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Autore: ben crood

Io e Shennalij
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Abstract: L'ultimo tango in un gruppo d'ascolto.

Riferimento: tango e puffi


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E’ innegabile che Internet, la globalizzazione, la guerra in Iraq e gli sconvolgimenti climatici abbiano influito anche sui gruppi d’ascolto. Voglio dire, se la mia vita fosse un telefilm, nella sigla ci sarei io che mi sveglio e bevo un caffè e fumo una sigaretta ed esco di corsa per andare al lavoro, con in sottofondo un pezzo funky. Poi il titolo. E’ chiaro che un alcolista, oggi, prima di andare dagli alcolisti anonimi, consulta Internet. Si informa tanto. E’ proprio lì che devo andare, per risolvere questo problema? E poi, io non ho alcun problema! Insomma, si arriva smaliziati ai gruppi d’ascolto. Le terapie di gruppo non sono fatte per gente che conosce già la diagnosi, la cura, i sintomi, e che probabilmente ha già condiviso i propri problemi con qualche altro Anonimo Dipendente nella rete. Avanti. Cosa diavolo hai da guardare? Ho dei vestiti puliti. Sì, proprio tu! Non ti piace la mia barba? Ti farò rimangiare quello che hai detto… Be’, i gruppi d’ascolto si sono evoluti. Si va sulla quantità a poco prezzo, come tutto il resto dell’economia mondiale. Ovviamente puoi pagare in comode rate. Ora ci sono questi nuovi gruppi d’ascolto, sì, sono nuovi, in cui si parla un po’ di tutto. Ci vanno tante persone diverse, con diversi problemi. Si sono arrangiati. Su Wikipedia puoi trovare già tutto quello che ti serve. Ah, sì, mi piace il tango. Adoro il tango! Ballerei il tango con la donna della mia vita almeno una volta all’anno. Ma prima dovrei imparare. E per quanto riguarda le donne… Insomma, ci sono tanti strani personaggi, ora, che frequentano i gruppi d’ascolto. Magari persone che non hanno ancora trovato la risposta su Wikipedia. A questo punto è chiaro che frequento un gruppo. Si mischiano insieme tante strane fissazioni, ossessioni, dipendenze, malattie immaginarie, disturbi. C’è ancora qualche alcolista. Una volta c’era uno che si beveva il sapone liquido della madre. Poi ne arrivò un altro con la stessa fissa. Poi c’erano due che erano fissati coi sottotitoli. Ah, ma quelli che mi colpirono di più furono due cigni, cugini tra loro, che non riuscivano a non fare cose che si dovrebbe smettere di fare, prima o poi. Dicevo, le donne. Sì, ho provato molte cose. Una mia ex andò col mio migliore amico. Un’altra col suo, migliore amico. Di conseguenza ho cercato di perfezionare le combinazioni. Sono andato con la migliore amica della mia ragazza. E poi con la mia migliore amica. Sì, mi sento soddisfatto. Anche se questo ragionamento si basa sul fatto che sono eterosessuale. Altrimenti, potrei andare pure col migliore amico della mia ragazza, e col mio migliore amico. Ma lui è stato con una mia ex. Un altro amico invece mi ha detto che se seguissi tutti i possibili incroci, dovrei arrivare anche a farlo con… uhm, una scimmia. Non so perché. Insomma, so che non c’entra molto. Ma è che devo parlare di me. Non posso farne a meno. E’ questo il motivo per cui frequento uno di quei gruppi d’ascolto. Ero seduto vicino a uno che aveva la fissa dei letti ad acqua. Non riusciva a dormire senza un letto ad acqua. Aveva provato a vivere in crociera, ma non era la stessa cosa. L’Ascoltatore Massimo, il prete che ci seguiva, gli consigliò di comprarsi un letto ad acqua. In effetti, non lo vedemmo più, dopo quella volta. Insomma, ero seduto accanto a quest’uomo, accanto a lui c’era una bertuccia che non riusciva più a sentire gli odori. Accanto a questa, c’era una donna che amava giocare ai videogiochi mentre suo marito dormiva, senza accendere la console. E davanti a me, esattamente davanti a me, c’era un puffo. Era la prima volta che veniva a una seduta. In realtà non ho mai ascoltato troppo il tango. Sì, Astor Piazzolla, qualcosa dei Gotan Project, ma niente di più. E’ troppo forte la tentazione di ballarlo, e non ne sono capace. Una volta io ed Erminia, una mia ragazza, frequentammo un corso di tango, era tenuto da una donna argentina grassa e tossica, che vomitava in continuazione sul parquet. Non si poteva andare avanti in quel modo. Dicevo. Solo che il puffo non era blu, era verde, e aveva uno strano disturbo. Rideva in continuazione. Dall’87, specificò. “E che problema c’è?”, chiese l’Ascoltatore Massimo Il puffo scoppiò a ridere. Asciugatosi le lacrime, disse: “Ecco, che problema c’è!”