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Autore: Alfredo

Il rock deve tutto a me
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Abstract: Essere e apparire. L'eterno lotta tra due modalità di esistere. E la musica non ne è fuori, anzi

Riferimento: Ramin Bahrami, Variazioni Goldberg


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Questo nell’intervista non l’ho scritto. E ho fatto bene. Mi avrebbe chiamato Laura e mi avrebbe detto di tagliare tutto. Chiedendomi anche che cosa c’entrasse, chi me lo aveva chiesto, a chi sarebbe importato. Non dobbiamo deludere chi ci legge, cavolo, avrebbe aggiunto con quel tono a metà tra l’ira e la noncuranza che la caratterizza in questi momenti. E che a me non piace affatto. Mi sarei alzato dalla sedia disgustato o, nel caso si fosse trattato di una telefonata, avrei chiuso il cellulare con la voglia di partire per l’Africa o per la Terra del Fuoco. Non si trattava, in fondo, di niente di particolare. Solo qualche annotazione più “realistica”, a integrazione dell’intervista. Una specie di metaforica candid camera, per gettare un po’ di luce sull’uomo più che sul musicista. Per farla breve, adesso vi racconto come è stato l’incontro con la rockstar, così giudicate un po’ voi.








Entro in camerino e lui non c’è. Sarà ancora nel retropalco, penso. E invece no. Sento scrosciare la doccia e dal bagno arrivano effluvi aromatici. “Adesso arriva”, mi dice finalmente una ragazza che si affaccia per un attimo dalla porta del camerino e poi rivà via. Pochi secondi ed eccolo qui, il mitico Billy Boys, la glitter rockstar del momento. Milioni di copie di CD vendute, sold out totale ai concerti, ragazzine impazzite. Un rock forte, irriverente, cattivo, anarchico come pochi nella storia. Quando appare avvolto nell’accappatoio di Armani mi alzo subito in piedi e provo un po’ di emozione, anche se resto un tantino spiazzato. Forse perché, in quel momento, non appare nel suo look tipico: maschera di trucco sul viso, abiti sgargianti, capelli dorati diritti verso l’alto, unghie laccate, occhi celesti chiarissimi, atteggiamento un po’ coatto, scarpe col doppiofondo. Si asciugava i capelli neri, strofinandoli con un asciugamano rosa. “Buongiorno” mi dice con inflessione linguistica perfetta. “Salve” rispondo. “Si sieda, non voglio farle perdere tempo, nemmeno mi cambio, mi può intervistare subito se vuole”. Prende uno yogurt magro, si avvicina allo stereo, mi chiede: “La disturba un po’ di musica?”. “No anzi” dico subito, e mi aspetto Irriverent song oppure Fuck off, gli ultimi due singles, e invece percepisco subito alcune note di pianoforte che si inseguono in contrappunto. Lo guardo cercando di trattenere lo stupore. Lui capisce, sorride, mi fa: “Ramin Bahrami, lo conosce? È un giovane pianista che ha studiato in Italia, sa, e lei è italiano…”. “Variazioni Goldberg?” dico. “Già” risponde e gli si illumina il volto. Si siede e apre lo yogurt: “Vuole nulla? Un caffè?”. “No grazie” rispondo ancora un po’ turbato.








“Sento spesso Bach” dice rilassato in poltrona. Mi guardo attorno e solo ora mi accorgo che il suo camerino è molto normale, persino banale, e non c’è nulla fuori posto oppure a testimoniare il suo anarchismo musicale.








“Prego” mi fa. E poi aggiunge: “Guardi, la voglio aiutare. Il mio addetto stampa ha preparato due cartelle (me le porge) con tutte le cose che possono esserle utili: che so?, qual è il mio stilista preferito, quante donne ho avuto, perché sono anche omosessuale, cosa provo quando sono sul palco, che ho avuto un’infanzia difficile, che voglio vomitare la mia rabbia sul mondo, che mi sento anarchico nell’animo, che odio l’arte e amo la vita notturna...”. Scorre col dito le due cartelle mentre me le mostra. “Ora può chiedermi quel che vuole, abbiamo mezz’ora a disposizione”.








