccati che delimitano il perimetro della sagra fumando allegramente da lunghi narghilè e i cani,senza essere visti, dispensano i loro escrementi proprio ai piedi della sezione più accesa dei convenuti che,in adorazione mistica della formidabile ampolla blu, di nulla si accorgono,null’altro vedono.
Mentre scambio una canna con una macchinista oltremodo carina,scorgo con la coda dell’occhio il regista che saltella sul prato minato chiamandomi a gran voce attraverso un megafono gigantesco.
Il tutto,scena dell’ampolla in primis, verrà eliminato dal montaggio finale per poi confluire non si sa bene come all’interno di un film comico ungherese e il Va pensiero muterà in un ben più prosaico “Va-ffanculo”.



La prima

Alla prima del film arrivo sulla mia antica vespa del 1964 poiché nessuno si era preoccupato di avvertire la produzione, e dunque la limousine (che poi scoprirò poi essere di un un acceso color pistacchio), del mio cambio di residenza.
Al galà è tutto uno scintilare di flash ossessivi,sorrisi a bocche larghe,ceroni che risplendono nello scintillante buio notturno e occhi rapaci sempre a caccia di telecamere.Fotografi in smoking pretendono con fare allegro di avere una mia istantanea con la protagonista femminile,di cui perlatro ignoro il nome.Giovani produttori mi offrono parti in film di prossima produzione porgendomi costosi sigari cubani e bicchieri di morbido cognac.Baby starlette mi abbracciano chiamandomi affettuosamente “carissimo” e “amore mio”.
La locandina del film riporta a caratteri cubitali il mio nome,quello del regista, e piuttosto inspiegabilmente quello di una assistente di scena di cui ignoravo l’esistenza.Noto che pare si siano dimenticati di stampare il titolo, ma nessuno sembra accorgersene.
Mentre fuori il cemento comincia a sanguinare e tracima dai tombini scoperchiati dalla sua irruenza, in sala le luci si abbassano gradatamente fino a collassare in un buio spettrale con mio grande disappunto, tutto preso com’ero dal cercare di leggere e conoscere la trama del film sulla brochure di presentazione….
Mentre sangue di un vivo color porpora comincia a scivolare lentamente nella sala e a gocciolare dalle casse dell’impianto dolby sorround, il regista,in piedi sulla sua seggiolina color pistacchio, dispensa saluti e ringraziamenti alla sala festante,ed in sottofondo “we are the world” sottolinea l’epicità del momento.

Giungono così improvvisi i titoli di testa mentre io penso : vedi mai che non avesse ragione un certo cantante quando diceva..”dentro o fuori questo baraccone?meglio artefatto o meglio coglione?”







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