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Autore: Luposelvatico
It was a new day yesterday

Abstract: La musica è strettamente intrecciata allo svolgersi della mia vita, come capita a molti. Questo vecchio racconto è nato dal senso di piacevole smarrimento che mi coglie quando riascolto "Stand up" dei Jethro Tull...
Riferimento: Jethro Tull
Il flauto di Ian Anderson squarcia d’improvviso il velo del tempo, come fosse il sapiente ed invisibile colpo di katana con cui Toshiro Mifune, guittonesco e cialtrone, giustizia un bandito nei “Sette Samurai” di Kurosawa. Accecato dalla luce, riabituo progressivamente lo sguardo e miro oltre, oltre il presente. C’è il passato, di là? Il mio passato? O soltanto un’altra dimensione di me, nascosta e dimenticata? Non lo so. So che sono curioso. Furiosamente curioso. Attraverso la fenditura, con circospezione. Pochi passi, giusto per rendermi conto di essere fuori, in uno spazio aperto e verdissimo. Il sole è li, di fronte a me, tiepido e generoso. L’aria è dolcemente contaminata da qualcosa che assomiglia ad un profumo di primavera. Socchiudo gli occhi, e respiro profondamente, tentando di chiamare a raccolta i sensi intorpiditi da anni di abbandono. Dai, olfatto, spiegami che cosa è questo. Dammi la percezione della realtà, fammi cancellare dal cervello le troppe interpretazioni, le sovrastrutture, le emozioni insapori e preconfezionate. Non sento quasi più nulla, con questo stupido naso. Non ci sono più abituato. Ma ricordo che potevo, sapevo riconoscere gli odori ed i profumi, un tempo. Resto ancora così, un poco, immobile. Ci siamo. Qualcosa si è risvegliato, in qualche angolo di me. Qualcosa che vibra e produce. Riapro gli occhi, e lascio che indugino. Che facciano il loro mestiere. Anche loro, drogati da anni di schermi e monitor e cruscotti, hanno qualche difficoltà, prima di decodificare la informe macchia verde e di associarla ad un grande prato. E ancora molto tempo debbo lasciarli liberi, allo stato brado, prima che individuino i dettagli. Le anomalie cromatiche che sono petali e stami, e le anomalie morfologiche che sono fili d’erba, steli, foglie. Le anomalie dinamiche che sono ondeggiamenti, lievi voli inseminanti. Che caos. Non c’è nulla di eguale a qualcos’altro. Nulla che somigli alle curve levigate delle autovetture metallizzate, o alla pianta di Manhattan, o ai rettangoli colorati che riempiono di spigoli il nostro usuale orizzonte visivo da poche decine di pollici. Ed i colori. Non bastano quattro matite verdi a rappresentarli, ma neppure saprei che farmene di sedici milioni di colori artificiali. Sfumature e nuances sono VERE, ecco: è questo che è strano. * Sono immobile in piedi da molto tempo. Non so da quanto, né mi interessa saperlo. Sento che il mio corpo reagisce a questo stato. Un brivido e una fortissima sensazione di formicolio ai piedi mi spingono a guardare le mie estremità. Gli occhi ora percorrono il mio corpo con un’attenzione inconsueta, nuova e scrupolosa. Sono nudo, e me ne rendo conto quasi senza sorpresa. Sono un essere vivente, selvatico e nudo. Mi muovo, piano, attraverso il prato. La sensazione dell’erba sotto i piedi nudi non è affatto nuova: ma come è meraviglioso riviverla! E sentire l’aria tiepida che avvolge il corpo che avanza, e sentire la macchina che funziona, il sincronismo alternato braccio destro-gamba sinistra e viceversa, i sensi finalmente e nuovamente pronti, animaleschi, bestiali. Aumento costantemente la velocità, ed ora vado bene, deciso, sicuro. Erba, aria, verde, calore: li sento bene. Il prato attorno a me, e il cielo azzurro all’orizzonte. Percepisco altri elementi, nel mio campo visivo, ma ancora confusi: non si guarisce in fretta dalla sterilizzazione quotidiana. Colgo qualcosa di nuovo, ancora. Un suono. Un canto, credo: forse una voce di donna. Mi è