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Autore: Alfredo

Milonga triste
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Abstract: Si attende sempre qualcosa o qualcuno, e la vita in fondo si riduce spesso a questa semplice gioia

Riferimento: Gato Barbieri


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L’uomo col cappello entrò nel locale e si sedette a un tavolo un po’ laterale. Fu subito notato. Le mezze occhiate dei camerieri ne intercettavano discretamente tutti i movimenti. Pareva lo tenessero d’occhio con particolare attenzione, ma con distaccata abilità professionale. Nessuno si rivolse a lui direttamente, sembrava che attendessero un segnale, un suo segnale, prima di farlo. Lui si tolse il cappello, lo posò lentamente sul tavolo, ma restò con gli occhiali scuri calati sugli occhi. Intorno era penombra, fumo, il rosso delle pareti, le risa, un vociare che non era assordante e lasciava tempo e luogo alle parole sussurrate alle orecchie, alle chiacchiere segrete, alle effusioni e alla sensualità espressa anche verbalmente. L’uomo guardò il suo orologio, poi si voltò verso il cameriere e fece il segno di “due”. Quello scattò improvviso, andò dietro il bancone, riempì due bicchieri, poi si mosse verso il tavolo. Non dissero nulla entrambi, il cameriere accennò solo un saluto, piegando impercettibilmente la testa, poi si allontanò prima di attendere che quel suo saluto fosse ricambiato in qualche modo. E comunque, ciò non avvenne.



L’uomo senza più il cappello non bevve il proprio bicchiere. Restò pensoso, immobile al proprio posto, e senza tradire speciali sentimenti. Ma si poteva giurare che qualcosa ardesse nel suo animo. Era seduto in modo da dare le spalle alla porta, come se desiderasse essere sorpreso dall’evento. Come accade quando si desidera davvero qualcosa, e si teme di non ottenerla, e di non reggere nel caso il colpo. Ora sul tavolo c’erano due bicchieri e un cappello. I bicchieri erano pieni, il cappello inerte. Qualcuno si girò verso di lui e diede di gomito all’amico. Altri sussurravano il suo nome alla propria donna. Sembrava che l’intero locale gravitasse attorno a quel tavolo e tutti i pensieri vi confluissero.



Passò del tempo. Il tempo passa sempre in fretta quando si attende qualcuno. L’uomo fece cenno “altri due”. Il cameriere incrociò subito lo sguardo. Capì al volo. Corse dietro al bancone e riempì altri due bicchieri. Li poggiò sul vassoio e si recò al tavolo. Ritirò i primi due e lasciò lì i nuovi. Un cenno con la testa e via, di nuovo lontano dal tavolo, ma sempre attento al minimo segnale, anche impercettibile.



L’uomo guardò l’orologio, lo fece una, due volte in breve lasso di tempo. Intanto sul piccolo palco in penombra qualcosa si muoveva. Arrivavano anche i primi vibrati di accordatura del contrabbasso, i colpi di una batteria, le languide scale di un piano, il pizzicato di una chitarra. Curiosamente qualcuno applaudì ma i musicisti non parvero lesti a suonare, sembravano attendere anche essi. Si attende sempre qualcosa o qualcuno, e la vita in fondo si riduce spesso a questa semplice gioia. Essi non davano, perciò, segno di impazienza, erano lì, fermi, come se nulla fosse, come se l’attesa fosse un dolce peso.



Fu allora che l’uomo tornato ad avere il cappello prese il suo bicchiere, lo portò alle labbra, lo bevve lentamente in due, tre sorsate. Poi lo poggiò senza rumore sul legno e si alzò. Senza voltarsi mai verso la porta si avvicinò al palco, vi salì a passi lenti, vi fu un applauso, lui salutò con un piccolo inchino, imbracciò il suo sassofono, non fece nemmeno un segno agli altri musicisti, che sembravano in totale sintonia con la sua musica. Solo che quella volta il suono parve, se possibile, ancora più triste, un canto lento, rabbioso ma sospirato assieme, flebile ma intenso e traboccante di passione. Un canto che diceva l’amore, come solo la passione tradotta in musica sa dare.



Sarà stato per questo, o solo per caso, o per una bella avventura del destino, oppure per un banale ritardo. Sarà stato perché la musica sa chiamarti a sé, rapirti, stabilire un contatto che alla parola non riesce, e sarà perché ti ammalia come fa un serpente e ti rende te stesso più di quanto non ti conceda la vita. Sarà stato che accadono fatti che nessuno sa spiegare, ma non ti importa di capire, ti importa solo che i fatti accadano. Sarà stato per una cosa sola o per tutte le altre insieme, ma dalla porta del locale entrò una donna. Restò un attimo ferma, poi nella penombra avanzò verso il tavolo laterale. La notarono tutti, impossibile il contrario. Si sedette. Anche il sassofono si chinò un istante, e lei colse il gesto. Fu allora che i capelli neri sorrisero. La musica divampò. E le si spalancò il mare della passione.




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