. Pare che avesse cominciato un giorno che un puffo carpentiere gli aveva raccontato una barzelletta sporca e lui non era più riuscito a smettere. Aveva ricevuto molti premi, per quel suo riso infinito. I media si erano interessati a lui, e molti intellettuali lo avevano visto come una specie di metafora: l’unica cosa da fare davanti alle storture del mondo è ridere, avevano sentenziato. Sono dell’idea che non si debba bere alcol durante il giorno. Mi piace prendere tanti caffè, durante il giorno, e poi solo la sera darmi alla birra. Sì, mi piace molto così. Il puffo non la smetteva più di ridere, quel giorno. La sua risata contagiò tutti, persino l’Ascoltatore Massimo. Ridemmo tutti, anche se io, tra una risata e l’altra, cercavo ancora di parlare di me. “Era da tanto che non ridevo così! Sapete, io non rido molto, in genere!”, urlavo. Bene, per la verità ho sempre riso molto. Vedete queste due rughe che ho qui, di lato alla bocca? Eh, le vedete? Le vedete o no? Sì, mi invecchiano, è vero, ma solo un poco. Ma me le sono fatte ridendo. Tanto. Nelle sedute seguenti, fu tutto più difficile. Quando il puffo cercava di trattenere le risate, immancabilmente qualcuno se ne accorgeva e scoppiava a ridere, seguito dagli altri. Si rideva troppo e si parlava poco. Così, quando poi l’Ascoltatore Massimo decise di attuare il Piano B, che consisteva nel Conf. Dist.(confrontare disturbi), fui messo in coppia proprio col puffo. Si trattava di fare alcune attività insieme, per distrarsi dal proprio problema. L’Ascoltatore Massimo pensò che se avessi riso avrei parlato un po’ meno di me. Per un po’ funzionò. Poi smisi di trovare divertente il puffo. Il puffo si chiamava Shennalij. Io una volta avevo un amico che si chiamava Gennaro. Capitava che lo chiamavo Gennariè, che un po’ assomiglia a Shennalij. No, forse no. Ehi, cos’hai da guardare? Quelli che mi guardano in quel modo dovrebbero proprio andare a casa a controllare cosa sta facendo la loro dolce metà, in questo momento! Dunque, dopo qualche seduta avevo voglia di picchiare il puffo Shennalij. Ma lui continuava a ridere. Rideva di continuo. E quando arrivavo al culmine della sopportazione, ecco che mi lasciavo andare e ridevo, di nuovo, rinfrancato, come rapito dal riso di quel dannato puffo. Era incredibile. Non potevo farne a meno, a un certo punto. Il giorno delle Sed. Val. (sedute di valutazione, o sedute valutative), l’Ascoltatore Massimo disse che quello che faceva maggiori progressi ero io. Mentre il puffo proprio no, perché ancora non smetteva di ridere. All’ultimo posto c’era un vecchietto che aveva il problema di scimmiottare gli altri. Quindi rideva anche lui. Quante risate, in quel gruppo d’ascolto! Insomma, io e Shennalij divenimmo grandi amici, a un certo punto. Uscivamo insieme, io parlavo di me, comunque, e lui ascoltava, e poi scoppiava a ridere, comunque. Ora che ci penso non è il massimo. Però, sapendo che a lui non dava fastidio, mi facevo meno problemi nel parlare di me. Se proprio non puoi risolvere il tuo problema, almeno non rompere le palle agli altri, diceva sempre l’Ascoltatore Massimo. Io invece dico che… oh, dovrei controllarmi. Passammo un bell’autunno, io e quel puffo. Vi ho già detto che sono etero, giusto? Altrimenti ci avrei fatto un pensierino. Anche perché era più basso di me, e io sono già piuttosto basso, e insomma, capite