difficile capire da dove proviene e quanto sia distante: preferisco di nuovo fermarmi e chiudere gli occhi. Fatico a concentrarmi, ma alfine isolo il pensiero e lascio che il suono mi penetri e mi pervada. Splendido. Soave. Irresistibile. Mi attrae. Riapro gli occhi e cerco di raggiungerlo, di trovarlo. Cammino a lungo, nel tepore di quest’aria che non ricordavo, e il canto ( è un canto, davvero) si fa più forte e chiaro, e alcune macchie lontane mi si rivelano alberi, e sotto uno di essi c’è un’ombra, e mi avvicino e sento che proviene da lì, il canto. L’immagine cresce e si fa nitida, ed è una donna che canta, seduta sotto un albero che- ora credo di saperlo – è un salice piangente. Mi fermo ad un metro da lei. Un metro? Si, qualcosa del genere. Vicino, insomma, abbastanza per guardarla bene. Si interrompe e mi sorride, osservandomi, mentre le lunghe fronde del salice fanno ombra al suo viso. Io, ormai, mi prendo tutto il tempo che mi serve per assorbirla in me. Le sue labbra sottili e socchiuse, ad incorniciare il bianco dei denti, sono un buon punto di partenza. Le curiose fossette sulle guance. Gli occhi nocciola sono densi e luccicanti, sotto le ciglia folte. I capelli, lunghi e castani, con la riga in mezzo, le cadono disordinatamente sulle spalle nude. Nude come il suo corpo: e mi allontano per coglierne meglio l’insieme. Ho bisogno ancora di chiudere gli occhi. Cancellare dalla mente milioni di stupidi stereotipi sulla bellezza. Non voglio filtri, adesso, né interpretazioni sintetiche di tutto quello che i miei sensi potrebbero conoscere da soli. Mi ci vuole di nuovo molto tempo. Un nuovo brivido mi spinge ad aprire gli occhi ed a considerare che il sole è molto meno tiepido, ora che si accinge a valicare la linea dell’orizzonte. Lei non si è mossa, dal luogo in cui era: ha ripreso a cantare. Non deve andare via. Non c’è nessun bisogno che vada via, e d’improvviso questo mi sembra normale. Ecco, ho bisogno di sedermi accanto a lei. Lo faccio, e lei mi guarda senza sorpresa. Solo curiosa, mentre canta con voce più lieve. Io richiudo gli occhi e le annuso la pelle, sopra le spalle, vicino al collo. Quello che il mio naso recepisce è un buon odore. Non l’ho mai sentito prima, ma è buono, e questo mi dà una sensazione piacevole. Allungo la mano verso il suo viso e le sfioro una guancia con i polpastrelli. Appena la tocco cessa di cantare, e mi guarda fisso negli occhi, con tranquillità. A lungo, tanto che la mia mano indugia nel movimento, e poi si ferma. Dio, da quanto tempo non concedevo ai miei gesti tutto lo spazio ed il tempo che si meritavano? Le sue labbra sulle mie, poi, sono umide e soffici. La sua lingua gioca con la mia, con lentezza ludica. Le nostre dita navigano sulla pelle, esplorano e si soffermano per non perdere nulla. Circumnavigano le rotondità, scoprono anfratti, accarezzano organi e precedono la lingua ed il naso in una paziente opera di assaggio e di conoscenza. E’ naturale diventare una cosa sola. E’ naturale smarrirsi, lasciare che siano i sensi a guidare, senza la pesantezza della volontà, senza la violenza di uno scopo da raggiungere. E’ naturale che tutto collabori e interagisca per un orgasmo vero che è, contemporaneamente, smarrimento assoluto e vertice della conoscenza reciproca. Che arriva bene, ed al momento giusto, e fa sorridere, e fa ridere, e scalda le viscere e fa venire la pelle d’oca. Che faccio, torno? Non so da quanto sono qui. So che laggiù in fondo, lontanissimo da questo salice e da lei che dorme appoggiando il suo capo sul mio ventre, c’è quella fenditura che riporta a me stesso, al me stesso che sta scrivendo questa storia davanti ad un monitor bianco, mentre lo stereo spara a palla un vecchio disco dei Jethro Tull. Non so. Non so se torno. Non ne ho mica tanta voglia.
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