Mi ha spiazzato. Prendo i due fogli in mano, dico grazie, e confesso di non sapere che cosa chiedere. Mi dico pure se sono davanti alla stessa persona che poco fa quasi si denudava sul palco, mentre una folla urlante lo incitava a farlo. Apro bocca solo per dire: “Ascolta spesso Bach?”. Lui mi guarda quasi riconoscente e dice che è la prima volta che gli fanno una domanda del genere. Dalla smorfia sul viso quasi mi ringrazia. Dice pure che una volta gli hanno perfino chiesto quale fosse il suo colore preferito delle mutande. “E comunque, aggiunge, ascolto spesso Bach. Lo adoro. Adoro quel contrappuntare pianistico. L’amore è nato con Glenn Gould, poi ho scoperto Jarrett al clavicembalo, oggi ascolto molto Bahrami…”. “Capisco” dico soltanto. Un attimo di silenzio, poi azzardo: “Lei è molto diverso da come appare”. “Tutti sono diversi da come appaiono, lo sa, essere e apparire sono cose diverse… Di questi concetti se ne discute da millenni con un certo impegno…”. Ride divertito. Rido anch’io per empatia. Vorrei piangere, in realtà. Il suo primo album si chiamava Rock’n roll omicide e fu censurato dalla “Commissione Ministeriale per la Salute dei Giovani” perché incitava, secondo i suoi componenenti, al nichilismo e all’assassinio immotivato. Oggi quell’uomo è qui a degustare uno yogurt magro. Chiedo con un certo coraggio, e anche perché sono davvero curioso di conoscere la risposta: “Qual è quello vero tra i due: quello sul palco o quello con lo yogurt?”. Un attimo di silenzio, poi risponde: “Io sono così, che crede. Pensi che ho studiato letteratura greca e ho anche buone conoscenze epigrafiche…”. “Epigrafiche?”. “Si, si, epigrafiche, ma questo non lo scriva, il mio agente si incazzerebbe. Dice che ci ha messo una vita a costruire il personaggio, e io non ho diritto a gettare a mare tutto il suo lavoro, bah…”. “E la maschera, e l’anarchia, e l’irriverenza, l’incitamento all’omicidio adolescenziale…” dico attenuando pian piano il tono di voce, sino a pronunciare flebilmente le ultime parole. “Guardi, per i testi non deve chiedere a me, ma alla ragazza che me li scrive. Se vuole le dò il suo cellulare, vive nel Wyoming, comunichiamo in e-mail, l’ha assunta il mio agente”. Già. A quel punto ebbi solo voglia di andarmene. Bach, lo yogurt, il Wyoming, l’epigrafia greca. Ho soltanto un sbotto: “Mi scusi tanto, ma lei mi sta prendendo per il culo” dico tutto d’un fiato e un pochino irritato. “Io? Ah, senz’altro, ma quando sto sul palco, non ora…”. Sorride in tono amichevole. Penso che ha ragione. “Vede, aggiunge serio, io devo tutto al rock, mi ha dato ogni cosa che possiedo. Ma lei si immagina se avessi intrapreso la strada di ricercatore presso qualche cattedra di epigrafia greca? Oggi sarei una mummia…senza un dollaro in tasca…non pensa anche lei?”. Resto zitto, ma penso che si, aveva ragione. Mi alzo dalla poltrona e chiedo soltanto: “Ma lei non ha paura che io scriva tutto nella mia intervista, rivelando tutto quello che lei mi ha detto?”. “No, affatto…se lei scrivesse di Billy Boys dicendo che ascolta Bach accadrebbero senz’altro due cose: uno, le tirerebbero dietro l’articolo e lei finirebbe a scrivere necrologi; due, nell’ipotesi estrema la ricovererebbero in un ospedale psichiatrico…”. Ride. A queste parole sorridiamo entrambi, sollevati e più leggeri nell’animo. Mi avvicino alla porta. Ci salutiamo cordialmente, lui mi augura buon lavoro e io faccio per uscire. Prima di varcare la soglia mi volto e mi sfugge un’ultima domanda: “Senta, mi scusi, ma che colore di mutande preferisce?”. “Bianche, perché? Normali slip, tanto chi li vede?”. “Così solo per sapere, nel caso la mia Capa me lo chiedesse… A proposito, nelle due cartelle che lei mi ha dato questa cosa non c’è scritta…”. “È vero accidenti, devo avvertire il mio addetto stampa…” risponde lui sinceramente preoccupato.








PS Chissà, forse vi interessa leggere l’intervista così come è comparsa su Star of Rock. Eccola. Buona lettura.








“Billy Boys sul palco è una furia. Una performance di due ore, senza pause, durante la quale ha vomitato rock e ingiurie anarchiche su un pubblico di ragazzine urlanti, che lo incitavano ad andare oltre, ad alzare il tono dell’insulto. Quando attacca Fuck off cade giù il palasport, e sembra l’apoteosi. Un fan riesce a salire sul palco e viene fermato proprio all’ultimo istante dagli addetti alla sicurezza. Dietro il palco Billy Boys è ancora urlante per l’adrenalina, mi dice che in quel momento è talmente eccitato che canterebbe ancora per altre dieci ore, senza fermarsi un attimo. “Il mondo lo odio” mi dice, “sto già scrivendo i testi del prossimo album: si intitolerà Rock shit e lo dedicherò agli irregolari di tutto il mondo, a chi non accetta regole e convenzioni, a chi ama l’anarchia culturale e morale, a chi vomita su tutti i valori e su tutti gli ideali…”. Dimmi della tua infanzia difficile, gli chiedo. “Difficile è poco. Vivevo in un quartiere malfamato, passavo gran parte del tempo in strada, ho visto uccidere ragazzi sin dall'età di tre anni… Lì è nato il mio istinto violento e anarchico…Io sono anarchico nell’animo”. E la musica: “L’arte mi fa schifo, la musica non è arte, è odio sociale, è anarchia, è istinto...”. Sputa in terra e tracanna rhum. Poi rutta sonoramente. “È rhum giamaicano, originale, me lo ha regalato un mio amico rasta…”. Il rock cosa significa per te? “Sarebbe meglio dire che cosa io significo per il rock: il rock deve tutto a me, oggi nemmeno esisterebbe più senza la mia energia!”. Ha fretta, lo attendono. Gli chiedo solo: una curiosità, qual è il colore preferito delle mutande? E lui: “Indosso solo mutande con le paillettes naturalmente”. Grande Billy amici, davvero the number one of rock!










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