che è difficile trovare un partner più basso di quanto io non lo sia già. Lui sarebbe stato il massimo. Ma sto parlando di nuovo di me! Comunque, credo che io Shennalij ci scambiassimo davvero qualcosa. Io ridevo, preso dalle sue risate, e poi potevo anche parlare di me. In fondo, credo che a lui piacesse ascoltarmi. Poi venne il giorno della Ter. Mus. (terapia musicale), in cui le coppie che si erano formate dovevano danzare assieme un brano di Astor Piazzolla. Era l’ultimo gioco di coppia, dopodiché ci sarebbero state le vacanze. Quasi tutte le coppie erano in realtà formate da due uomini, visto che c’era solo una donna nel gruppo d’ascolto, e fu ovviamente preda del terribile Omar, maestro di tango argentino, che stava lì perché non riusciva a liberarsi del ricordo di sua nonna, morta sotto una bicicletta. Quell’Omar ci guardava tutti in cagnesco, sotto quei baffi sottili e ispidi. Spero davvero che non abbia superato il suo problema, quel bastardo, ovunque sia ora. Insomma, venne il turno mio e di Shennalij. Ballammo. Io non so ballare il tango. Io sono depresso, sapete? Ho un mucchio di problemi. Non posso mica perder tempo a imparare uno stupido ballo sudamericano. Ballammo, dicevo. Ballammo con una tale passione. Il suono del bandoneon ci avvolgeva come un gentile venticello primaverile. Il crescendo ci rendeva virtuosi e muti, sì, Shennalij non rideva e io non fiatavo, né di me, né di me, né di me. E neppure di me. Eravamo leggiadri. Eravamo perfetti. Eravamo io e Shennalij. Io e il puffo verde. Non ero solo io, per una volta. A fine serata andammo tutti a brindare in un pub della zona per salutarci. Omar continuava a guardare tutti in cagnesco e c’era pure Amintore, un tipo che non riusciva a non suonare qualsiasi cosa gli capitasse a tiro. Infatti per tutta la durata del gruppo d’ascolto non aveva smesso di tamburellare con le dita sulle gambe, e suonare sedie, tavolini, penne e persino la testa pelata di quello che faceva coppia con lui (un tradizionale, anonimo alcolista). Insomma, bevemmo e ridemmo, soprattutto Shennalij, e io parlai di me a capotavola. “Ragazzi, io sono molto contento di aver fatto quest’esperienza con voi! Sapete, di solito io non sono molto a mio agio tra la gente, ma con voi… Io adoro questa birra!” Poi, come ciliegina sulla torta, quell’odioso Omar prese il bandoneon ed ebbe, stranamente, una buona idea: le coppie avrebbero ballato nuovamente il tango con cui si era chiuso il corso. Quando venne il turno mio e di Shennalij, devo dire che fui quasi commosso. Eravamo ancora un’unica cosa. Dopo, ci appartammo fuori dal locale, per salutarci in privato. Ebbene, lui non rideva e io non parlavo di me. Ebbene, lui tentò di baciarmi. Mi scostai. Non sono fissato con i generi e le rigide categorizzazioni, ma sono etero e non posso farci niente. Mi spiace sperimentare, certo. Vi ho parlato della scimmia, vero? Ehi, tu! Non c’è niente da ridere! Forza, va’ a controllare tua moglie! Insomma, mi scostai, e gli dissi che forse stava facendo confusione. Fui piuttosto chiaro: non mi piace il cetriolo, il pistolino, il minghellino, il minimini, il pullapulla, lo stappabrogli, gli spiegai. “Ma io sono ermafrodita”, fece lui. “Oh… hai una malattia della pelle?” Io e Shennalij non ci rivedemmo più. Mi manca. Ma è stato giusto così. Per qualche mese mi ha fatto dimenticare di me stesso, e sono contento. So che ora vive con quell’Amintore, quello che doveva suonare per forza qualsiasi cosa gli passasse per le mani. A lui piacevano gli ermafroditi, suppongo. Più cose da suonare. Dopo un po’ che non vedevo il puffo, ripresi a parlare di me, è vero. Ma di tanto in tanto, tra una risata e l'altra, raccontavo di quando conobbi Shennalij, il puffo che rideva dall’87, e che per qualche mese mi fece ridere con lui. Senza badare troppo alle mie miserie. Ehi, tu! Cos’hai da guardare? Va’ da tua moglie! Fila!



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