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Autore: Papèria
...a Parigi

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Abstract: Ultimo tango in ritardo (ovvero le cose che parlano di me #1)
Riferimento: “Je suis venu te dire que je m'en vais…”
Non l’avevo mai vista dal Bateau Mouche. Mai dalla cima della Tour, o dal Grand Arche. Non avevo mai fatto file chilometriche ai bagni delle Galeries Lafayette, ne’ mi ero mai smarrita per i sexy shop a Pigalle. Non ero mai stata una turista, a Parigi.
Arrivarci in macchina ha reso tutto meno solenne, come se non fosse più Parigi, il mio luogo spirituale, ma una qualsiasi città volgarmente raggiungibile sulle quattro ruote. Finire la benzina in autostrada poi ha reso tutto ulteriormente reale. Ho pure comprato la Routard nuova, prima di partire.
Non c’erano ne’ Jules ne’ Jim, non c’era Amelie Poulain e manco Simone de Beauvoir o Zazie nel metrò. Non c’erano Edith Piaf e Charles Aznavour, ma Sarkozy e Carla Bruni. Di Bertolucci poi ho trovato solo un enorme panetto di burro in frigorifero. Tutto era tremendamente terreno, e caotico. Italiani ovunque, forcellismo imperante, come direbbe il mio saggio coinquilino nel suo fantastico idioletto.
Non era più la città da sogno. La città in cui avrei voluto abitare un giorno chissà. Era banale. Il posto più banale al mondo, ma come ho fatto a non accorgermene prima. Sarà stata colpa del Capodanno, oppure semplicemente della noia.
Annoiarmi di me stessa è il mio hobby preferito. Se non mi reinventassi di tanto in tanto finirei con l’odiarmi. L’ipertrofismo dell’Io è solo una palude di sabbie mobili da cui stare alla larga, un limbo in cui trascorro giorni di autocritica paradossale, calpestandomi l’autostima e reiterando dei processi di disintossicazione dalla realtà per arrivare alla sola conclusione vera per me: non riesco a prendermi troppo sul serio, mettermi dei paletti, mitizzare qualcosa o qualcuno senza esserne prima o poi terribilmente annoiata.
Parigi infatti l’avevo mitizzata, perché parlava di me. Eppure scendere dal treno alla Gare de Lyon, zaino in spalla, a diciott’anni, è un’esperienza che accomuna almeno almeno tutti gli inter-railers che si rispettino. Parigi era speciale quando la guardavi nelle finestre illuminate e ti immaginavi con la tua amica d’infanzia che dentro ci fosse qualcuno che ascoltava, chissà perché, abat-jour che soffondi la luce blu. Era bellissima quando ne assaggiavi la colazione all’ostello, o quando ti cacciavano via perché dovevano rifare la stanza. Era emozionante quando ti immaginavi di stare sdraiata agli Champs de Mars a sognare con accanto una persona speciale e invece non succedeva mai. Era divertente quando facevi la spesa e ti ritrovavi a fare la carbonara con l’olio di colza, o quando ti ribellavi ai tuoi stupidi compagni di viaggio.
Parigi è stata molto di più, in seguito. E malgrado ciò, in questa mia ultima visita, non ho fatto che pensare a quando l’ho scoperta.
Io e Annachiara vivevamo di sogni. Quelli che si fanno a sedici anni e poi mai più. Pomeriggi interi a progettare viaggi, aspirazioni, a costruirci l’identità. A cantare la sigla di Pollon, a fare per la maggior parte del tempo un sacco di cose da fricchettone, tipo litigare coi genitori per andare all’Heineken Jammin’ Festival o a trascorrere il Capodanno a Bologna, da sole. Passammo l’intera notte a guardare uno speciale di Blob al cospetto di una gigantografia di De André. C’era un video improponibile di Amanda Lear che cantava voulez-vous rendez-vous tomorrow? L’inter-rail era d’obbligo, per due come noi.Alla fine partiamo quasi per gioco, con persone più o meno sconosciute. Scopriamo la Francia, Amsterdam e un campeggio a Ventimiglia. Torniamo felici di tornare, io ascoltando I’ve got to see you again di Norah Jones (speravo tanto di rivederlo, quel tale del campeggio…), lei al telefono col suo ragazzo, che in fondo in fondo non vedeva l’ora di riabbracciare.
Dopo quel viaggio non fu più l’adolescenza, e noi due, e i nostri sogni di ragazzine. In seguito, in tutti i miei viaggi a Parigi, ho cercato tanto quella statua di Dalida che avevamo scoperto insieme, ma non l’ho più trovata.
Anche stavolta sono tornata che in fondo ero contenta di tornare. Ho guidato per mezza Francia ascoltando una playlist che forse avevo fatto quest’estate un giorno che andavamo al mare. Poi, in Liguria, appena passato il tunnel di Sant’Ilario (tutti si accorsero con uno sguardo che non si trattava di un missionario) ci siamo sparati l’intera discografia di De André fino a Civitavecchia. Insomma è l’anno nuovo, l’oroscopo pronostica sviluppi decisivi e io tra qualche giorno compio ventiquattro anni. Parigi non parla più tanto di me, ha cessato di raccontarmi.
L’adolescenza è finita l’altroieri e qui già mi si parla di declino fisico, erotico e spirituale. Altro giro altra corsa. E io dovrò trovarmi un’altra Parigi.
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